CORDELIA.
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PER LA GLORIA
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1886. Fratelli Treves Editori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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    Testo curato da Catia Righi per il Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Questo romanzo fa parte del gruppo di opere narrative dedicate in particolare alle signorine, a tutte quelle giovani donne in et da marito alle quali la scrittrice indirizzava, tra le righe di una scrittura coinvolgente ed appassionata, ricche raccomandazioni e strumenti per affrontare la vita se non da protagoniste almeno non sempre e soltanto da succubi. Erano gli anni in cui, anche grazie alla tenacia della trentasettenne Virginia, modello di moglie, imprenditrice e scrittrice, si tentava di studiare i possibili contorni di una nuova realt femminile, nella quale le donne riuscissero a trovare i modi per la propria affermazione.
Nel libro, ambientato per lo pi nel nord dItalia nella societ degli imprenditori e dei piccoli industriali di una borghesia agiata ma non paga di se stessa e sempre ansiosa di entrare nel mondo dellaristocrazia,  raccontata la vicenda di relazioni fra famiglie, del sorgere di amori e di gelosie, delle vacanze alla campagna o alle terme come richiedevano i rituali del viver civile. In particolare le due famiglie protagoniste, amiche dallinizio e che andranno via via stringendo i loro legami, hanno la stessa singolarit per lepoca: in entrambe a collaborare e coadiuvare il padrone imprenditore, e con ottimi risultati,  una figlia, in un caso addirittura una ragazza con handicap:  sorda e muta. Ragazze che lavorano e non perch costrette dallindigenza. Alla fine dellOttocento era una cosa praticamente impensabile. E le due sono considerate indispensabili dai loro padri-datori di lavoro. Quando ho dato retta alla mia figliuola non ho mai sbagliato. dice il padre.
Contraltare alle figure di ragazze operose, al passo o piuttosto in anticipo coi tempi,  la figura di Giorgio, il figlio di una delle due famiglie.  lui a costruire la sua vita lontano dagli affari, che non sopporta, ma alla perenne ricerca di una gloria intellettuale, letteraria.
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L'AUTRICE.
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Virginia Tedeschi-Treves, nota anche con lo pseudonimo di Cordelia (Verona, 22 marzo 1849  Milano, 7 luglio 1916),  stata una scrittrice italiana.
Dopo il matrimonio nel 1870 con Giuseppe Treves, coproprietario col fratello Emilio della casa editrice Fratelli Treves, fu presidentessa del Comitato lombardo pro suffragio femminile, cofondatrice del Lyceum di Milano, contemporanea di Ibsen, di Flaubert, di Zola, Dostoevskij; nel suo salotto letterario accolse i massimi autori e intellettuali del tempo, da Verga a D'Annunzio, da Carducci a Freud.  stata fra le prime donne a parlare di divorzio, di Psicanalisi, di diritto all'istruzione; nel '16 scrisse il manifesto del femminismo tricolore. Contemporaneamente inizi una fortunata carriera di scrittrice per "signore" e bambini con lo pseudonimo di "Cordelia" e di direttrice di riviste di moda.
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PARTE PRIMA.
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CAPITOLO 1.
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Quella mattina Baldassare era pi allegro del solito. Il suo volto, sempre sorridente, era raggiante di gioia e s'avviava al lavoro con passettini saltellanti e dandosi ad ogni tratto una fregatina di mani. Egli aveva la sua idea, ed era certo che quel giorno avrebbe fatto strabiliare tutta la contrada.
Baldassare era il primo commesso nel negozio di stoffe del signor Leonardi, situato in via Nuova, nella citt di M..., che se non pu annoverarsi fra le principali d'Italia, non  nemmeno un villaggio, essendo a capo d'una provincia importante con la popolazione di circa sessantamila abitanti.
Baldassare giunse alla bottega del signor Leonardi nel punto che il garzone apriva le imposte e ne spolverava la mostra.
- Sbrigati, sbrigati, - disse Baldassare, - che oggi voglio preparare una mostra coi fiocchi da far fermare tutta la gente che passa. Come sei lento! d qui a me.
S dicendo gli toglieva di mano il piumino e si metteva a spolverare le imposte con tutta la lena di cui era capace.
- Ed ora dammi una pezza di stoffa rossa, una celeste, una bianca.
- Il principale non vuole che si mettano in mostra le stoffe bianche, s'insudiciano, - osserv timidamente il ragazzo.
- Lascia fare a Baldassare, rispose il commesso, ripetendo il suo solito ritornello.
Il ragazzo gli port le stoffe richieste.
Quando Baldassare le ebbe davanti a s, le spiegazz, poi stette qualche minuto a contemplarle, cercando una ispirazione, come se s'accingesse ad un'opera d'arte. Cominci col fare un rosone di stoffa di seta bianca e lo mise nel mezzo, con intorno una striscia di stoffa rossa. Ma quella rimaneva schiacciata, non andava bene. Lev via quelle stoffe con impeto e ci manc poco non perdesse la pazienza.
Quel giorno voleva riuscire a far effetto, e piuttosto che rinunciarvi avrebbe rifatto per ben dieci volte il suo lavoro.
- Dammi invece dei fazzoletti di seta rossi e bianchi, - disse al garzone.
E cominci a fare delle rose coi fazzoletti rossi, che mise intorno ad un rosone bianco: poi ancora una striscia bianca, poi un'altra rossa, e finalmente una gradazione di striscie rosa e una striscia verde in giro. Finito il suo lavoro usc dal negozio e s'arrest davanti alla mostra per contemplarne l'effetto.
Parve soddisfatto, perch si diede una fregatina di mani e disse:
"Un vero mazzo di fiori, proprio come l'avevo ideato nella mia mente; una mostra da carnevale. Bene, benissimo!"
Intanto erano usciti dalle botteghe i vicini a contemplare la sua opera.
- Benissimo; siete un genio, - gli disse la merciaia dirimpetto.
- Le pare; signora Maria? ci ho pensato tutta la notte. Per ci non mi ha impedito di fare un sogno, dal quale ho ricavato tre bei numeri da giocare al lotto.
- Davvero? spero che me li darete.
- S, col patto che non li dica a nessuno.
Intanto davanti alla mostra s'erano aggruppati il salumiere e il farmacista della contrada, e stavano a contemplare l'opera di Baldassare e a fare quattro chiacchiere, approfittando dell'ora mattutina, mentre erano scarsi i passanti e pi ancora i compratori. Baldassare era un uomo di mezza et; piccino, tarchiato, coi baffi piuttosto grigi. Entrato giovanotto nel negozio del signor Leonardi, ci aveva preso affezione e ci si sentiva tanto attaccato, come la lumaca al proprio guscio; che non avrebbe lasciato il suo posto per tutto l'oro del mondo. Senza far quattro chiacchiere colla signora Maria e coi bottegai vicini e passar la giornata nel suo angolo come un vecchio soldato, non avrebbe potuto vivere. Le ore poi della mattina, quando poteva alzare anche un po' la voce per parlare coi vicini e girare per la contrada senza cappello in testa, come fosse a casa sua, gli pareva d'essere il padrone della citt ancora addormentata e avrebbe voluto che quell'ora di calma si prolungasse all'infinito. Quel giorno per era impaziente che scendesse il principale per fargli ammirare l'arte con cui avea disposto la mostra.
"Sar contento di me, pensava, e non dir pi che bisogna andare a Milano per vedere come sono disposte lo stoffe e imparare un po' di buon gusto."
Ma quella mattina il signor Leonardi venne in bottega accigliato e preoccupato, e non si degn nemmeno di dare un'occhiata alla mostra; tanto che Baldassare rimase tutto mortificato. Avea altro pel capo il signor Leonardi quella mattina! Ad un certo punto non pot trattenersi, e sent il bisogno di confidarsi col suo primo commesso, che soleva tenere come confidente e amico.
Era proprio vero, tutte le sue speranze erano sfumate. Giorgio, il suo figliolo, aveva la sera prima dichiarato che non voleva assolutamente seguire la via battuta dal padre e dedicarsi al commercio; gli avea detto chiaro che avea altri ideali, e che contava di lasciare quella citt, visto che per lui non c'era nulla da fare.
Baldassare rimase sorpreso; gli pareva un fatto enorme, inaudito, impossibile che ci fosse al mondo un uomo che non si stimasse felice d'essere proprietario del primo negozio della citt, dove si guadagnavano a mucchi i quattrini, e dove egli si sentiva tanto orgoglioso dell'umile parte di semplice commesso; bisognava dire che il figlio del suo padrone avesse perduta la testa.
- Non posso credere, - diceva; - vorr darsi un po' di bel tempo e viaggiare. Si sa bene, i giovanotti; ma dopo vedr che ritorner.
- Se fosse cos, - rispose il signor Leonardi, - mi rassegnerei pi facilmente; ma ha dichiarato che per conto suo non si dedicher mai al commercio e che s'io voglio vendere il negozio ne sar felicissimo.
- Vendere il negozio! - esclam Baldassare. - Spero che non far una simile corbelleria.
- Non dico ora, ma la fine sar quella; io sono vecchio e stanco e se mio figlio non vuol continuare...
- Vedr, vedr; non precipiti le cose, e pensi al danno che sarebbe per la citt se non ci fosse il suo negozio; tutte le signore dovrebbero andare a servirsi a Milano. Capisce bene,  una cosa che non deve succedere; e poi ha da pensare anche a sua figlia.
- Hai ragione, Baldassare; devo pensare anche alla mia Giulia, e devo continuare per lei. Se fosse stata un ragazzo, allora s che le cose sarebbero andate diversamente, quella s  un angelo, e poi che testa! meglio di un uomo; guarda se sbaglia mai quando mi d un consiglio; ti ricordi quando mi diceva: "Ordina delle stoffe color nocciuola, sar la moda di quest'autunno." Vedi se ha indovinato; quante pezze ne abbiamo vendute! e tutte le signore a dire: "Pare impossibile; le mode vengono anche qui contemporaneamente a Milano, il signor Leonardi  proprio la nostra provvidenza." Quando ho dato retta alla mia figliuola non ho mai sbagliato.
- Che talento! Peccato proprio che non sia un uomo, - soggiunse Baldassare, - sarebbe una fortuna.
- Ed io che facevo tanti bei sogni per il mio Giorgio! - soggiunse sospirando il signor Leonardi. - Tutti castelli in aria. Figurati che avevo anche il progetto di piantare una fabbrica di stoffe, e invece con quel figlio non se n' potuto far nulla.
- Io l'ho sempre pensato, - disse Baldassare, - che a mandar lontano i figliuoli perdono l'amore della casa. Ecco cosa ci ha guadagnato coll'averlo mandato all'estero, non si contenta pi di questa vita tranquilla.
- Ma il mondo progredisce, - soggiunse il signor Leonardi, - e non si pu tener i figli in un guscio; bisogna che acquistino altre idee;  che quando hanno la testa in aria non giova a nulla.
Questo discorso venne interrotto da Giulia, una bella ragazza dalla faccia sorridente, che veniva a dare il buon giorno al babbo.
- Se tu fossi un uomo! - disse il signor Leonardi, sempre fisso nella sua idea.
- Forse mi piacerebbe girare il mondo come Giorgio; non si sa mai!
- Ma dunque  proprio deciso di andarsene? E la sua fortuna, il suo avvenire che lascia?
- Non ti cruciare, babbo, - disse Giulia; - vedrai,  un capriccio; ora vuol andare a Milano, quando sar l andr a visitare la fabbrica del signor Rivetta, e forse ne rester sorpreso come siamo rimasti noi. Poi vivendo in quell'ambiente prender amore al nostro commercio.  impossibile che sia altrimenti.
- Purch voglia frequentare i signori Rivetta. Quella s  una casa! Che attivit, che mondo! non  vero, figlia mia? Sarebbe stato il mio sogno che Giorgio potesse riuscire in piccolo ci che  in grande il signor Rivetta. Se vedeste, Baldassare!
E qui cominci per la centesima volta a raccontare come era rimasto sbalordito nel vedere la fabbrica di stoffe del signor Rivetta, suo corrispondente, uno stabilimento grandioso, dove lavoravano migliaia di operai e centinaia di macchine; dove c'era un rumore, una vita, un movimento! egli ne era entusiasta. Era sicuro che se persuadeva suo figlio a visitar quella fabbrica gli sarebbe venuto voglia di continuare nella sua via, per seguire un giorno le orme del signor Rivetta. E si confortava nella speranza che se riusciva a conoscere quei signori forse le sue idee si sarebbero modificate. 
- Devi persuaderlo tu a frequentare casa Rivetta, - disse alla figlia. - Se glielo dico io non mi d retta. Vedi, ho ancora questa speranza, che si possa persuadere che il nostro commercio non  poi tanto da disprezzare, anzi che ci si pu trovare delle infinite soddisfazioni. Persuaderai tuo fratello a far conoscenza con quelle buone persone?
- S, babbo, far del mio meglio, e tu devi sperare.
Giulia era una di quelle nature calme, serene, che sanno trovare in ogni cosa il lato buono; essa non credeva che il fratello dovesse abbandonare le sue idee; ma vedere il babbo meno rabbuiato per la speranza che gli avea fatto sorgere, era tanto di guadagnato. L'avvenire poi, nelle mani di Dio.
Rimasta senza madre ancor giovanetta, aveva imparato a bastare a s stessa e a condurre la casa come una provetta massaia. Fornita d'uno spirito alquanto positivo, viveva giorno per giorno senza aver pel capo tante fantasie. Essa vedeva che il commercio del padre le permetteva di condurre una vita agiata e perci amava quel commercio e avrebbe voluto anche aiutare il signor Leonardi e mettere l'attivit di cui si sentiva capace a profitto della casa. Spesso gli avea chiesto di stare in negozio o per lo meno che le permettesse di tenere la cassa e i registri; ma il suo desiderio non era stato appagato.
Il signor Leonardi riguardava sua figlia come una gemma preziosa da tenere rinchiusa in uno scrigno, e non la volea esporre alle noie degli affari, alle lotte della vita.
- Tu hai abbastanza da fare in casa, - le diceva, - e certe cose non son fatte per le donne.
Per essa faceva sentire la sua influenza anche nel commercio del padre. Leggeva tutti i giornali di mode che le capitavano fra le mani, teneva corrispondenza colle migliori sarte di Parigi e gli sapeva dire quali colori e quali stoffe sarebbero di moda la prossima stagione. Cos egli aveva tutto il tempo di darne la commissione a Parigi. Il suo negozio godeva molto credito ed egli avea la gioia di vedere le signore pi ricche e pi eleganti della citt, quelle che un tempo si servivano a Milano, fermare i loro equipaggi davanti alla sua bottega e scegliere lo stoffe per i loro vestiti.
In quelle occasioni il signor Leonardi si faceva un dovere di muoversi in persona per servirle; e poi tutto orgoglioso raccontava la sera ai suoi amici d'aver chiacchierato per mezz'ora colla marchesa A., d'aver stretto la mano alla contessa M., e non si sarebbe cambiato con un re.
Un altro divertimento della Giulia era di assistere all'apertura delle casse di mercanzia che arrivavano da Milano o da Parigi. In quella curiosit si rivelava il suo spirito femminile, e si trovava felice in mezzo a quelle pezze di stoffa di seta dai disegni nuovi e dai colori abbaglianti. Qualche volta si sceglieva un vestito anche per s; il babbo le lasciava carta bianca e non le sapea negar nulla. Essa avea preso amore a quel commercio fino da piccina: mentre dietro al banco ricercava dei ritagli di stoffa per vestire le sue bambole, avea anche imparato tutte le furberia del mestiere; e gi che suo padre non le permetteva di vendere, essa metteva in opera la sua scienza per comperare; perci faceva tutte le spese di casa e tanto bene che suo padre ne restava maravigliato.
- So bene come fanno i negozianti, soleva dire; cercano di ricavare il maggior prezzo possibile dalla loro merce: ma a me non mi ci pigliano: do loro il meno che posso!
- Tu sei proprio mia figlia, - le diceva il padre abbracciandola. - Non so perch tuo fratello non t'assomigli.
- Che cosa vuoi fare?  un poeta lui; e, vedi, capisco che colle sue fantasie forse non avr una vita felice, ma mi piace che sia cos; mi rincresce solo per te, che hai continuamente questo dolore.
Essa amava molto il fratello che gli portava un po' di allegria in casa, anzi avea per lui, pi giovane di qualche anno, un affetto quasi materno, e le doleva ch'egli volesse andar lontano cos alla ventura, senza sapere che riuscita avrebbe fatto, colle fantasie che aveva in mente.
Essa and a raggiungerlo nella sua stanza dove se ne stava pensieroso, non sapendo nemmeno lui quale sarebbe stato il suo destino, ma contento d'aver preso una decisione.
- Dunque sei proprio deciso di lasciarci? - chiese Giulia.
- S; mi dispiace andar lontano da voi, ma qui non farei nulla; capisco che sono un impiccio, un'inutilit.
- Cattivo! sei ingiusto.
- No, vedi, tu sai come qui non posso far nulla; il babbo  buono, ma ha le sue idee: uno che studia giorno e notte, che si logora sui volumi, per lui  un ozioso; e non mi lascierebbe studiare in pace, verrebbe continuamente a parlarmi dei suoi affari, vorrebbe che lo aiutassi; ed io non ci capisco nulla negli affari, li odio.
- Non dire cos, Giorgio, devi avere un po' di riconoscenza a quegli affari che ti procurano l'agiatezza che ci circonda.
- Io non li disprezzo, ma per mio conto non mi ci potrei abituare; mi dispiace andar lontano, ma  necessario; io, vedi, ti invidio, tu sei felice in questo ambiente, e vorrei anch'io avere il tuo carattere e le tue aspirazioni;  proprio una fatalit ch'io sia diverso da te e dal babbo.
- Tu sei tale e quale come la povera mamma, - disse Giulia. - Anch'essa avea altre aspirazioni, ma il babbo non se n' mai accorto; quand'era con lui si interessava a' suoi affari, e l'avresti creduta la donna pi positiva e pi interessata del mondo; ma quand'era sola, o con noi, allora si rivelava qual era realmente, scriveva, leggeva, ci raccontava tante storiche e si divertiva tanto a farci studiare.
- Se fosse vissuta, forse mi avrebbe capito e avrei potuto restare. Lei era un angelo ed io non lo sono; non mi sento di sacrificare la mia vita e la mia giovent rimanendo inoperoso.
- Almeno, - disse Giulia in atto di preghiera, - devi prometterci una cosa: quando sarai a Milano, lontano da noi, cerca di veder spesso i signori Rivetta, i buoni amici di pap; che si sappia che hai un appoggio; e poi il signor Rivetta ha tante conoscenze e ti sar utile.
- M'immagino che coi suoi affari sar sempre la stessa cosa come qui, - disse Giorgio.
- Io ci sono stata in casa Rivetta e ti so dire che quella famiglia  deliziosa; ci si trova assai bene; non rimasi che pochi giorni, ma avrei voluto starci di pi soltanto per loro; sai bene, hanno affari grandiosi, tanta gente che se ne occupa, s che possono fare una vita allegra e brillante. Non  mica come il babbo, che deve sacrificarsi tutto il giorno. Te ne prego, promettimi di andarci, non foss'altro par darmi loro notizie. Me lo prometti?
- Andr per farti piacere, ma se  gente che m'annoia t'assicuro che non vi ritorno pi. Infine a Milano ho Paolo, il mio compagno di studio, e mi trover meglio con lui che coi tuoi Rivetta.
- Quando li conoscerai non dirai pi cos, - replic Giulia. - Mi basta che tu non faccia l'orso e lo screanzato e che tu vada a trovarli, almeno per non dar dispiacere al babbo, il quale vedi bene che ti contenta o ti lascia fare a tuo modo.
-  vero, hai ragione, sono un egoista; far tutto quello che vorrai.
Giulia amava molto il fratello, ma tremava per lui; le pareva di vederlo mettersi in balia d'un mare burrascoso. Essa, calma e tranquilla, sapeva i pericoli a cui andava incontro colle sue alte aspirazioni, colla sua fervida immaginazione, e non era tranquilla. Intanto rovistava nei suoi armadi per vedere se gli mancava nulla, contava le camice, dava un'occhiata alla roba di lui per metterla in ordine e fare i bauli; andava e veniva con passo leggero, mentre Giorgio la contemplava e si sentiva un gruppo alla gola al pensiero di doverla lasciare; ma aveva deciso e voleva esser forte.
Guai se essa non fosse stata occupata e non avesse avuto il pensiero a tante cose che gli occorrevano! si sarebbe commossa, avrebbe pianto, mentre non v'era nessuna ragione; non andava poi in capo al mondo suo fratello.
- Non dimenticarti i miei libri, - le diceva questi.
- Li porti tutti con te? non ci stanno, ci vuole un altro baule.
- Li metterai in una cassa e me li spedirai.
- Ma porti via proprio tutto, tutto? Non vuoi pi ritornare?
- Ma s, figurati; torner. Intanto non sapendo bene quello che mi occorra,  meglio portar tutto.
Giulia si ferm dritta davanti a lui con un pacco di libri in mano e gli disse:
- Senti, Giorgio: caso mai non ti trovassi bene, ricordati che questa  sempre casa tua. L'ha detto anche il babbo, sai.
- S, Giulia, lo so; e sar questo pensiero che mi dar coraggio a sopportare le lotte della vita, perch dovr lottare prima di riuscire a qualche cosa; ma riescir, sai, lo spero, lo sento.
- Dio lo voglia! - disse Giulia.
E continu e girare per la casa, a riempire i bauli, a chiuder casse, sempre affaccendandosi per nascondere la sua preoccupazione.
Anche Giorgio si sentiva una stretta al cuore nel punto di andare in cerca dell'ignoto; ma avea deciso, e non volea tornare indietro. Il signor Leonardi sperava sempre sull'influenza di casa Rivetta, e stava gi preparando una lettera di presentazione per il suo figliuolo. Quelli che proprio non potevano darsi pace della partenza di Giorgio erano Baldassare e la vecchia fantesca di casa; essi sostenevano che i libri avevano fatto dar di volta al cervello del signorino; e che i giovani erano migliori quando studiavano meno.
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CAPITOLO 2.
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Sul principio Giorgio non fu fortunato, pareva che gli avvenimenti congiurassero contro di lui. Giunto a Milano, corse subito a cercare un suo compagno di studi, un suo amico carissimo, col quale avea stretta una di quelle amicizie come avviene soltanto fra giovani che si trovano in paesi stranieri, soli, lontani dalla famiglia e dalla patria. Paolo Martelli, - era questo il nome del suo amico, - non si trovava a Milano e neppure nelle vicinanze: preso da una mania prepotente dei viaggi, era partito da qualche mese per l'India. Fu questa la prima delusione di Giorgio; egli calcolava molto sull'amico, e avea creduto d'avere in lui un appoggio, un incoraggiamento a seguire la sua via, e invece era tanto lontano che non sperava di rivederlo cos presto. Si pentiva d'aver lasciato morire una corrispondenza che da principio era tanto bene avviata; ma trascinato in una vita cos lontana dalle sue aspirazioni, si era trovato avvilito, s'era lasciato vincere dalla apatia e non avea pi scritto a nessuno. Ed ecco che gli toccava la sgradevole sorpresa di non trovare l'amico sul quale avea fatto tanto assegnamento. Facile a scoraggiarsi, gli parve che la nuova carriera cominciasse sotto cattivi auspici. Non gli rimaneva che contentare il babbo e presentarsi al signor Rivetta, se voleva avere un appoggio. Egli si immaginava di trovare nel signor Rivetta un uomo tutto dedito agli affari come suo padre, e gli dava noia l'idea di dover ancora gettarsi in mezzo a quel mondo che voleva fuggire.
Pens di aspettare qualche giorno, ma intanto non conoscendo nessuno in una citt nuova per lui, si trovava solo e triste. Troppi pensieri gli turbinavano in mente per potersi mettere al lavoro; girava per la citt oziando, ma gli dava noia quella folla che non si curava di lui, fra la quale non scopriva nemmeno una faccia conosciuta. Stanco di girare, ritornava nella sua stanzetta ammobigliata, dove ancora non si era accomodato secondo i suoi desiderii, una stanza priva per lui di memorie, come una stanza d'albergo da molto tempo disabitata. Ritornava a girare per la citt, e la medesima noia di prima l'invadeva. Era il primo giorno di quaresima e una folla di gente girava festosa per le vie per vedere il Corso e gli equipaggi che facevano il giro tradizionale. Molte signore eleganti sorridevano nelle loro fresche acconciature, ed un pallido raggio di sole illuminava tutto quello sfoggio e tutta quella folla agghindata a festa. A Giorgio quella fila di carrozze faceva l'effetto d'un funerale, quella gente l'uggiva, gli pareva che tutti fossero sciocchi e imbecilli a divertirsi nel vedere delle carrozze; ed altrettanto sciocchi trovava quelli che erano l a dare spettacolo. Entr in due caff: sempre la medesima folla indifferente che l'opprimeva e cerc invano la faccia d'un conoscente, d'un amico. Era in uno stato d'animo tale che avrebbe fermato anche una persona conosciuta appena di vista, tanto per poter scambiare le sue idee con un essere vivente.
And a casa. Erano usciti tutti per vedere il Corso; ed egli si gett su una poltrona stanco, annoiato, malinconico. Pens alla sua citt, alla famiglia che avea lasciato il giorno prima, tutto contento come se si fosse liberato da una catena; e l'assalse un sentimento di rimorso, e sentiva tanto desiderio di vedere una faccia amica, che se non fosse stato per puntiglio sarebbe ritornato a casa.
Infine il babbo avea le sue idee, ma sarebbe stato contento d'averlo vicino; e Giulia era cos buona, sapeva tanto bene togliergli tutte le piccole noie dell'esistenza e avea sempre avuto per lui un affetto quasi materno.
Poi pens alla sua mamma che aveva appena conosciuta, e si rammentava di lei come in un sogno.
Pens che se fosse stata ancora al mondo, non l'avrebbe certo lasciata; ella lo avrebbe compreso; era la sola che nella sua famiglia avesse avuto un'anima d'artista; lo avea scoperto dai libri che formavano la sua biblioteca che egli teneva come reliquie, secchi, sciupati a furia d'esser letti; tutti pieni di annotazioni nei margini, di riflessioni al fine delle pagine; erano stati i soli confidenti dei suoi pensieri, e nessuno avrebbe potuto scoprire un animo cos eletto, un gusto tanto squisito sotto quella scorza di attenta massaia, di buona madre di famiglia, solamente occupata in apparenza delle faccende domestiche.
Egli se la rammentava ancora a tavola quando discorreva col babbo e gli dava consigli sull'acquisto di una stoffa, parlando con lui di prezzi, di qualit di stoffe, e lo aiutava a registrare la mercanzia; a far delle somme, riserbandosi sempre le operazioni pi noiose e pi materiali.
Se avesse potuto seguire il suo esempio, e contentarsi di una vita modesta e della soddisfazione di fare il proprio dovere!
Qualche cosa di pi forte della sua volont lo spingeva a cercare la gloria, a slanciarsi nel mondo. Ad una vita modesta, ignorata, non si sarebbe certo rassegnato. Voleva lottare; forse sarebbe morto nella lotta, ma se riusciva, anche suo padre, pel primo, gli avrebbe dato ragione. Se venisse quel giorno!
E la sua mente riprese a far castelli in aria: quasi era contento di trovare che le cose non gli andavano tanto lisce sul principio per agguerrirsi alla lotta; il suo trionfo sarebbe molto pi grande se poteva riuscire senza l'aiuto di nessuno. Avrebbe cominciato subito il giorno appresso a scrivere in qualche giornale, tanto per farsi conoscere. Ma poi, avrebbero accettato gli scritti d'uno sconosciuto e non glieli avrebbero rifiutati? Se almeno avesse trovato il suo amico, lo avrebbe presentato a qualche editore, o a qualche giornalista. Era cosa dura per lui non conoscere nessuno. Non gli restava altra speranza che rivolgersi al signor Rivetta; del resto lo avea promesso al babbo e alla sorella, e quantunque non fosse persuaso che gli potesse giovar molto, pure decise di fargli una visita il giorno dopo, non foss'altro per sfuggire a quell'isolamento che l'opprimeva.
S'addorment con questi pensieri e la mattina si trov contento della decisione presa; infine, se la famiglia Rivetta non gli fosse andata a genio, era libero di starne lontano, una volta fatta la visita di convenienza.
Si diresse quindi coraggiosamente allo studio del signor Rivetta, pensando che si regolerebbe a seconda dell'accoglienza ricevuta.
Il signor Rivetta era un uomo alto, vigoroso, di mezza et, affabile, sorridente quando si trovava in casa o in societ, ma accigliato e affaccendato quando si trovava nel suo ufficio; era tormentato dalla febbre del lavoro, in lui divenuta una consuetudine, e dal desiderio del riposo; volea lavorar molto per giungere in pochi anni al riposo desiderato. Era riuscito colla sua attivit ad essere uno dei primi e dei pi ricchi industriali d'Italia, ma non era ancora contento; voleva andare avanti; ci che nella sua industria si faceva all'estero turbava i suoi sonni, e il migliore elogio che si potesse fare alla fabbricazione delle sue stoffe era di trovarle eguali o superiori a quelle di Lione o d'Inghilterra. Quando gli venne annunciato il signor Giorgio Leonardi era nel suo scrittoio che discuteva appunto con alcuni capi della fabbrica. Non era il momento opportuno di ricevere una visita, ma il padre di Giorgio era uno di quei clienti che sempre fanno onore ai loro impegni, avea una casa solida e pens che non bisognava disgustarlo. Provava inoltre della simpatia per quel vecchio amico che era rimasto abbagliato e in ammirazione l'unica volta che gli avea mostrato la sua fabbrica. Perci fece passare Giorgio, pensando fra s: "lo sbrigher presto."
Appena entrato, Giorgio rimase alquanto confuso vedendo innanzi a s tante persone che non conosceva; oltre agli operai che stavano discutendo col signor Rivetta, c'era seduta presso ad un tavolino una bella ragazza occupata con un immenso registro che aveva davanti a s e che appena lo vide gli diede uno sguardo cos ardito con due occhietti vispi e scintillanti che lo resero timido e impacciato. Egli si rimise subito dal suo imbarazzo e consegn al signor Rivetta la lettera del babbo.
- Ho tanto piacere.... - disse il signor Rivetta stendendogli la mano. - E come sta il mio buon amico? sta bene? e gli affari vanno sempre a gonfie vele?
Poi, dando un'occhiata alla lettera del signor Leonardi:
- Dunque voi venite a stare qualche tempo con noi? Bravissimo; vi far conoscere la mia famiglia; anzi, dovreste venire questa sera a prendere il caff a casa mia; qui, vedete, sono pieno di faccende, non posso accogliervi come vorrei; vi far conoscere mia moglie e le mie figlie; ecco intanto, per cominciare, mia nipote Camilla.
S dicendo tocc un braccio alla bella fanciulla seduta accanto a lui, che in quel momento era assorta nei suoi registri; e le fece vedere la lettera del signor Leonardi.
Essa alz gli occhi, sorrise e gli sporse da stringere una manina fine, delicata, che per dopo aver leggermente stretta quella di Giorgio riprese la penna e ritorn a scriver cifre sul mastro.
- Dunque siamo intesi, - disse il signor Rivetta a Giorgio; - a rivederci questa sera a prendere il caff a casa mia; sapete il mio indirizzo? Via Bigli....
- Lo so, lo so, - rispose Giorgio congedandosi, e vedendo che era di troppo. - Tante grazie.
- A rivederci, - gli grid dietro il signor Rivetta.
L'accoglienza era stata cordiale, ma si vedeva che quelle persone erano affaccendate e contente d'essersi liberate da un visitatore inutile.
Giorgio uscendo era incerto se dovesse accettare l'invito. Il signor Rivetta era affabile, simpatico; la sua bella nipote gli avea sorriso cogli occhi, colla bocca, con tutta la fisonomia, ma non gli avea detto una parola, e gli avea fatto una strana impressione quella testolina intelligente piegata su quel librone gigantesco e quella manina delicata che allineava cifre sopra cifre. Dovea esser una fanciulla strana; un enigma che avrebbe desiderato sciogliere. Del resto non dipendeva che da lui, bastava che accettasse l'amicizia che gli veniva offerta con tanta cordialit e cominciasse coll'andare la sera in casa Rivetta.
Ma si sarebbe poi trovato bene in una societ dove anche le donne si occupavano d'affari? Certo non avrebbero parlato che di fabbricazione di stoffe, di conti, di speculazioni; discorsi ch'egli avea cercato di fuggire lasciando la casa. Questo lo teneva incerto; non c'era dunque caso, gli affari lo perseguitavano anche a Milano, non lo lasciavano in pace; come le spire d'un serpente l'avvolgevano e volevano soffocarlo. Egli pens che se fosse andato in casa Rivetta, il suo viaggio sarebbe stato inutile; era come cadere dalla padella nella brace. Meglio solo che andare ancora fra le spire di quel serpente. Qualche momento risolveva di non andarvi, poi pensava alla faccia di Camilla, sentiva il bisogno di trovarsi in mezzo ad una famiglia, di vedere uno sguardo di donna posato sopra di lui; e mille incerti pensieri turbinavano nella sua mente.
Come tutti i caratteri indecisi, calcol d'aspettare; si sarebbe regolato secondo le circostanze. O trovava un conoscente per poter passar la serata, e ci sarebbe stato quello che desiderava maggiormente; oppure si sarebbe risolto ad entrare in quella famosa famiglia Rivetta che aveva tutte le simpatie di suo padre e di sua sorella; e si ripeteva che non era poi obbligato a ritornarci se si fosse annoiato, e che in ogni modo era sempre un argomento di studio che gli si offriva in quella famiglia e gli avrebbe giovato se volea scrivere qualche cosa. Egli si sentiva artista nel profondo dell'anima e perci provava un prepotente bisogno di studiare il vero, tanto pi in un tempo in cui l'amore del vero giunge all'esagerazione fino al punto da rendere inutili e voler sopprimere i migliori ideali.
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CAPITOLO 3.
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Il signor Rivetta s'era fatto da s quello che era, perch dalla piccola fabbrica di stoffe, che consisteva in sei telai Jacquard, lasciatagli dal padre, al grandioso stabilimento che possedeva nelle vicinanze di Como, fornito di tutti i ritrovati della scienza moderna, del cammino ne avea fatto parecchio. I pochi telai coi quali aveva cominciato s'erano moltiplicati sempre pi fino a dover fabbricare uno stabilimento grandioso, il quale era posto in moto da quelle due forze sorprendenti che sono l'acqua e il vapore; egli seguiva attentamente tutti i progressi che la scienza apporta allo macchine per la fabbricazione delle stoffe, e subito arricchiva il suo stabilimento di telai e di macchine provenienti dalla Svizzera e dall'Inghilterra. I primi tentativi gli erano riusciti, ed egli s'era incoraggiato a proseguire, tanto che aveva gi circa mille operai nel suo stabilimento, e pensava di aggiungervi una tintoria modello, per poter raggiungere anche nella tinta delle sete quella perfezione a cui sempre aspirava. Egli lavorava tutto il giorno incessantemente, e provava la volutt del lavoro e del progresso. Invano sua moglie gli andava dicendo che s'affaticava troppo e si lagnava nel vedere che le occupazioni non gli lasciassero tempo di dedicarsi alla famiglia; ma il lavoro era la sua vita, e solo in quei momenti di riposo quando si trovava in mezzo alla famiglia e gustava un pranzo delizioso, era felice e si scordava volentieri gli affari e le lotte di una vita operosa. Egli gustava quelle comodit dell'esistenza che s'era create col lavoro, e quantunque stanco, poco curante di andare in societ, invitava spesso a pranzo qualche amico, e la sera gli piaceva di ricevere delle persone, e parlare anche di cose leggere e inconcludenti. Sua moglie era una donna di mente piuttosto limitata, s'interessava poco agli affari del marito e si lagnava sempre perch lasciava a lei il peso della famiglia, che non doveva certo essere un gran peso, visto che il signor Rivetta spendeva largamente e senza contare, e avea un bel numero di persone di servizio.
Dal suo matrimonio avea avuto due figlie, Sofia e Gina, che al tempo del nostro racconto erano due ragazze che promettevano bene. Sofia, ambiziosa quanto mai, avendo avuto una perfetta istruzione, aspirava a grandi cose; essa avrebbe voluto tutto sublime, cominciando dal cibo e dai vestiti e venendo fino alle persone che frequentava. Gina era d'indole pi dolce e modesta, e si lasciava rimorchiare ora da sua sorella, ora dalla mamma, ora da sua cugina; perch il signor Rivetta aveva in casa una nipote, la quale gli era di grande aiuto nei suoi affari; ed  appunto quella che abbiamo veduto nel suo ufficio.  presto detto come l'avesse accolta in casa. Egli avea una sorella che adorava, ma si era guastato con lei quando volle fare un matrimonio di sua testa, senza dar retta ai suoi consigli. Ebbe un bel persuaderlo che sposava uno dei suoi amici, ma egli le ripeteva:
-  appunto perch lo conosco che so non sar mai un buon marito; come compagno pu andare, come cognato non mi garba.
Ma tant', ella avea voluto fare a modo suo, era andata a star lontano, ed egli per molti anni non ne avea pi inteso parlare.
Un giorno gli capit una lettera desolata di quella sua sorella, che pure era stata la sua compagna d'infanzia; era moribonda e lo supplicava a recarle un saluto, ad accogliere le sue ultime volont.
"Perdonami; sono stata punita abbastanza," diceva nella sua lettera.
Il signor Rivetta avea sempre conservato in fondo al cuore una buona dose d'affetto per questa sorella; il tempo avea fatto un po' sfumare il dispetto del suo matrimonio, e al ricevere quella lettera non prov che un crudele rimorso d'averla dimenticata, e corse ad abbracciarla.
Giunse appena a tempo di udire la sua voce.
- Hai avuto ragione, - gli disse, - a non approvare il mio matrimonio; sono stata molto infelice; mio marito m'ha abbandonata nella miseria ed ho dovuto lavorare per mantenere la mia bambina. Sapevo che non mi sarei rivolta invano a te, ma diedi retta al mio falso orgoglio e non ti scrissi nulla. Ora sono pentita, non tanto per me quanto per la mia bimba, una povera infelice, disgraziata dalla nascita perch priva del dono dell'udito e della parola.
- Sordomuta! - esclam il signor Rivetta.
- S; forse in causa dei dispiaceri che ebbi durante il tempo che la portai nel seno, nacque priva dell'udito, e perci condannata a vivere in mezzo ad un silenzio sepolcrale. Se fossi rimasta io al mondo, in compenso della sua sventura le avrei voluto rendere la vita pi lieta che mi fosse possibile; invece....
Un singhiozzo le tolse di proseguire.
- Far di tutto perch possa esser felice, - disse il signor Rivetta; - l'amer pi che se fosse mia figlia.
La moribonda chiuse gli occhi per sempre rallegrata da queste parole, e il signor Rivetta condusse la piccola Camilla a casa sua.
Quando la signora Rivetta vide quella bimba tutta nera che le gett fra le braccia il marito, and sulle furie.
Doveva dunque tenersi quel mostricino per figlia? non ne aveva abbastanza della sua?... - Gina a quel tempo non era ancora nata. - E muta per giunta?
- Una ragione di pi, - disse il signor Rivetta, - per averne compassione; e poi l'ho promesso mia sorella moribonda, che provo tanto rimorso d'avere abbandonata alla sua sorte. Se avessi veduto, - continuava, - che miseria! E dire che noi si nuotava nell'abbondanza, mentre forse essa moriva di fame! Vedi, se non potessi far qualche cosa per la memoria di quella poveretta, sarei infelice, e il rimorso mi roderebbe l'esistenza; ma posso riparare alla mia noncuranza col render felice quella fanciulla, che sento gi di amare e di compiangere.
La signora Rivetta non era in fondo cattiva e si rassegn a quell'ospite nuovo che veniva a far parte della sua famiglia; per non ebbe mai molta simpatia per Camilla, specialmente vedendo come il marito avesse pi affetto per lei che per le proprie figlie.
Camilla crescendo divenne bella ed intelligente; della sua disgrazia forse soffriva molto in cuor suo, ma non dava noia agli altri; se non avea il dono della parola, capiva tutti ad un cenno o al muover delle labbra; si rendeva utile in tutto quello che le era possibile, non c'era lavoro donnesco che non sapesse fare colle sue manine di fata; e dopo essersi provata una volta ad aiutare il signor Rivetta in un tempo di lavoro straordinario, egli la trov cos esatta nella tenuta dei libri, cos diligente nel fare le somme, con una calligrafia cos chiara e intelligibile, che le propose di aiutarlo, anche collo scopo di darle un'occupazione un po' seria. Ella ne fu felicissima, e in poco tempo ci si abitu cos bene che lo zio la chiamava il suo braccio destro, e disse che non avrebbe pi potuto far a meno d'un simile impiegato.
Essa era contenta di poter essere utile e occupata tutto il giorno; in ozio non avrebbe potuto vivere nel suo eterno silenzio; inoltre le piaceva trovarsi sempre in mezzo alla gente e al movimento, e sembrava godere cogli occhi quello che non lo era dato godere coll'udito.
Il giorno che Giorgio Leonardi era stato a far visita al signor Rivetta, a tavola si parl del giovane; e il signor Rivetta disse che sarebbe venuto nella serata.
- Com' questo giovane? - chiese la signora Rivetta.
- Sar un provinciale, - disse Sofia.
- Tutt'altro! - rispose il signor Rivetta, -  un giovane molto ammodo e molto simpatico, a quello che ho potuto vedere, perch in quel momento ero tanto occupato.
- Com'? - chiese Gina scuotendo Camilla per un braccio, e ripetendole la domanda soltanto con un moto delle labbra.
"Un giovane molto simpatico," scrisse con una matita Camilla sopra un fogliolino di carta che teneva sempre davanti a s.
- Avete inteso? - disse Gina; - quando l'ha detto lei potete star certi che  cos; non le sfugge nulla.
-  un poeta, - disse il signor Rivetta; - un giovane pieno d'intelligenza; anzi suo padre mi scrive che non vuol dedicarsi al commercio e mi prega di mostrargli il mio stabilimento per invogliarlo a darsi almeno all'industria.
- Che sciocchezze! - disse Sofia. - Poter essere un poeta, un artista, e fare il negoziante! Che idee piccole hanno in provincia!
- Prima di tutto colla poesia non si pranza, - sentenzi il signor Rivetta; - egli possiede qualche cosa,  vero, ma in commercio si potrebbe far ricco e invece....
- Potr aver un nome illustre; tutto non si pu avere, - disse Gina.
- E poi, se  simpatico e intelligente, potr trovare una moglie ricca, - soggiunse Sofia. - Un uomo che ha un valore in s non perisce mai.
- Anch'io son d'opinione di non rimuoverlo dalla sua idea se vedo che abbia una vera vocazione per la letteratura, - disse il signor Rivetta; - non lo consiglier certo a seguire la professione di suo padre; so le fatiche che ci vogliono per creare uno stabilimento come il nostro, e piuttosto che un piccolo industriale di provincia  meglio essere un artista; almeno la vita  pi bella.
Camilla stava attenta e cercava di cogliere al volo qualche frase; capiva che parlavano di Giorgio, e quel discorso la interessava.
- Verr? - chiese con un cenno a Gina.
- Il babbo l'ha invitato.
- Avrei piacere che venisse, mi piace tanto, - scrisse colla sua matita.
Camilla era abituata a scrivere ci che pensava su tutto e tutti, senza che alcuno le facesse caso, forse in causa della sua sventura; a lei era lecito esprimersi colla massima franchezza e non era riguardata in casa come le altre ragazze.
Essa d'altronde avea una penetrazione tutta particolare; con uno sguardo valutava una persona e si poteva esser certi che il suo giudizio era giusto; dovendo tener tutto chiuso in s, sentiva molto e palesava i suoi sentimenti senza reticenze. Avea delle simpatie che andavano fino all'entusiasmo, e delle antipatie che rasentavano l'odio.
Lo zio avrebbe veduto volentieri per la sua felicit che prendesse marito, e malgrado la sua sventura le occasioni non le erano mancate; molti impiegati del signor Rivetta s'erano invaghiti della bellezza di Camilla e delle sue qualit commerciali, e l'avevano chiesta in matrimonio.
Il signor Rivetta sarebbe anche stato contento di associare alle sue imprese il marito di Camilla; ma ella avea rifiutato tutti, cos era giunta all'et di venticinque anni, e in casa calcolavano che dovesse rimanere sempre zitella. Del resto anch'essa lo avea dichiarato e scritto con tanto di lettere.
"Uno che sposa una disgraziata come me o lo fa per interesse, e ci sarebbe per me una infelicit assai maggiore di quella di vivere nel mondo dei sogni, o lo fa per un capriccio passeggero ed io sarei infelice come la mia mamma. La mia mente  tanto occupata, sono tanto circondata d'affetto, che non desidero altre affezioni e non ho tempo di pensare ad altro, e sar meglio che pensiate a dar marito alla mia cugina Sofia."
Ma Sofia avea anch'essa le sue idee; non si sarebbe contentata del primo venuto. Anzi avea fatto il suo calcolo perch era una ragazza positiva; molto meno bella di Camilla, ma ricca abbastanza per poter scegliere; aspirava al sublime, le sarebbe importato poco anche sposare un vecchio; non ci teneva molto alla bellezza, ma voleva che suo marito pel suo talento, per la sua condizione o per la sua ricchezza si elevasse sulla comune degli uomini. Essa pensava tutto queste cose, ma non lo esprimeva, aspettando l'occasione per coglierla al varco.
Gina invece era pi modesta, pi bambina; non avea idee proprie, qualche volta faceva sue quelle della sorella, qualche altra dava retta ai consigli di Camilla che la proteggeva e l'amava d'un amore materno, e come sapeva amar lei quando provava affetto e simpatia per una persona; essa rimpiangeva ancora il tempo in cui le regalavano delle belle bambole e Camilla le vestiva come non avrebbe potuto fare una sarta parigina; o le dispiaceva che la sua dignit di fanciulla di diciott'anni non le permettesse pi di giocare. Si contentava di scherzare con Flik, il cagnolino di Camilla, ch'essa chiamava il suo amico e il solo che potesse capir bene i suoi cenni.
Terminato il pranzo, il signor Rivetta s'era seduto accanto al caminetto e fumando un sigaro leggeva i giornali della sera.
Camilla avea preso un libro, mentre Flik se ne stava accovacciato sui suoi ginocchi; Gina, un ricamo, e Sofia pensava alla forma del suo cappellino nuovo. La signora Rivetta borbottava colle persone di servizio perch non erano abbastanza attente ai suoi cenni; ma vedendo che nessuno le dava retta, tanto erano avvezzi alle sue querimonie, and in cucina a sfogare il suo malcontento; e per qualche minuto regn nel salotto il massimo silenzio e raccoglimento. Una suonata di campanello ruppe quel silenzio.
- Che sia il signor Leonardi? - disse Sofia.
- Forse, - rispose il signor Rivetta.
Camilla stava immobile, collo sguardo fisso sull'uscio. Invece del giovane aspettato entr una donna di mezza et, e tutti le corsero incontro a far festa.
- Donna Marina! Brava! che si  ricordata di noi. - disse Sofia.
- Si voleva venire per vedere se fosse ammalata, - soggiunse Gina.
- Se sapeste, ho avuto forestieri, - rispose la nuova venuta; - una mia amica d'infanzia, la contessa Arduini. Ho dovuto girare, correre; la sera poi ero stanca e non mi movevo di casa.
Fu fatta sedere sul canap nel posto d'onore e tutte le ragazze le fecero circolo, compresa Camilla.
-  un pezzo che non va in casa Argellani? - chiese Sofia.
- S,  qualche giorno.
- Sarei curiosa di sapere dove le marchesine hanno preso i cappellini che avevano quest'oggi.
- Saranno quelli venuti da Parigi; so che li aspettavano.
- E dire che anche noi si potrebbe aver sempre cappellini di Parigi col babbo che ci va due volte all'anno; ma non ci porta mai nulla.
- Vado per i miei affari, - disse il signor Rivetta, - e non voglio impicci io.
In casa Rivetta facevano una gran festa a donna Marina, sopratutto perch portava notizie di quel mondo aristocratico a cui le ragazze aspiravano ma non vi erano ammesse, e si pu dire che col suo mezzo ne conoscevano tutti i pettegolezzi, tutti i misteri.
Donna Marina era vedova e viveva sola. Apparteneva ad una famiglia nobile decaduta di provincia; il marito, volendo col gioco ricuperare la sostanza perduta, perdette il resto e le lasci appena il necessario per vivere.
Viveva infatti molto modestamente; anzi, in casa meschinamente, quantunque cercasse che ci non apparisse al di fuori.
Le cinque stanze del suo piccolo quartierino, nei giorni di ricevimento venivano trasformate in tanti salottini. L'unico domestico era, secondo il caso, servitore o cuoco, coll'aiuto d'un semplice travestimento. In compenso, donna Marina parlava spesso di una cameriera che non aveva e di ville che possedeva in sogno.
Essa passava sempre la sera fuori di casa per molto ragioni: prima di tutto perch si sarebbe annoiata sola, poi perch cos risparmiava il lume e la legna, e per giunta trovava qualche cosa che le rinvigoriva lo stomaco se il pranzo era stato troppo leggero.
Continuava a frequentare le case aristocratiche in grazia del suo nome, ma non potendo gareggiare colle altre signore per l'eleganza, ci andava di rado e stava quasi in un cantuccio. Per aver tutte le sere occupate frequentava di pi le famiglie della borghesia, ove si trovava molto bene, e si compensava ad usura delle umiliazioni che qualche volta le toccavano nell'alta societ.
In queste famiglie era fatta segno alle premure di tutti, essa dominava, dirigeva la conversazione e si sentiva libera; le conoscenze aristocratiche servivano a darle una certa importanza, ed essa non faceva che parlare della contessa A., della marchesa B., sue intime amiche, dei loro abbigliamenti, di ci che facevano, e cos via.
Le signorine Rivetta si godevano un mondo a quei discorsi, e specialmente quando parlava delle marchesine Argellani che abitavano dirimpetto e che avevano occasione di osservar parecchie volte in una giornata.
- Ci ander presto dalla marchesa Argellani? - chiese la signora Rivetta a donna Marina.
- Forse ci andr domani a sera.
- Mi farebbe proprio piacere se chiedesse per me un'informazione d'una cameriera alla marchesa, - continu la signora Rivetta.
- Volentieri; ma non sono certa d'andarci, - ripigli donna Marina. - L, non si pu andare in confidenza; bisogna sempre abbigliarsi e qualche volta non ne ho voglia.
Non era certo l'abbigliamento che desse noia a donna Marina, perch non ne avea tanti da variare, ma le seccava quando era in casa Argellani parlare delle relazioni che avea colla borghesia.
- E poi, - soggiunse, - c' sempre tanta gente, e qualche volta non posso dire alla marchesa nemmeno una parola.... specialmente parlar di persone di servizio; ma se vien fuori il discorso, se mi capita l'occasione, lo far volontieri. E come si chiama questa ragazza?
- Lena.  una loro contadina; l'autunno scorso, quando erano in campagna, aiutava la cameriera, e cos ha imparato qualche cosa. Voglio provare una contadina, visto che in citt non c' da far bene.
- Allora pu prenderla addirittura, finch non  ancora guastata; quando vengono dalla campagna si possono abituare come si vuole, - disse donna Marina.
- S, ma vorrei aver ragguagli sul suo carattere, sentire se  ubbidiente; mi rincresce prendere in casa una persona senza saper nulla sul suo conto.
- Va bene, - disse donna Marina; - se non avete fretta ne parler alla marchesa.
-  simpatica quella ragazza, - disse Sofia.
- A Camilla non piace, - disse Gina. -  vero? - e diede una scossa alla muta.
- Per me una cameriera o l'altra  indifferente, - rispose con un cenno Camilla, che era impaziente che venisse Giorgio e non le premevano quei discorsi.
Poi raccontarono a donna Marina che aspettavano quella sera un giovane, un forestiero, un poeta.
Donna Marina era felice quando potea trovarsi con un artista o un letterato per poter far sfoggio delle sue cognizioni; fra le altre pretese avea anche quella di voler giudicare le opere dell'ingegno. Essa dava la sua sentenza sui nuovi romanzi, criticava i drammi, e si vantava d'aver avute delle discussioni letterarie con Alessandro Manzoni.
Mentre facevano questi discorsi, entr Giorgio Leonardi. Sul primo momento ci fu nella sala un po' di confusione.
Il signor Rivetta si alz, accolse con molta cordialit il nuovo arrivato e lo present alla sua famiglia e a donna Marina.
Giorgio era un bel giovane e d'aspetto simpatico, che per giunta si presentava assai bene.
Passato il primo momento d'imbarazzo inevitabile ad una persona che per la prima volta entra in un salotto e si trova fra gente sconosciuta, egli si sedette vicino a Camilla, che conosceva di pi, avendola veduta la mattina, e cominci a rivolgerle la parola.
Camilla pendeva dalle sue labbra, stava attenta a tutti i suoi movimenti, ma non avea tanta dimestichezza con Giorgio da poterlo comprendere dal solo movimento delle labbra e gli rispondeva sorridendo.
-  muta, - gli disse il signor Rivetta, - e per ora non vi pu capire se non scrivete.
Giorgio si trov confuso di quel modo inaspettato che gli si offriva di far conversazione e stentava a prendere in mano la matita che gli veniva offerta.
- Non deve far fatica a scrivere, - gli disse donna Marina.
Giorgio fece in scritto qualche domanda alla muta, ed essa gli chiese di farle leggere alcuna delle suo poesie.
- Bisogna prima scriverne, - avea riposto Giorgio.
Egli non avea portato nulla dei suoi scarabocchi con s, e gli rincresceva non poter appagare il desiderio della bella fanciulla. Il signor Rivetta gli chiese se intendeva proprio dedicarsi alla letteratura.
Giorgio rispose, quasi scusandosi, che non si sentiva portato per il commercio e aver deciso di dedicarsi alle lettere. Il signor Rivetta approv la sua decisione.
- Se sapeste, - gli disse, - quante noie abbiamo noi uomini d'affari, bisogna lottar sempre, irritarci continuamente, dipendere dagli altri. Vi assicuro che  una lotta di tutti i giorni, di tutte le ore, che abbrevia ed amareggia la vita; e quando ci si  dentro bisogna continuarla, in quel modo che non si pu arrestare tutt'ad un tratto una macchina in moto. Ma voi fate bene a non entrare in questo ingranaggio, almeno, se riuscirete, sar tutta vostra la gloria. Io per mio conto v'invidio.
A Giorgio parve di cader dalle nuvole; egli che s'aspettava che il signor Rivetta perorasse la causa del padre, trovava invece un alleato. Quanto avrebbe pagato che suo padre fosse l presente ad ascoltarlo!
Rispose per che anche la sua carriera aveva degli scogli, che prima di poter cogliere il frutto del proprio lavoro bisognava affrontare un cammino pieno di incertezze e di disinganni, che c'erano molti ostacoli da superare e forse non si sentiva abbastanza forte per giungere alla meta.
Il signor Rivetta gli chiese cosa intendesse di fare.
Egli rispose che volea sul principio scrivere in qualche giornale con un pseudonimo per tentare il gusto del pubblico; ma non sapeva a chi rivolgersi, non conoscendo nessuno.
Il signor Rivetta gli offerse una lettera di raccomandazione per un giornalista suo amico.
- Tanto per cominciare, - gli disse; - dopo, se, avete ingegno, come si dice, vi farete strada da voi.
Giorgio era tutto felice, non si sarebbe proprio aspettato di aver tanto aiuto dalla stessa persona che la mattina avea veduta in faccende nel suo studio, e nemmeno di passare la sera in una famiglia tanto colta e istruita, dove si parlava di cose che lo interessavano.
Pi tardi entr un signore che il Rivetta present come professore Rasini. Era il maestro di musica delle ragazze, un uomo allegro e piacevolissimo, che andava qualche volta a passar la serata in quella casa ospitale.
La conversazione si fece sempre pi animata; soltanto Camilla soffriva di dover starsene silenziosa senza udir nulla di quello che si diceva intorno a lei.
Essa continuava a scrivere o a far cenni a Giorgio che le facesse leggere qualche suo scritto.
- Un verso solo, - gli chiedeva la muta; egli avea un bel ripeterle che avea pubblicato qualche articolo sui giornali di provincia ma non avea portato nulla con s. Essa voleva a tutti i costi che le scrivesse l per l qualche cosa.
Pi tardi si sarebbe provato, ma temeva di non poterci riuscire quella sera.
Poi Camilla chiese alle sue cugine che facessero un po' di musica.
Era una cosa strana trattandosi d'una muta; ma essa era felice quando le sue cugine si mettevano al pianoforte. Le piaceva veder quel continuo movimento sulla tastiera e colla sua immaginazione pensava a melodie mai sentite, a vibrazioni strane, e quando le si chiedeva perch amasse tanto la musica, rispondeva che doveva essere una bella cosa, giacch nessuno parlava pi e tutti stavano ad ascoltare muti come lei; e se gli altri si divertivano ad udire quelle melodie, essa si figurava che quelle note di musica saltassero nell'aria e formassero un bel quadro.
Il pi strano ancora si era che sapeva dire se un pezzo era stato divertente. Questa cosa la scopriva dall'espressione dei volti. Lo avea palesato a Gina, che era la sua confidente.
Giorgio non amava la musica; egli non la capiva, forse gli era venuta in uggia a cagione di tutti i pianoforti che presso casa sua col loro suono monotono disturbavano le sue meditazioni. Perci, mentre Sofia s'era posta al pianoforte, egli andava pensando ad alcuni versi che avrebbe scritto pi tardi, facendo credere d'improvvisarli.
Sofia suon una sinfonia di Beethoven e cercava di far del suo meglio appunto per Giorgio; gli altri l'avevano intesa tante volte e a lei premeva di figurare col giovane poeta. Egli invece seguiva nella sua mente un'idea e della musica non udiva che un mormoro confuso come uno stormir di foglie agitate dal vento.
Quando il pezzo fu finito, si riscosse e disse a Sofia, che gli sedette vicino e pareva aspettasse un complimento:
- Benissimo, ella suona con molta espressione.
Sofia vedendo il successo ottenuto cant una romanza, la quale permise a Giorgio di terminare nella sua mente i versi che doveva scrivere pi tardi. Camilla gli si avvicin e gli diede un bigliettino sul quale era scritta questa domanda:
"A cosa pensate quando suonano o cantano?"
"La musica mi fa pensare ai mondi infiniti lontani. E a voi?"
"La musica mi diverte perch leggo nei vostri volti i sentimenti che vi risveglia; e poi mi piace quella danza dei tasti e dei martelli del pianoforte."
Essa gli chiese ancora qualche cosa, due soli versi per il suo album:
- Prover ad improvvisarli, - disse Giorgio. - Prima scriver sopra un pezzo di carta dei versi che trascriver poi sul vostro album.
Egli si mise a pensare.
- Scriva una romanza per me, - disse Rasini.
Giorgio stette un po' pensieroso, poi rispose:
- S, scriver appunto una romanza; cos lei, maestro, potr metterla in musica e la signorina Sofia cantarla. Intanto parlino, non si occupino di me, - soggiunse rivolto agli astanti.
Tutti ripresero i discorsi interrotti; soltanto Camilla alz gli occhi dal ricamo che teneva sempre in mano per darsi una posa e li tenne fissi sopra Giorgio che stava scrivendo.
Si capisce che voleva scrutare la di lui fisonomia e forse imparare il segreto dell'ispirazione.
Il volto di Giorgio era bello in quel momento, i suoi occhi scintillavano e un bel colorito roseo si diffondeva sulla sua faccia. Egli scriveva quello che avea pensato da un'ora, ma mano mano che scriveva il cuore gli batteva forte e la mano gli tremava, era la prima volta che stava per esser giudicato fuori del suo paese e provava una certa emozione. Quand'ebbe finito, tutti vollero leggere e fecero per strappargli la carta di mano; ma il signor Rivetta preg di dare la preferenza a Camilla. Poveretta! Il piacere della lettura era il solo che le fosse concesso, la sola preferenza che potesse avere.
- Ha ragione, - disse Giorgio; - spetta a lei; ho scritto per il suo album.
Camilla non intese, ma cap il senso di quel discorso, e ringrazi il signor Rivetta e Giorgio con un'occhiata, strappando quasi di mano il manoscritto che quest'ultimo le offriva. Si mise a leggerlo con avidit, e quand'ebbe finito si asciug una lagrima. "Bellissimo," scrisse in un vigliettino a Giorgio.
- Ora potremo leggerlo anche noi, - disse Sofia.
- Potrebbe leggerlo l'autore ad alta voce, - interruppe donna Marina.
- Benissimo, - esclam il signor Rivetta; - Camilla l'ha letto, non ho quindi nulla in contrario.
Giorgio volea schermirsi, dicendo che non sapeva leggere i suoi versi; e poi era una cosa cos estemporanea, buttata l al momento, senza pretesa, dei veri versi da album, che a sentirli pronunciare ad alta voce l'avrebbero fatto arrossire. Ma non ci fu verso, dovette sottomettersi per non sembrar scompiacente, e lesse in mezzo al pi profondo silenzio:
VORREI DORMIR.
Vorrei dormir in seno al mar profondo
E aver sul capo il nembo e la tempesta;
Vorrei dormir, dimenticare il mondo,
Sopra l'alghe posar la stanca testa,
Cos trovar l'oblio d'ogni dolore
E d'ogni spina che mi strazia il core
E per lo spazio qual seme smarrito
Scomparire nel mar dell'infinito.
- Benissimo, - sclam donna Marina; -  triste ma bella. Come avete fatto a scriverla cos in un momento?
- Me ne rallegro, disse il signor Rivetta; - non sono un giudice competente in fatto di versi, ma capisco che sono belli perch li sento qui nel cuore.
- Bravo, - salt su il maestro Rasini; -  proprio una bella romanza e voglio metterla in musica.
- Presto, maestro, - disse Sofia, - mi raccomando, voglio studiarla subito.
Giorgio se ne stava umile in tanta gloria; egli era contento. Fece due o tre copie della sua poesia, una per il maestro, una sull'album di Camilla, una per Sofia e un'altra per donna Marina.
Poi si conged dal signor Rivetta, il quale lo invit a pranzo per la prossima domenica, gli disse che sperava di vederlo spesso, nella sua casa, e offerse di aiutarlo in qualunque cosa avesse bisogno.
Giorgio promise di ritornare spesso, e usc tutto contento d'aver trovato una famiglia amica dove finalmente il suo ingegno era compreso. "E dire ch'io non volevo andarci dal signor Rivetta, e mi pareva di sacrificarmi soltanto per far piacere al babbo e a Giulia!"
Pens appunto di finir la serata scrivendo al babbo e alla sorella per dir loro che non si erano ingannati, egli pure avea trovato la famiglia Rivetta amabilissima, ed anzi contava di passare spesso delle sere e delle giornate in una casa tanto ospitale.
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CAPITOLO 4.
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Quella sera la societ in casa del marchese Argellani era pi numerosa dell'usato. C'era riposo alla Scala, e ci avea attirato in casa del marchese un maggior numero di visitatori.
La vecchia marchesa Antonietta, vero tipo di dama aristocratica, alta della persona, coi capelli bianchi e gli occhi che ancora mandavano lampi, se ne stava al solito posto circondata da un discreto numero di vecchi amici, coi quali discorreva del bel tempo passato e si lagnava della politica del giorno.
Intorno al salotto erano schierate quasi tutte le bellezze aristocratiche pi in voga, ognuna pi o meno circondata da un certo numero d'ammiratori, o formavano dei piccoli crocchi che poi si spostavano e si confondevano per formar circolo.
Il solo gruppo trascurato dai signori era quello delle ragazze formato dalle padroncine di casa Antonia e Maria, circondate dalle loro amiche. Esse da quel cantuccio facevano delle osservazioni poco benevole sul resto della societ. Anche la loro madre, la marchesa Amalia, era dall'altra parte della sala e con alcune amiche osservava poco benignamente la societ che avea radunata in casa sua.
Essa non era bella, e per vendicarsi di non essere stata abbastanza corteggiata in giovent, ora che la sua et volgeva al tramonto, s'era data alla religione e non faceva che prendersela coll'immoralit del secolo presente.
- Guardi, contessa, - diceva alla signora che aveva accanto, - se non  un vero scandalo; osservi donna Bianca.
La contessa osserv dove le accennava la marchesa.
- Ha ragione, - rispose; - non par vero come una signora si possa contenere a quel modo. Bisognerebbe dirglielo;  proprio un'indecenza.
Il fatto che suscitava l'indignazione delle due signore era che donna Bianca, la quale sapeva d'avere un bel piedino, lo teneva in modo che dal posto dove si trovava la marchesa non solo si poteva vedere un piedino da Cenerentola ben calzato con una scarpetta ricamata, ma anche la gamba stretta in una calza di seta azzurra fino al ginocchio.
-  un orrore, - continuava a dire la marchesa, - e Dio sa che discorsi faranno. Mi rincresce per le mie figlie che sono l vicine. Hanno un bell'esempio! ma come si fa? sono gi grandi e non posso pi tenerle nelle loro stanze; devono pur imparare a vivere in societ, altrimenti diventano tante selvaggie. Che pensiero aver delle ragazze al giorno d'oggi con questi esempi!
- E lei faccia capire a donna Bianca che il suo contegno non le piace punto, - soggiunse la sua vicina.
- Lo avrei fatto da un pezzo; ma sa bene, mio marito era amico del suo e non vuole; poi dice che  una bimba, che non fa nulla di male; si fa corteggiare, ecco tutto. Vede, quella donna ha stregato tutti, anche mio marito.
E la signora in discorso era infatti bellina; avea una testa da dipingere, degli occhietti vispi sempre ridenti, sempre in movimento, delle manine che teneva in mostra, e non stavano mai tranquille, proprio come i piedini. Era circondata da alcuni giovanotti che le facevano la corte. Quello che dicessero non si poteva capire, ma ogni tanto si sentiva echeggiare il riso squillante e argentino di donna Bianca e la si vedeva sempre in movimento, ora colla manina aggiustandosi un ricciolino sulla fronte, ora scotendo il ventaglio di penne di struzzo, ora dando un colpettino alla sua veste colla punta del piede. Le fanciulle dal loro cantuccio osservavano la sala e facevano le loro piccanti osservazioni.
- Guarda, - diceva l'Antonietta alla sorella; - ti piace la posa di donna Bianca?
- E la scollatura della Contessa Grimaldi?
- Se si facesse noi, - disse Maria, - chiss cosa direbbero! ma loro si possono permetter tutto.
- A me fanno pi uggia tutti quei bellimbusti che le attorniano, - salt su a dire una ragazza che avea udito quei discorsi.
- Infatti sono ridicoli, - soggiunse l'Antonietta. - Guarda il conte Alessandri che vuol fare ancora il giovinotto con quei baffi tinti; e il marchesino che crede di essere un uomo e non ha un pelo di barba, e poi  lungo e secco che pare un pinolo; io credo che donna Bianca e la contessa Grimaldi si burlino di lui.
- In quanto a donna Bianca,  vedova, pazienza! ma dalla contessa Grimaldi che ha marito non so che cosa possano sperare.
E l'Antonietta pensava che se riuscisse a prendere anch'essa marito si vendicherebbe di tutti; vorrebbe tutti ai suoi piedi; anche lei farebbe come la contessa Grimaldi. Intanto ne studiava i movimenti, il modo di vestire, per imitarla a suo tempo.
L'attenzione delle fanciulle venne distratta dal giungere di donna Marina. Esse si diedero un'occhiata d'intelligenza e si misero il fazzoletto alle labbra per non dare in uno scoppio di risa.
Donna Marina quando entrava nel salone dei marchesi Argellani avea sempre un'aria impacciata.
Cominciava ad aver soggezione dei due domestici gallonati che le aprivano la porta; poi a dover passare sola nel suo eterno vestito nero, modesto, per quella fila di sale risplendenti di luce, camminare su quei tappeti dove il piede si sprofondava, si sentiva piccina, confusa, e affrettava il passo per giungere pi presto al suo posto. Per il vero supplizio era per lei quando entrava nel salone di ricevimento e si sentiva tutti gli occhi addosso. Essa avea fatto il possibile per accomodare il suo vestito di seta nero; sapeva che una signora della sua et con un vestito nero pu andare in qualunque posto; lo avea letto anche nell'ultimo giornale di mode. Il suo le pareva bello, visto nella sua cameretta; ci avea aggiunta una goletta di trina, proprio di trina antica che aveva appartenuto a sua nonna. Eppure era sempre cos: quando si trovava in quella sala in mezzo a quei lumi, a quegli abbigliamenti eleganti, le pareva d'essere alla berlina.
Anche quella sera prov l'istessa noia e affrett il passo verso la poltrona dove soleva star seduta la vecchia marchesa. Quando la vecchia marchesa s'alzava per salutarla e le diceva qualche parola gentile, essa respirava pi liberamente, e si faceva coraggio di andar a salutare la marchesa Amalia, la quale non l'accoglieva mai con quella squisita cortesia come la vecchia marchesa. Poi si metteva in un angolo, possibilmente nel vano d'una finestra, e nessuno s'accorgeva pi di lei; ed essa era felice di passare inosservata. In casa dei marchesi Argellani si annoiava moltissimo, ma ci andava tanto per dire d'esserci stata, e osservava tutto per andar poi a riportare quello che udiva e che vedeva dagli Argellani nelle case pi modeste, dove era qualche cosa, poteva dir la sua ragione anche lei e si compensava ad usura della noia che provava in casa dei marchesi.
Per se le capitava d'esser vicina alla vecchia marchesa Antonietta o a qualche vecchio signore dell'altro secolo, qualche parola poteva scambiarla e la serata le passava meno male. Qualche altra volta si metteva nel circolo delle ragazze, insegnava loro dei giochetti, dei nuovi lavori; e poi quando si scostava esse si divertivano a burlarla per i suoi nastrini, le sue golette visibili e il suo vestito fatto alla moda di qualche anno addietro.
Quella sera per le parve un vero miracolo quando la marchesa Amalia le fece un'accoglienza pi cortese del solito, la preg di sedere presso a lei e si lagn perch era stata tanto tempo senza venirla a vedere.
Donna Marina, che non era poi una sciocca, s'accorse che ci dovea essere una ragione in quella cortesia insolita e andava pensando quale potesse essere questa ragione.
Finalmente le venne fatto di scoprirla. La marchesa Amalia cominci a farle dello confidenze; essa era infelice, non pareva, perch non le mancava nulla, eppure aveva una spina al cuore avendo delle figlie gi da marito e non vedendo nessuno farsi avanti.
- Vede, - diceva, - se ci sono dei giovani non le guardano nemmeno; tutti fan circolo intorno alle signore maritate.  un orrore, uno scandalo. Qui a Milano  difficile poter trovare un buon partito per le mie figliuole. Lei, donna Marina, dovrebbe aiutarmi.
- Volentieri se potessi, - rispose donna Marina; - ma  una cosa delicata, e io faccio una vita cos ritirata, lontana dalla societ; vengo qui perch la marchesa Antonietta era amica della mia povera mamma, e mi mostra della benevolenza; e poi loro sono tutti tanto gentili.
- Per ha molte conoscenze nella sua citt, disse la marchesa Amalia, - l'ho veduta anche l'altro giorno con una forestiera.
- Si figuri, una mia intima amica, la contessa Arduini. Siamo state compagne di collegio. Sono una gran famiglia gli Arduini; hanno una genealogia che rimonta fino al tempo delle Crociate; hanno avuto poi molti personaggi nella loro stirpe, varii generali, due ambasciatori....
E non avrebbe terminato cos presto, se non fosse stata interrotta dalla marchesa:
- Lo so che gli Arduini sono d'una famiglia rispettabile, poi sono ricchi e religiosi, che  quello che mi preme di pi. Ma ci sono figli?
- Altro! - esclam donna Marina. - Due giovanotti; anzi la mia amica mi parlava del suo figlio maggiore;  una perla, soltanto un po' timido. Diceva appunto di mandarlo a Milano perch vivendo qualche tempo in una citt pi grande e frequentando la societ si facesse pi disinvolto. Mi piacerebbe proprio che si potesse combinare qualche cosa colla sua Antonietta. Scriver alla mia amica che lo mandi presto; poi glielo presenter. Lasci fare a me.
- Ma mi raccomando, sa, che la cosa resti fra noi, che nessuno sappia nulla, - disse la marchesa.
- Si figuri; lasci fare a me.
La marchesa quella sera fu sempre molto gentile con donna Marina, la quale era tutta felice d'avere la preferenza della padrona di casa, riguardata come la pi aristocratica di tutta la famiglia. Anche la marchesa Antonietta le fece tosto cenno di recarsi presso di lei: avendola veduta parlar tanto tempo colla sua nuora, era curiosa di sapere l'argomento dei loro discorsi. Non riusc per a scoprire nulla da donna Marina, tanto pi che s'avvicin a loro il marchese Luigi Argellani, secondo figlio della marchesa Antonietta, il quale viveva solo, e vedendo che l'antico patrimonio andava scemando, avea voluto darsi all'industria. Questa cosa non ebbe da principio l'approvazione della madre, sembrandole che un marchese Argellani derogasse alla sua dignit nel mettersi a lavorare come un semplice borghese; e per qualche tempo avea considerato la risoluzione del figlio come uno scandalo e non se ne poteva dar pace.
Coll'andar del tempo vedendo che gli affari del marchese Luigi prosperavano, divenne pi indulgente, anche perch la famiglia, per conservare l'antico splendore non poteva far senza del suo aiuto. Egli era solo, e guadagnando colla sua industria, poteva farlo senza nessun sacrifizio.
La marchesa Antonietta, appena ebbe il figlio accanto, gli chiese notizie delle sue orribili macchine.
- Vanno benissimo, - le rispose il figlio; - ne ho comperato una nuova venuta dall'Inghilterra, che  meravigliosa. Dovresti deciderti una volta a vedere il mio filatoio.  una bellezza; quei fili di seta sembrano d'oro e d'argento. E poi ho intenzione di mettere un torcitoio, e una tintoria. Vedi, i nostri gelsi producono i bozzoli ed io con l'aiuto delle mie macchine voglio trasformare i bozzoli in seta di tutti i colori, pronta per essere mutata in queste morbide stoffe che vi sono tanto care e che coprono i nostri mobili.
- Tu sai che odio le macchine, - disse la marchesa, - e per me vale di pi una matassa di seta filata da una rozza contadina che da tutti i tuoi filatoi.
E qui la marchesa raccont a donna Marina come lei odiasse tutto quello che era fatto a macchina; non ci trovava poesia, non c'era dentro il sentimento, e per lei avea un altro aspetto quello che era lavorato a mano da quello che era fatto con un congegno di ruote e cilindri.
- In un ricamo, - diceva, - vi  dentro qualche cosa di chi l'ha eseguito; in una fila di punti allineati, fini, si vede la precisione della mano diretta dal cervello; in un punto affrettato vedi un movimento d'impazienza; in un fiorellino ben riuscito scopri l'arte; poi c' il suo bello anche nei punti irregolari, contorti; ci vedi una certa nervosit, la vita insomma; mentre colle vostre macchine c' una uguaglianza, una monotonia, una noia da non dire. Io non adopero mai cose cucite a macchina, non mi piacciono, come non mi piace la ferrovia, che non ti permette di vedere il paese dove passi; il telegrafo, che ti toglie di vedere il carattere d'una persona cara; e la luce elettrica, che ti guasta la vista e ci fa sembrare tanti spettri.
Alcuni signori vicini approvavano per galanteria. Il marchese Luigi diceva scherzando che la sua mamma era molto retrograda; ed essa aggiungeva che infine era dell'altro secolo.
Si alz quando il domestico avvert che il tavolino del whist era pronto. Il marchese Luigi le si offerse compagno di gioco, perch non se n'avesse a male se l'avea trattata da codina.
E seguita da due altri vecchi signori che tutte le sere giocavano con lei, si ritir nel gabinetto vicino e s'impegn nella sua partita dimenticando le macchine e i progressi della scienza moderna.
Nella sala si chiacchier ancora un poco e si fece un po' di musica, finch venne l'ora del t; dopo, le ragazze volevano far quattro salti, ma la marchesa Amalia non permetteva che in quaresima si ballasse in casa sua. Le ragazze tennero un po' il broncio, dicendo che avevano diritto di compensarsi d'aver ballato poco di carnevale.
Pi tardi la marchesa trov ancora il destro di sedersi accanto a donna Marina e raccomandarle quella faccenda di cui le aveva parlato; e donna Marina si fece coraggio di domandarle informazioni della cameriera, di cui la avea pregata la signora Rivetta.
La signora Amalia rispose che era una ragazza intelligente, che in campagna avea qualche volta supplito la sua cameriera; ma non sapea dirle nulla di pi; del resto, potea provarla. Si sa, quando ancora vengono dalla campagna non hanno certi vizii e al giorno d'oggi  tanto difficile mettersi a posto. Preg poi donna Marina di venir un po' pi spesso a vederla anche di giorno dalle cinque alle sei, ora in cui l'avrebbe trovata sola. Quella sera donna Marina usc di casa Argellani tutta trionfante.
Nientemeno! la superba, l'aristocratica marchesa Amalia era stata quasi tutta la sera presso di lei! vero che avea il suo scopo, ma intanto tutta la societ aveva assistito al suo trionfo e tutta la notte pens al mezzo di combinare il matrimonio fra il conte Arduini e la marchesina Antonietta. Era una cosa possibile, e infine una volta che ci si metteva di mezzo lei, ci teneva di riuscire, sapendosi molto esperta in tal genere di faccende.
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CAPITOLO 5.
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Giorgio Leonardi, colla protezione del signor Rivetta, aveva trovato la sua via pi facile che non s'era immaginato da principio. Dietro una sua raccomandazione era stato accolto come collaboratore in un giornale letterario settimanale, ed ogni cosa che vi scriveva veniva lodata e commentata in casa Rivetta.  inutile dire che egli in quella casa si trovava bene e n'era divenuto un assiduo frequentatore. Vi era invitato a pranzo spesso, quasi tutte le sere vi si faceva vedere, e se i signori Rivetta andavano a teatro non mancavano d'invitarlo nel loro palchetto.
Egli finalmente si trovava in un ambiente simpatico, quale aveva sempre desiderato. Quella casa era frequentata da molti artisti e letterati. Se la conversazione della signora Rivetta non era molto piacevole, perch si aggirava sempre sulle sue vicende domestiche, delle quali si mostrava quasi una vittima, le figlie erano invece piacevolissime; ed anche Camilla, la muta, era dotata d'un ingegno tanto elevato che in lei poteva benissimo supplire alla parola. Essa scriveva sempre le sue idee, e in poche parole racchiudeva un pensiero, una sentenza, un giudizio; ed erano sempre parole tanto assennate che spesso dettavano legge alla societ; nutrita di forti studii e di buone letture, s'era formato nella sua mente un mondo ideale, dove gli autori erano i soli amici di cui sentisse la voce risuonarle nel profondo dell'anima; non ne aveva mai conosciuto alcuno e non aveva voluto conoscerne, temendo di perdere l'illusione che riceveva dai loro scritti.
Il caso le aveva fatto conoscere Giorgio personalmente e n'era entusiasta, perch riusciva simpatico come uomo e lo ammirava come scrittore.
La domenica, quando usciva il giornale nel quale egli soleva scrivere col pseudonimo di Silvano, essa lo apriva con ansia febbrile e leggeva attentamente tutto quello che portava la firma conosciuta. Poi la sera, quando Giorgio veniva, gli facea leggere le proprie impressioni, gli si sedeva vicina e provava per lui un sentimento che non sapeva spiegare, ma che non aveva mai provato per nessuno al mondo; e soffriva di non potergli parlare, di non udire il suono della sua voce e non potergli esprimere con parole tutto quello che sentiva per lui.
Anche Sofia s'interessava a quello che scriveva Giorgio. Essa vedeva in lui una gloria nascente, e lo teneva in osservazione. Il suo era uno di quei caratteri calcolatori, positivi, che non si lasciano trasportare dalla passione, e che sanno comandare al cuore; si era formato nella testa il suo romanzo e doveva esser quello. La sua idea fissa era di sposare un uomo che, o per l'ingegno, o per la condizione, o per le ricchezze s'elevasse sugli altri, e piuttosto di transigere colle sue aspirazioni sarebbe restata sempre zitella. Forse Giorgio poteva essere il marito predestinato, e perci cercava di entrargli in grazia; e come meglio sapeva, gli parlava dei suoi lavori, lodava la sua risoluzione di lasciare il commercio, ch'essa riguardava come indegno d'una mente superiore. Diceva che infine c' qualche cosa al disopra del denaro, e affermava la sua ammirazione per gli apostoli del pensiero. Sapeva entrare tanto nelle sue idee ch'egli si sentiva lusingato dai discorsi della bella fanciulla e conversava con lei volontieri.
Camilla invece sentiva nel suo cuore sorgere una specie di gelosia per la cugina, che le rapiva Giorgio. Pensava: "essa pu bene parlare col pittore Giuliani, che le ha fatto il ritratto poco tempo fa; e col maestro Rasini, che le insegna il canto; essa pu parlare con tutti, ma il signor Giorgio, lo scrittore, potrebbe lasciarlo a me che lo posso capire meglio di chiunque, perch egli i suoi pensieri migliori li scrive." Quando poteva far s che Giorgio badasse a lei, era un trionfo, e tutta felice non lo lasciava pi. Egli non aveva pi bisogno di scrivere quando parlava colla muta; essa coglieva a volo le sue parole e lo capiva dal movimento delle labbra, degli occhi, dall'espressione della faccia; e Giorgio studiava con interesse quella bella ragazza condannata al silenzio, che pure cogli sguardi che mandavano lampi, colla faccia espressiva e colla personcina sempre in moto diceva tante cose; egli la studiava come un tipo che avrebbe forse un giorno posto in uno dei suoi romanzi, come una cosa rara, una curiosit; ma non provava per lei il sentimento che provava per lui la bella ed infelice fanciulla. Era la prima volta ch'essa sentiva qualche cosa di nuovo, d'insolito nel suo cuore. All'amore non credeva o lo calcolava una fiaba di romanzieri, un'aberrazione di teste malsano, un passatempo della gente oziosa. Fino a vent'anni ci avea anche creduto, lo aspettava; essa aveva avuto degli ammiratori e molti partiti le si erano offerti. Era bella e ricca, e tanti non badavano alla sua disgrazia; anzi taluni pensavano ch'era da preferirsi una moglie muta ad una troppo ciarliera; ma essa avea rifiutato tutti; non si sarebbe sentita di passare l'esistenza assieme a quelle persone che non parlavano al suo cuore. Capiva che il matrimonio non era fatto per lei; essa aveva bisogno di lavoro e di essere utile agli altri; quest'era la sua sola aspirazione. Passati i vent'anni, non ebbe pi fede nell'amore; se ci fosse stato, l'avrebbe una volta o l'altra provato anche lei; invece diceva che era un sogno, una chimera, e ormai non ci credeva pi. Per senza accorgersene essa aveva sempre fantasticato e seguito un ideale. Quando leggeva un libro interessante che le parlava al cuore ed alla immaginazione, essa pensava all'autore, se lo formava a sua immagine e viveva con lui, fino a che non veniva un altro libro e un altro autore a cancellare l'immagine che aveva per tanto tempo accarezzata nella sua mente. La prima volta che vide Giorgio gli piacque per i suoi modi distinti, per l'aspetto simpatico; quando cominci a leggere qualche suo scritto la sua simpatia si mut in ammirazione; egli col mezzo dei suoi racconti parlava direttamente alla di lei immaginazione; le pareva di comprenderlo senza che parlasse, aspettava ansiosamente il momento di vederlo venire, e quando era l provava delle sensazioni nuove, sconosciute. Essa quando voleva parlare ad alcuno era solita posargli la mano sulla spalla, per attirarne l'attenzione; con Giorgio, non lo poteva fare, le pareva che non fosse conveniente, era la prima volta che provava quasi un sentimento di pudore; e poi al suo contatto sentiva quasi una scossa elettrica, come quando la salutava dandole la mano. Quante cose diceva quella stretta di mano! essa se la sentiva nel cuore; ci pensava la notte, la sognava dormendo e ormai non viveva che per Giorgio, non pensava che a lui. Egli non indovinava certo la tempesta che suscitava nell'anima della fanciulla, e continuava a vedersela accanto con indifferenza; a parlarle come a qualunque altra. Le mostrava un certo interesse, ma era piuttosto spinto dalla curiosit di studiare come romanziere quel tipo interessante di donna che sopportava con grande rassegnazione la sventura d'esser senza parola, che riempiva della sua operosit il mondo muto per lei, e non si mostrava infelice.
Quel mondo essa lo giudicava molto diversamente dagli altri, e doveva essere cos; in certe cose aveva l'ingenuit d'una bimba, in altre si mostrava esperta pi assai di quello che comportasse il suo sesso e la sua et.
Se giudicava un libro, un'opera d'arte, il suo giudizio era chiaro, preciso, difficilmente si sarebbe potuto confutare; in casa ricorrevano a lei per consiglio, e lo stesso signor Rivetta non intraprendeva un nuovo affare senza la sua approvazione. Anche Giorgio le chiedeva spesso la sua opinione sui suoi scritti, e tutte le sere che passava in casa Rivetta non mancava mai di sederle vicino e di dedicarle qualche mezz'ora: per egli non trascurava nemmeno Sofia, la quale si mostrava ammiratrice del suo ingegno, gli parlava del suo ultimo racconto, e faceva spesso con lui delle discussioni letterarie, tanto che chiacchieravano a lungo e il tempo passava loro rapidamente. Camilla, quando lo vedeva tanto infervorato a discorrere con Sofia, soffriva, sentiva d'avere nella cugina una rivale potente, perch possedeva ci che a lei mancava, il dono della parola; e nessuno sotto l'aspetto tranquillo e sorridente della povera muta avrebbe indovinato la fiera battaglia che si combatteva nel suo animo. L'amore e la gelosia erano sorte contemporaneamente nel suo cuore con tutta la loro veemenza. Quando vedeva la cugina parlare con animazione a Giorgio, faceva sforzi di attenzione per scoprire quello che dicevano; ma parlavano in fretta ed essa non poteva capir nulla: quando era stanca si metteva vicino a Gina, la sua cugina prediletta, e le chiedeva quello che dicevano.
- Parlano dell'ultimo racconto pubblicato nel giornale della domenica, - rispondeva Gina.
- Cosa ne dice Sofia? - chiedeva la muta.
- Le piace.
- Ma ci vuol tanto per dir queste parole?
- Sai, la tirano per le lunghe, parlano dei caratteri, del soggetto, di tante cose.
E la muta fremeva; e pensava di vendicarsi di Sofia, di parlare anche lei a Giorgio dei suoi scritti; facea mille progetti e fra gli altri quello di nascondere il giornale affinch Sofia non lo leggesse.
Ma ci era impossibile; quando in casa capitava quel giornale era un entusiasmo, tutti volevano leggerlo;  vero che in fatto di letture essa aveva la preferenza, a lei lasciavano le primizie; ma ci che le dava noia era che dopo lo leggessero tutti, e specialmente Sofia, e ci bastava per renderla infelice.
Un giorno le venne un'idea; se Sofia aveva il dono della parola, essa poteva scrivere e meglio della cugina, e cos avrebbe potuto dire anch'essa a Giorgio la sua opinione, dare il suo giudizio sui di lui scritti. Nell'ultimo numero del giornale c'era appunto un raccontino di Silvano, una storia d'amore: due amanti dopo essersi conosciuti per molto tempo sono divisi da diverse circostanze e non sanno pi nulla l'uno dell'altro, dimenticano il loro amore, e si trovano molti anni dopo, vecchi, sposati tutt'e due, capi di numerosa famiglia; e ricordando il tempo passato finiscono col dire: "pensare che ci fu un tempo nel quale si credeva che divisi non si potesse trovare la felicita, eppure...." Appena Camilla l'ebbe letto scrisse una lettera a Silvano.
Essa si diceva ammiratrice dell'autore, lodava la forma del racconto, il modo interessante con cui era condotto, i caratteri ben delineati, e finiva dicendo: "Scusatemi per se io, povera donna, ardisco fare un appunto al vostro racconto, i vostri due personaggi hanno creduto di amarsi, ma non si sono mai amati." Poi firm la sua lettera: UN'INCOGNITA.
Al momento di mandarla al suo destino pens che la sua scrittura, di cui si serviva tutto il giorno per parlare, era troppo conosciuta; fece sua confidente la Gina e la preg di copiarlo la lettera in un fogliettino di carta elegante e profumata. Si poteva fidare della Gina, che assai pi giovane di lei, avea sempre amata d'un amore materno. Fin da piccina l'avea tenuta nella sua camera, le avea prodigate le prime cure; poi aveva giocato insieme, insegnandole nuovi giochi e vestendo le sue bambole con un'eleganza da farle sembrar principesse.
Sapeva che Gina ricambiava le sue cure e il suo affetto con altrettanto amore ed era capace non solo di serbarle il segreto, ma si sarebbe per cos dire gettata sul fuoco per farle piacere, figuriamoci se si faceva pregare per copiarle una lettera. La copi colla maggior cura e colla sua pi bella calligrafia.
- Non dir nulla a nessuno, - le fece cenno la muta; - deve essere un segreto fra noi due.
E le fece scrivere l'indirizzo: Al distinto scrittore signor Silvano, Direzione del Giornale della Domenica.
Due sere dopo, quando venne, Giorgio raccont che avea ricevuto una lettera da una signora sul suo ultimo racconto.
Camilla cap che parlava della sua lettera; si alz e avvicinandosi a Gina le fece cenno, battendole sulla spalla, di dirle tutto quello che diceva Giorgio. Egli non nascondeva la sua compiacenza per la lettera ricevuta, che gli mostrava come le signore s'interessassero ai suoi racconti.
Sofia voleva vedere la lettera, ma egli non l'aveva con s; per non sapeva se dovesse mostrarla: si sa, una lettera d'una signora  sempre una cosa delicata.
Domand consiglio a Camilla: Minerva, come egli soleva chiamarla quando si trattava di ricorrere ai di lei saggi consigli.
Camilla scrisse su un pezzettino di carta: "Una lettera di donna  una cosa tanto gelosa che un perfetto gentiluomo deve sempre tenerla nascosta agli occhi dei profani."
- Minerva ha parlato, ed io mi sottometter al suo giudizio. Mi rincresce di non poter appagare il suo desiderio, - soggiunse rivolto a Sofia.
- Mi sarebbe piaciuto vederne il carattere, - disse Sofia.
- Un caratterino aristocratico, - rispose Giorgio.
- E la grammatica e l'ortografia?
- Perfette, come poche donne sanno scrivere.
- Pu essere lo scherzo d'un amico, - soggiunse Sofia un po' seccata dell'ammirazione di Giorgio per la bella incognita.
- In quella lettera spira profumo di donna fra le righe, nelle espressioni, in tutto.
Sofia era indispettita. Camilla gongolava leggendo il dispetto sul viso della cugina; e Gina teneva a stento le risa. Via! non c'era male per una bimba come era sempre trattata in casa; valeva pur qualche cosa, aveva il carattere aristocratico; questi elogi spettavano a lei; il resto era per Camilla, alla quale essa dava delle occhiate d'intelligenza.
Quel discorso venne interrotto dall'arrivo di donna Marina.
- Quanto tempo che non ci vediamo, - disse il signor Rivetta.
- Eravamo inquiete per lei, - soggiunse la signora Rivetta.
- Cattiva donna Marina, si  dimenticata di noi, - salt su Sofia.
Camilla le diede una stretta di mano e Gina corse a darle un bacio, mentre Giorgio, ritto in piedi, le faceva un inchino.
- Che volete? - disse donna Marina, lieta di vedersi accolta con tanto entusiasmo; - tutta colpa dei marchesi Argellani; figuratevi, hanno voluto che andassi con loro in campagna, e non c'era verso che mi lasciassero venir via; e s che a dirvela in confidenza non vedevo l'ora d'essere a casa mia in libert; sapete bene,  una noia esser sempre in ricevimento, dover cambiar vestito tre volte al giorno.
- Avr da raccontarci molte cose, - disse Sofia; - ci racconti, ci racconti; che vita facevano le marchesine?
- Sar bella, ma io se fossi nei loro panni farei altrimenti; figuratevi che si alzavano alle dieci come in citt; poi la colazione, la passeggiata in carrozza, il pranzo, il whist la sera per far venir mezzanotte; in complesso una vita monotona. Per me gi non sono pi tanto portata per far del moto, ma se fossi una ragazza mi annoierei a morte di quella vita.
- E cambiavano spesso vestiti le marchesine?
- Si sa, la mattina e l'ora del pranzo, poi ancora se c'era qualche visita o qualche ricevimento di sera.
- E la marchesa Amalia era affabile? - chiese il signor Rivetta.
- Questa volta non c' stato male; anzi, credo che quell'aria altera sia un po' nel suo carattere, non gi per superbia.
- Per quando ci passa vicino finge sempre di non conoscerci, mentre invece la vecchia  tutt'altro, - dissero le signorine Rivetta.
- Quella s  una vera dama, - soggiunse donna Marina; - quantunque, vedete,  forse pi aristocratica dell'altra; ma  gentile, segue l'adagio che noblesse oblige, anzi non pu perdonare al figlio d'essersi dato all'industria, bench io creda che sia lui che faccia andar avanti la casa.
- Come! i marchesi Argellani non sono ricchi? -chiese il signor Rivetta.
- Sono ricchi, ma ci vuol altro per tener quel lusso; sapete bene, carrozza, cavalli, nove o dieci persone di servizio; vi dico io che se non ci fosse l'industriale che aiuta! vi basti sapere.... ma che resti fra noi.... si tratta ora di voler maritare la prima figlia, e se lo zio non le d la dote non si fa nulla.
- Come, come, - disse Sofia; - si marita l'Antonietta e non ce lo racconta?
- Ancora  un secreto, e guai se sapessero ch'io ho parlato! forse vi sapr dire qualche cosa la prossima volta che verr.
- Se ora ci ha abbandonati! - disse la signora Rivetta, - la non si ricorda pi di noi.
- Forza maggiore, signora mia, ma verr presto; anzi, non vi ho dimenticato, ho domandato alla marchesa di quella cameriera. Dice che  una ragazza intelligente, non pu dir altro, perch non  mai stata a servire; ma intanto io credo che potete provarla, viene dalla campagna ed  da sperare che non abbia vizi.
- Finir per prenderla, non ne ho veduto altre che mi vadano a genio, - disse la signora Rivetta.
- S, s, prendi quella, - disse la Sofia, che era contenta venisse in casa una donna che conosceva a fondo le abitudini delle marchesine.
Poi donna Marina lod molto gli scritti di Giorgio; raccont che anche nella villa degli Argellani si aspettava impazientemente l'arrivo del giornale della domenica, ed essa era tutta orgogliosa di dire che conosceva l'autore che si nascondeva sotto il nome di Silvano.
Giorgio prov molta soddisfazione nel sapere di essere letto anche in casa Argellani; egli aspirava ad entrare in quella societ della quale si parlava tanto dai Rivetta, e sperava che donna Marina lo potesse presentare in casa Argellani. Perci era sempre molto amabile con lei; anzi, le faceva un po' la corte, e le avea spesso mostrato il suo desiderio d'esser presentato in casa dei marchesi.
Donna Marina gli aveva promesso di parlare in di lui favore, e sperava di poterlo fare una volta o l'altra.
- Ma si sa, - soggiungeva, -  difficile essere ammessi in certe case, e se non mostrano loro il desiderio di conoscere una persona, si corre rischio di non essere bene accolti; quantunque, trattandosi d'una persona d'ingegno superiore, la cosa diventa pi facile.
Camilla non badava pi ai discorsi che si facevano intorno a lei; essa non levava gli occhi da Sofia, specialmente quando parlava con Giorgio; spiava i loro gesti, le loro occhiate, e dall'espressione dei loro volti cercava di indovinare quello che dicevano. Si parlava appunto di andare al teatro ad una serata di beneficenza che si doveva dare alla Scala. Il signor Rivetta avea fissato il palco e offriva un posto anche a Giorgio.
Camilla si fece spiegare l'argomento di quei discorsi e dichiar che quella sera voleva andarci anche lei.
La signora Rivetta e Sofia le diedero un'occhiata di sorpresa. Generalmente Camilla non andava mai al teatro; essa lasciava volentieri il suo posto a quelli che oltre a vedere potevano anche udire, sebbene allo zio rincrescesse lasciarla e sempre la pregava di accompagnarli.
- In ogni modo, - le aveva detto, - quando vuoi, non hai che ad esprimere il tuo desiderio; tu hai pi diritto degli altri di ricrearti un poco, prima perch lavori, poi perch ti  interdetto il piacere della conversazione.
Era la prima volta che approfittava della libert che le avea concessa lo zio; ma sarebbe stata troppo sofferenza per lei sapere sua cugina a teatro accanto a Giorgio e non averli sotto gli occhi.
Si decise che sarebbero andate le tre ragazze col signor Rivetta.
E la signora Rivetta preg donna Marina di venir quella sera a tenerle compagnia, visto che doveva rimaner sola a casa: - tanto era abituata a sacrificarsi sempre per gli altri, - disse sospirando, - facendo come sempre la vittima.
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CAPITOLO 6.
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Camilla fino a quel momento non s'era curata di piacere, per il gusto del bello era in lei innato; e tanto pi avea raffinato quel gusto, priva com'era di molte altre distrazioni. Un bel quadro, una bella statua, una bella fisonomia le procurava immenso piacere, ed altrettanta ripugnanza avea per le cose brutte e sgradevoli. Lo zio, tutto intento a renderla felice, le lasciava carta bianca in ci che riguardava le spese per la propria persona, ed essa si vestiva ordinariamente con molta semplicit, ma con miglior gusto dello cugine, che, intente solo a seguire appuntino l'ultima moda, a scimmiottare le marchesine Argellani, sceglievano spesso colori e foggie poco adatte alla loro figura. Per Gina non ne avea colpa; generalmente era Sofia che sceglieva; essa si lasciava trascinare dalla sorella, e se qualche volta domandava consiglio a Camilla, se ne trovava contenta. Generalmente Camilla non si arrovellava tanto il cervello per i suoi abbigliamenti, non avendo tanto tempo da perdere in simili bazzecole. Ma quella sera che doveva andare alla Scala, ci teneva ad esser bella e ad eclissare la cugina Sofia; perci consult molti figurini, mise sossopra il magazzino dello zio, ed ebbe pi d'una conferenza colla sarta. La sera della rappresentazione, quando indoss il famoso abbigliamento che aveva combinato con tanto studio, e si diede un'occhiata allo specchio, ebbe ragione d'esser contenta dell'opera sua; non era mai apparsa cos bella. Il vestito era di seta color albicocco, scollacciato e senza maniche, in modo che risaltava la bianchezza e la perfezione delle sue spalle ben tornite. Intorno al collo aveva tre file di perle e una cascata di fiorellini del colore del vestito in mezzo ai capelli neri. Quando Sofia la vide si morse le labbra dal dispetto, e si sfog dicendo alla mamma mentre le allacciava un guanto:
- Veramente non  un'abbigliatura conveniente per una ragazza.
- Lo sai,  emancipata, - le rispose la mamma; -  il babbo che le lascia fare tutto quello che vuole. Infine cosa si guadagna a vestirsi cos? sembra maritata e far risaltare di pi la vostra semplicit.
Ma quando entr nel suo palchetto di prima fila, tutti i cannocchiali della platea si rivolsero verso di lei e tutti si domandarono chi fosse la bella signora che non s'era mai veduta alla Scala, perch se ci fosse stata altre volte non sarebbe certo passata inosservata. Camilla sentiva gli sguardi d'ammirazione che si posavano sopra di lei, e n'era felice; per essa in quella fiumana di teste cercava una persona che le premeva pi di tutti al mondo, mentre se non avesse avuto il suo sguardo d'ammirazione, il suo trionfo non sarebbe stato completo.
Giorgio venne tardi quella sera perch aveva trovato finalmente il suo amico Martelli, giunto appena dall'India, e avevano pranzato insieme; poi l'avea indotto ad accompagnarlo a teatro. Perci erano entrati quando lo spettacolo ora gi cominciato e mentre nel teatro regnava il pi religioso silenzio.
- Chi  quella bella donna che guarda da questa parte? - disse Martelli che prima di pensare allo spettacolo avea data un'occhiata intorno alla sala.
- La signorina Camilla, - disse Giorgio, tutto sorpreso di vederla cos sfolgorante; e le fece col capo un cenno di riconoscimento, al quale Camilla rispose con un sorriso.
- La conosci? - chiese Martelli.
- Altro! sono molto amico di casa.
- Mi presenterai, non  vero?
- Volentieri.
- Povera Camilla, tanto bella e cos sventurata! - disse Giorgio con un sospiro.
- Perch la compiangi? - chiese Martelli.
- Se sapessi! - rispose Giorgio, -  sordomuta.
- Mi burli? - soggiunse l'amico. - Verrebbe a teatro se non udisse nulla? dici cos perch hai paura forse che te la rubi. Ti confesso, mi piace assai; sarei proprio disposto a innamorarmene, ma non tradirei l'amicizia.
- Ed io t'assicuro che ti dico la pura verit; se non credi, domani sera ti presenter in casa Rivetta e te ne persuaderai. Anzi, finito quest'atto, andr a farlo una visita e vedrai se parla.
I vicini zittirono, ed essi stettero in silenzio fino al finir dell'atto, dopo il quale Giorgio si alz per recarsi nel palco dei Rivetta, e Martelli stette fisso col binocolo a quel palco, tanto per contemplare Camilla quanto per vedere se veramente non parlava. Quando entr Giorgio, un lampo rischiar la faccia della fanciulla che parve anche pi bella; le sue labbra s'atteggiarono ad un sorriso e sembrava che si muovessero per dir qualche cosa.
- Come siete bella questa sera, - le disse lentamente Giorgio stringendole la mano.
Essa comprese senza spiegazioni e rispose con un sorriso e con un cenno del capo, che volea dire: "adulatore." Poi egli si rivolse a Sofia che le sedeva dirimpetto. Sofia quella sera era di cattivo umore e trovava lo spettacolo noioso: le si vedea scolpito in faccia il dispetto del trionfo della cugina, e non cercava di celarlo. Era una di quelle fisonomie variabili, non molto regolari, che qualche volta sembrano belle, qualche altra piuttosto brutte. Quella sera, come se tutto avesse congiurato per il trionfo di Camilla, essa sembrava bruttina o tutt'al pi passava inosservata in mezzo alla splendida bellezza di Camilla ed al soave candore di Gina, tutta aerea nel suo abito bianco a nastri azzurri e coi capelli biondi cadenti sulle spalle.
Camilla diceva coi gesti e col movimento delle labbra che si divertiva molto; tutta quella luce, quegli abbigliamenti eleganti, quella gente e quello splendore, erano una festa per i suoi occhi; si sentiva felice e non si sarebbe cambiata con una regina.
Giorgio raccont che aveva trovato il suo amico Martelli tornato dall'India, e chiese il permesso di presentarlo la sera dopo in casa Rivetta.
- Conducetelo questa sera dopo teatro, - disse il signor Rivetta, - troveremo a casa donna Marina che fa compagnia a mia moglie e faremo una cenetta; qualche volta fa bene un po' d'allegria.
Giorgio promise che l'avrebbe condotto; si licenzi per ritornare al suo posto. Per prima d'arrivarci ebbe un bel da fare a rispondere alle domande degli amici e dei conoscenti, che volevano sapere chi fosse quella bella donna ch'era stato a visitare. Come mai a Milano esisteva una simile bellezza e nessuno la conosceva? dove era stata nascosta? come s'era celata cos bene che nessuno l'aveva scoperta? e come aveva potuto scoprirla Giorgio, lui a Milano da poco? Erano tutte domande che piovevano addosso al povero giovane, alle quali avea un bel da fare a rispondere:
-  la signorina Del Monte, nipote del signor Rivetta.
- Ma perch non viene mai a teatro?
- Perch le piace vivere nascosta.
-  bellissima,  una meraviglia,  la pi bella signora che sia in teatro.
E tutti i binocoli erano rivolti verso il palchetto del signor Rivetta, e pi d'una signora rivolgeva degli sguardi invidiosi verso la bella fanciulla. A Giorgio pareva che un pochino di quel trionfo si riversasse sopra di lui, e raccontava, tutto orgoglioso, che dopo lo spettacolo era invitato a cena in casa Rivetta; e pi d'un giovane del bel mondo gl'invidiava questa fortuna e cercava di trovare il mezzo per farsi presentare in quella casa.
Quella sera l'onore spettava all'amico di Giorgio, al signor Martelli, che non poteva persuadersi che Camilla fosse muta. Finito lo spettacolo, egli fu ricevuto coll'usata cordialit in casa Rivetta e si convinse della sventura della fanciulla, quantunque quella sera avesse la faccia tanto animata. Aveva avuto coscienza del suo trionfo, e ne gongolava perch Giorgio ne era stato testimonio. A cena poi lo fece sedere accanto a s, ed era felice. Sofia invece si dedic tutta al Martelli, che, come tutti i viaggiatori, si compiaceva di narrare le sue avventure, e troppa fatica sarebbe stato per lui farle intendere a Camilla. Egli raccontava bene, e si compiaceva di udire il suono della propria voce e il suo dire elegante e corretto; raccont molti aneddoti dei costumi indiani, descrisse con colori poetici una sua gita sull'Imalaia, tanto che Sofia pendeva dalle sue labbra.
Se a teatro tutte le feste furono per Camilla, in casa il festeggiato fu il viaggiatore; ma Camilla era felice d'aver Giorgio accanto a s, e Giorgio ammirava la sua vicina, per come si ammira un bel quadro, e da poeta la studiava come si studia un soggetto interessante.
La cena fu allegrissima, e dopo i viaggi del Martelli si parl dello spettacolo. Ma l'ora era tarda e gli ospiti dovettero andarsene dopo aver stretta la mano a tutti.
Nell'uscire, Martelli disse:
-  bella la muta, ma mi  pi simpatica l'altra; la piccina  carina, ma  quasi ancora una bimba.
- A te piacciono quelli che possono ascoltarti, - disse Giorgio; - io mi contento di quelli che possono leggermi, e preferisco la muta; cos, sai, per ammirare, perch non mi sogno d'innamorarmi sul serio. Per il momento la mia amante non deve essere che la mia Musa.
- Che potrebbe essere anche una muta, - rispose Martelli; - c' poca differenza; basta cambiare l's in t e lo scambio  facile, visto che sono lettere avvezze a starsene sempre vicine.
- Nemmeno l'India non t'ha fatto perdere il vizio delle freddure? Non so quello che succeder nell'avvenire; questa sera Camilla mi  piaciuta molto e penso intanto di scrivere un sonetto ad una muta per il giornale della domenica.
Con questi discorsi erano giunti alla porta di casa e si salutarono, l'uno per pensare al suo prossimo viaggio nel centro dell'Africa, l'altro al suo sonetto.
Camilla invece, quando fu a letto, si sentiva agitata, non poteva chiuder occhio, avrebbe voluto che quella sera cos bella e felice non terminasse pi; pensava a tutte le vicende di quella serata, ai pi piccoli incidenti, alle occhiate di Giorgio, alla sua stretta di mano. Quella stretta la sentiva ancora; era stata come una scossa elettrica che le era penetrata nel profondo dell'anima e ne avea commosso tutte le fibre. Che le importava la parola? non avrebbe certo potuto esprimere di pi di quella stretta di mano, e con quella mano che era stata stretta da lui cercava di non toccar nulla; le sarebbe parso di profanarla. Tutta la notte non pot chiuder occhio ripensando al suo trionfo e a quella stretta tanto espressiva. Poi le veniva il dubbio che il sentimento che provava per Giorgio fosse amore: essa che non ci aveva mai creduto. In ogni caso sentiva dentro di s quasi una trasformazione; le pareva impossibile d'aver potuto vivere tanti anni ed esser contenta e tranquilla senza vedere Giorgio, senza sentirsi stringere la mano dalla sua. Poi pensava al potere sovrumano che dovea avere quel giovane per portare tanto sconvolgimento nella sua esistenza. Intanto il sonno non voleva venire; si voltava dall'altra parte e rivedeva Giorgio: chiudeva gli occhi, e sentiva la sua stretta di mano. Essa non sapeva cosa fosse il suono; eppure le pareva di udire rumore intorno a s. Era forse il cuore che le batteva forte forte, era la sua testa in fiamme; ma il sonno non voleva venire. Chiuse gli occhi per un momento, si svegli di soprassalto; le pareva ch'egli la tenesse per mano e la trascinasse sull'orlo d'un precipizio. Accese il lume e si mise a leggere, prov ad aprire un libro, un giornale, ma non trov nulla che potesse interessarla; prese il giornale della domenica, e la sola cosa che ferm la sua attenzione fu un racconto di Giorgio; l'avea letto e riletto, e le faceva in quel momento l'effetto d'una cosa nuova; leggeva fra le linee anche quello che l'autore non s'era pensato mai di scrivere; le pareva che quel racconto l'avesse scritto per lei; quei personaggi erano suoi amici, essa li vedeva vivi colla sua immaginazione, e in mezzo a quei personaggi immaginarii vedeva il loro autore pi vivo che mai; le pareva che le parlasse, che le sue parole fossero eloquenti come le sue strette di mano; il cuore le batteva pi forte, e non pot continuare la lettura. Erano troppe le emozioni di quella sera; la sua testa si confondeva, le pareva di divenir pazza, il cervello le martellava con forza, non poteva pi tener gli occhi aperti, non poteva pi pensare. Quello spasimo, quel dolore alla testa fin per annientarla; cacci il capo fra i guanciali e stette immobile in una specie di dormiveglia, quasi non sentendo d'essere al mondo, mentre i sogni pi strani le passavano come una fantasmagoria nella mente.
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CAPITOLO 7.
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Il signor Rivetta non poteva comprendere che cosa avesse pel capo Camilla che non era pi quella di prima. Le capitava spesso di sbagliare delle somme, cosa che prima non le era accaduto mai; e poi nei registri non c'era pi l'ordine d'una volta; dimenticava delle annotazioni, ed era spesso distratta e pensierosa. Le chiese se si sentisse male; essa rispose che stava benissimo, e si mise al lavoro come sempre con ardore; ma ad una cert'ora non pot pi reggere, la sua mente divagava lontano dai registri e dallo scrittoio, e seguiva un sogno e si dimenticava di s, del mondo e di coloro che la circondavano. Qualche altra volta si metteva a lavorare con ansia febbrile, confondeva i conti e le carte, e quando si accorgeva del caos che avea fatto, cercava di mettere a posto tutto, s'arrovellava il cervello per riordinare quella confusione; e se non vi potea riuscire, chinava il capo spossato sul tavolino e piangeva. Decisamente doveva essere ammalata. Il signor Rivetta la guardava con occhio inquieto. Egli l'amava quanto le sue figlie; e poi era assuefatto ad averla sempre accanto a s, e non avrebbe potuto vivere senza di lei; ammirava la sua attivit, il suo ordine, ed avea per lei quasi un'adorazione. Volle chiamare il medico perch proprio non doveva sentirsi bene.
Il medico la trov agitata, e disse che aveva il polso febbrile; doveva esser certo stanca dall'eccesso del lavoro; bisognava che per qualche tempo riposasse e non andasse allo studio.
Essa non volle dargli retta; ma il signor Rivetta la obblig a pensare alla sua salute, e per quanto gli pesasse star senza di lei la persuase a riposarsi.
Essa prov a rimanere a casa, ma stava peggio; qualche cosa bisognava che facesse per dar sfogo alla sua attivit; si content di passare all'ufficio soltanto le ore della mattina, invece di rimanerci tutta la giornata.
Per non viveva che la sera quando veniva Giorgio; allora la sua faccia s'animava, cercava d'indovinare quello che si diceva intorno a lei e non staccava mai gli occhi dal giovane autore.
Egli era in un momento di esaltazione; i suoi ultimi racconti usciti nel giornale della domenica erano stati molto apprezzati; stava per accingersi ad un'opera che doveva decidere della sua sorte avvenire, ed era pieno di speranza. In casa Rivetta vi andava spesso perch trovava tutti disposti ad interessarsi ai suoi progetti e poteva parlarne in tutta libert. Ci veniva spesso anche Martelli, il quale parlava del suo prossimo viaggio in Africa. Era stanco di quella vita tranquilla e priva d'emozioni; avea bisogno degli spazi immensi, inesplorati, dei pericoli ignoti, degli incontri impreveduti, ed era impaziente di combinare una spedizione per mettersi in viaggio. Intanto raccontava sempre nuove avventure dei viaggi passati; i suoi racconti, sparsi spesso di frizzi arguti, di aneddoti piacevoli, divertivano tutta la societ che stava attenta ad ascoltarlo.
Camilla che non capiva nulla di quei racconti di viaggi, si annoiava e non staccava mai gli occhi dalla faccia di Giorgio, tutta contenta s'egli le rivolgeva di tratto in tratto uno sguardo eloquente. Ma era un po' di tempo che anche lui avea bisogno d'essere ascoltato, perci cercava di mettersi accanto a Sofia per avere in lei una paziente ascoltatrice. Ed essa, che vedeva sempre pi in lui una gloria nascente, lo ascoltava, lo faceva parlare delle sue opere, dei suoi progetti, e procurava di tenerselo accanto a furia di rendersi piacevole e mostrando un grande interesse ai suoi lavori.
Camilla quando lo vedeva immerso a discorrere colla cugina, soffriva crudelmente e non poteva pi star tranquilla; si avvicinava a lui, lo toccava sopra una spalla e gli metteva sotto gli occhi una lunga fila di domande, alle quali egli doveva rispondere in iscritto; il che interrompeva per un tempo abbastanza lungo la sua conversazione.
Una sera che donna Marina disse a Giorgio che presto lo avrebbe presentato in casa dei marchesi Argellani, Sofia fu per lui pi graziosa del solito; temeva di vederselo scappare e voleva incatenarlo alla sua casa a furia di gentilezze. Forse i marchesi Argellani non aveano abbastanza conoscenti, da dover rubare anche i loro amici?
- Quando va in casa Argellani ci abbandoner - gli diceva.
Giorgio rispondeva ci essere impossibile; anzi in casa Argellani non ci sarebbe andato finch non fosse terminata un commedia che voleva rappresentare nella prossima stagione.
- Come! scrive anche per il teatro? - chiese Sofia.
-  l'unico mezzo per farsi conoscere qui in Italia.... dove sfortunatamente si legge poco, e difficilmente la critica s'occupa degli autori nuovi.
- E mi racconter il soggetto della sua commedia? - replic Sofia.
- Volontieri, - rispose Giorgio.
E si mise a raccontare come gli era venuta l'idea del suo lavoro; ma ancora non poteva narrare la soluzione perch non la sapeva nemmeno lui.
Era infervorato nel suo discorso, quando gli si avvicin Camilla facendogli una domanda.
Egli disse che avrebbe risposto pi tardi; non aveva tempo in quel momento.
Camilla si sent un gruppo alla gola; quel rifiuto le parve sgarbato, a meno che non fosse molto interessante il discorso che faceva con Sofia. Si ritrasse mogia mogia nel suo cantuccio e non si mosse pi per tutta la sera, tanto che quando tutti si alzarono per uscire, Giorgio infervorato nel pensiero dei suoi lavori non si ricord di lei e usc senza stringerle la mano.
Camilla si ritir nella sua camera triste, abbattuta, come le fosse avvenuta una qualche disgrazia. Aveva la testa confusa e non sapeva quello che facesse; diede un colpo ad una bottiglia d'acqua che cadde rompendosi in cento pezzi; si strapp i vestiti con impeto e li slanci per tutta la stanza nel massimo disordine; poi si cacci sotto le coperte per non veder nulla. Ad un tratto le parve che le mancasse il respiro, soffocava, e si mise a sedere; provava una tale agitazione che le impediva di pigliar sonno. Si volt da una parte e dall'altra inutilmente, il suo respiro era affannoso e ad ogni tratto le usciva dalla gola quasi un gemito. Gina, che dormiva nella stanza accanto, scese dal letto e s'avvicin in punta di piedi al letto della cugina per vedere che cosa fosse tutta quella agitazione. Camilla le gett un fazzoletto sulla faccia e le fece segno d'andarsene. Essa finse di tornarsene nella sua camera ma rimase in osservazione per vedere quello che avesse la cugina, che dovea esser certo ammalata.
Camilla s'agit ancora per il letto, poi cominci a tremare in modo che facea tremare tutta la stanza. Si sentiva come la gola stretta da una mano di ferro e un rantolo le usciva a stento dalle labbra.
Gina ebbe paura e and a chiamare il babbo.
In pochi minuti tutta la casa fu sossopra, e il signor Rivetta mand in fretta a cercare un medico. Egli li rassicur; erano convulsioni, nient'altro; bisognava tenerla tranquilla perch non si facesse male; dopo le avrebbe dato un calmante.
Quando Camilla si riebbe, si guard intorno quasi inebetita; non ricordava pi nulla e non sapeva che cosa facesse tutta quella gente l intorno a lei.
Il dottore le ordin di bere un po' di liquore, un po' di camomilla e le prescrisse una cura di bromuro di potassio; al signor Rivetta, che lo condusse fino alla porta per sapere la verit e precisamente di che male si trattasse, disse:
-  isterismo; non c' nessun pericolo; guarir.
- Ma si ripeteranno ancora queste convulsioni? - chiese il signor Rivetta.
- Chi lo sa?  probabile; per non c' da inquietarsi.
Il signor Rivetta rimase pi tranquillo, ma non si poteva dar pace di quel male sopraggiunto cos improvvisamente e senza alcuna ragione; egli non aveva testa di riprendere i suoi affari e andava ogni momento a veder Camilla.
Essa si sentiva meglio, soltanto era un po' debole; si sarebbe alzata prima di pranzo.
La sera venne Giorgio per pochi minuti a vedere come si sentiva. Aveva saputo dal signor Rivetta che era stata indisposta e volle passare per averne notizie, quantunque quella sera fosse pieno di faccende. Era contento di trovarla alzata; le si assise accanto, le accarezzava la mano per mostrarle il suo interesse. Si scus di non averla salutata la sera prima, ma non l'avea veduta, era tanto confuso.
Essa era felice, si sentiva tanto bene a quelle parole; non capiva tutto quello che le diceva, ma quella mano che stringeva la sua era pi eloquente di qualunque discorso.
Egli rimase poco, ma si occup molto di lei e pochissimo di Sofia. Ci che le fece augurare d'essere sempre ammalata, per ottenere la sua attenzione.
Quella notte dorm bene e il giorno appresso il dottore la trov calma e fu contento della sua cura.
Ormai Camilla non pensava che a Giorgio, non viveva che per lui; quando le era vicino provava un prepotente bisogno di abbracciarlo, per esprimergli in tal modo la sua simpatia, poich non poteva farlo colla parola. La sua sventura non le era mai sembrata tanto crudele come dopo aver conosciuto Giorgio; senza di quella, sentiva che avrebbe saputo legarlo, avvincerlo a s per tutta la vita. Ma che poteva fare una povera muta come lei? Almeno avesse potuto vederlo tutti i giorni e sapere che pensava a lei, che di lei s'occupava; ci sarebbe stato il colmo della felicit. Condannata al silenzio, la sua fantasia non riposava un istante e qualche volta sognava d'essere la sua ispiratrice, la sua consolatrice nelle ore dello sconforto. Come sentiva che avrebbe saputo togliere tutte le spine dal suo cammino e renderglielo facile e piacevole! ma egli non poteva indovinare tutte queste cose; come dirgliele se non aveva il dono della parola?  vero, poteva scrivere, ma ci voleva troppo a scrivere; e soffriva crudelmente di non poter esprimere i propri sentimenti. Per in mancanza di meglio si sfogava con lettere lunghissime di ammirazione e d'incoraggiamento, che firmava sempre colla parola un'incognita e che faceva copiare dalla cugina. Quelle lettere, che divenivano ogni giorno pi ardenti di passione, facevano pensare Gina, che si arrestava qualche volta perplessa, quando le pareva di trovare una frase troppo esaltata; ma Camilla le facea cenno di proseguire.
Un giorno Gina disse:
- Tu lo ami, non  vero?
Camilla si mostr tanto crucciata, che Gina non os pi dir nulla su quell'argomento, e copiava pazientemente quelle lunghissime lettere come se fosse una macchina, per contentare la cugina prediletta che aveva fatto tanto per lei. Per quelle lettere non mancavano di produrre un certo effetto nel suo cuoricino di bimba, dove cominciava a sorgere una specie di ammirazione per il giovane autore. In casa Rivetta quell'ammirazione era quasi un contagio; ne erano presi tutti, dal padrone di casa agli amici che venivano a passarvi le serate. Ma per Camilla era una frenesia; essa non si interessava pi a nulla, e solo se nei discorsi che si facevano intorno a lei si trattava di Giorgio, lo indovinava e stava attenta all'espressione della fisonomia, al movimento delle labbra di chi parlava per non perdere una sillaba, e se non riusciva a capire, interrompeva il discorso per farsi spiegare quello che avevano detto.
Un sabato sera era pi inquieta del solito; Giorgio le aveva detto che nel giornale della domenica avrebbe trovato una sorpresa, ed essa fremeva dall'impazienza che il giornale arrivasse.
Appena entr il domestico coi giornali, essa gli fu sopra come una furia, gherm il giornale della domenica e si mise a scorrerlo con impazienza.
La sua faccia divenne di fiamma quando ai piedi di una colonna trov un sonetto dedicato ad una muta, colla firma di Silvano. Essa lesse o rilesse avidamente quelle righe che dicevano:
Donna, non ti crucciar se per te sola
 silenzioso e cupo il mondo intero
Donna, non ti crucciar se la parola
Ti fu negata a esporre il tuo pensiero.
Non sai che al mondo tutto  menzognero
E ch' l'uman linguaggio spesso sola
Foggiata ad arte per celare il vero?
Non ti crucciar, o bella, e ti consola.
E poi tu parli; nella tua pupilla,
Nel muover della bocca sorridente,
Nel lampo che dal volto ti sfavilla
V'ha un linguaggio sublime ed eloquente
Che scatta come elettrica scintilla
Ed all'anima scende onnipossente.
Dall'espressione del volto di Camilla tutti compresero che ci doveva essere nel giornale qualche cosa di molto interessante e glielo strapparono di mano. Sofia si morse le labbra dal dispetto nel vedere che il poeta s'era ispirato alla cugina ed avea fatto uno dei suoi migliori sonetti. Gina era contenta che Camilla nella sua sventura avesse qualche consolazione. Ma Camilla era felice, le pareva di volare in cielo; il suo cuore batteva forte forte dall'emozione, e se Giorgio fosse stato l presente non avrebbe potuto trattenersi dall'abbracciarlo. Ma egli non venne quella sera ed ella si content di mettersi la maschera dell'incognita e di scrivere una lunga lettera a Silvano a proposito del sonetto. Essa non tacque l'entusiasmo che aveva per il giovane poeta che metteva tanto cuore e tanto sentimento nei suoi scritti; poi parl dei muti, li compianse perch non potevano udire la voce della persona amata; condannati ad aver il dolore di amare, di sentire, di soffrire pi di qualunque altro, senza poter esprimere con parole i propri sentimenti. "Non vi pare che sia una cosa terribile dover tener tutto chiuso, tutto concentrato in s stessi senza poter sfogarsi mai? Io credo che in certi casi dovrebbero scoppiare." Cos finiva la sua lettera, che diede subito da copiare alla cugina, e mand al suo destino. Appena spedita, le parve d'aver detto troppo e d'essersi quasi svelata; temeva che Giorgio la riconoscesse; cominci ad inquietarsi e ad agitarsi. And a letto, ma non pot chiuder occhio e la mattina avea una forte emicrania; prov ad alzarsi ma non si poteva reggere in piedi; gli oggetti le traballavano davanti agli occhi e le tempie le martellavano forte, tanto che dovette nuovamente coricarsi. Prov a star tranquilla, ma il male aumentava, le trafiggeva le tempie e gli occhi non potevano reggere alla luce.
Dopo qualche momento si prov a bere, ma un senso di nausea le sal alla gola; mise dei senapismi alla nuca, coperse la testa di ghiaccio; ebbe un momento di sollievo, poi il dolore ritorn pi forte di prima. Essa gridava, smaniava, pensava che la sera sarebbe venuto Giorgio, voleva essere in sala anche lei; voleva guarire ad ogni costo, e si avvoltolava per il letto urlando come una bestia feroce.
Il signor Rivetta era disperato di vederla soffrire a quel modo. La signora Rivetta diceva che non era nulla; l'emicrania l'avea avuta tante volte anche lei, e bisognava che passassero delle ore, forse dodici e forse ventiquattro; e borbottava contro la giovent del giorno che non sapeva soffrire in pace. Camilla continuava a far cenni di voler guarir subito.
Si mand in fretta a chiamare il medico. Quando Camilla lo vide fece uno sforzo e scrisse sopra un pezzo di carta: "Voglio guarir subito...." Il medico la esort a pazientare, ma essa non volea saperne. Avea bisogno di guarire, la facesse star meglio fino al domani; dopo se anche il male fosse ritornato, sarebbe stata tranquilla.
Il medico spiegava al signor Rivetta che non c'erano che le iniezioni di morfina, ma era un rimedio eroico che sarebbe stato meglio di non tentare. Camilla aveva capito a volo di che si trattasse e fece cenno di farle le iniezioni.
Il dottore si rassegn sapendola di un carattere tanto nervoso e eccitabile, e temendo che il contrariarla le facesse venire le convulsioni. Le scoperse una spalla e le fece due iniezioni di morfina; per disse che lo faceva quella volta sola, e non si imaginasse di voler sempre curare a quel modo un po' d'emicrania.
La muta si calm subito; ormai era certa che avrebbe potuto alzarsi per l'ora del pranzo; e la sera avrebbe veduto Giorgio. Dopo una mezz'ora l'emicrania era un po' diminuita e sentiva che avrebbe potuto dormire; ormai non aveva pi che un dolore alla tempia destra, come una zampa che le volesse dare uno strappo, ma sarebbe passato anche quello dopo il sonno benigno e ristoratore che sentiva gi scendere sulle sue palpebre; ancora nella dormiveglia sentiva il martellare della tempia; ma era nulla in confronto al dolore acuto di pochi minuti prima; anzi quella sensazione era quasi una volutt, un sollievo.
Si svegli di soprassalto verso l'imbrunire, temeva che fosse tardi, non era ancor l'ora del pranzo; non avea pi dolore ma soltanto un po' di stanchezza. Come era stata benefica quella morfina! perch non avevano voluto dargliela subito? come erano cattivi! Fortunatamente il dolore era passato e la sera avrebbe potuto veder Giorgio e stargli accanto.
Comparve nel salotto da pranzo, pallida come uno spettro. Il signor Rivetta la rimprover di essersi alzata, ma essa disse che si sentiva tanto bene ed era tanto contenta. Mangi con molto appetito o dopo si sent ancor meglio. La sua faccia avea ripreso il solito colorito roseo; soltanto intorno agli occhi avea ancora un cerchio nero che ne faceva risaltare maggiormente lo splendore.
Il signor Rivetta non poteva spiegarsi il cambiamento di Camilla; una volta era tanto docile e paziente, ed ora invece aveva dei capricci, delle bizzarrie inesplicabili. La signora Rivetta vantavasi di aver sempre detto che Camilla avea un carattere strano, ma che il marito infatuato della nipote non ci aveva mai creduto. Essa del resto se ne lavava le mani, avea abbastanza da fare colle sue figlie, con la sua casa e le persone di servizio. Poi parl della cameriera che aspettava il giorno appresso; sperava bene, come le aveva detto anche donna Marina. I marchesi Argellani erano sempre stati contenti del suo carattere e in citt non avea mai servito. La signora Rivetta, se cominciava a discorrere di persone di servizio, non la finiva pi, perci furono tutti contenti quando entr Giorgio a interrompere quel discorso.
Gli raccontarono subito che la sua poesia aveva fatto grande impressione a Camilla, anzi troppa, tanto che le diede l'emicrania. Egli raccont della lettera ricevuta dall'incognita sul suo sonetto; disse che sarebbe stato contento di conoscere la bella incognita, perch doveva esser bella, lo capiva dal carattere; dovea essere intelligente, istruita, piena di vita, lo capiva dalle espressioni. Camilla prov un senso di sollievo, quando si accorse di non essere stata scoperta, e cerc tutta la sera di attirar l'attenzione del giovane; ora lo teneva per mano, ora lo toccava sulle spalle; poi si misero insieme a leggere dei versi; le loro teste si toccavano; egli sentiva i capelli di Camilla che gli sfioravano la faccia, sentiva il fremito della manina tremante stretta nella sua e pensava: "Se non fosse muta, forse finirei per amarla." Ma mentre egli compiangeva tutte le sventure dell'umanit, sentiva che il suo eroismo non sarebbe giunto al punto di legare la sua esistenza ad un'infelice come Camilla, e se avesse voluto scegliere fra le ragazze di casa Rivetta si sarebbe rivolto piuttosto a Sofia che mostrava tanta ammirazione per i suoi scritti e sapeva esprimerglielo colla sua voce soave.
Camilla quella sera era contenta; sentiva d'aver ispirato a Giorgio l'ultimo sonetto ed era certa di non essergli indifferente; quel sonetto lo aveva imparato a memoria, lo andava ripetendo nella sua mente e si fermava specialmente sulle ultime terzine; si esaltava, soffriva, ma era felice. Soltanto avrebbe voluto esprimergli la sua simpatia, il suo amore, ma non aveva coraggio, temeva di perderlo per sempre, e piuttosto preferiva tacere; gli propose di portar da lei i suoi manoscritti e di leggerli insieme. Era cos bello leggere l'uno accanto all'altro! per lei poi che non poteva prender parte alla conversazione era il miglior divertimento. Egli le promise di venir a leggere tutto quello che avrebbe scritto, anzi era tanto incerto che aveva bisogno d'essere incoraggiato. In pochi mesi si sarebbe decisa la sua sorte: o sarebbe uscito vittorioso dalla lotta, o sarebbe scomparso per sempre. Camilla era certa che avrebbe vinto; per lei era un genio; e doveva certo toccare una meta gloriosa. Oh avesse potuto far qualche cosa per lui! Avrebbe desiderato un nome autorevole nella letteratura per poter raccomandare i di lui scritti, per farli leggere ed apprezzare, perch egli le diceva sempre che per un autore sconosciuto il pi difficile  il farsi leggere. Essa avrebbe dato tutto, anche la sua vita per vederlo felice; e se fosse stata certa di possedere il suo amore sarebbe stata contenta della sua disgrazia che le permetteva di concentrarsi interamente in quell'amore, di vivere soltanto per lui. Intanto la sua mente si esaltava, capiva che la sua passione era una di quelle che possono riuscire fatali; nell'avvenire vedeva un gran buio ed un'immensa incertezza; ma pure a quell'amore si teneva aggrappata come un naufrago alla sua ultima tavola di salvezza.
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CAPITOLO 8.
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Lena era contenta d'essere stata accolta come cameriera in casa Rivetta. Da pi di quindici giorni avea girato per la citt, sola, senza danaro, quasi disperando di riuscire a trovare un collocamento; eppure aveva sentito dire che chi ha voglia di lavorare ne trova sempre in una citt come Milano; ed essa ne aveva cercato del lavoro, avrebbe fatto qualunque cosa per vivere, ma non aveva mai servito, non aveva nessuno che potesse dare informazioni di lei e cos non avea potuto trovare da collocarsi prima. Era giovane di vent'anni, piccola, tarchiata, con una faccia rotonda come una palla e rossa come la mela, due occhietti grigi ma astuti, ed un nasino provocante e volto all'ins; era un po' curva come chi ha cominciato a far da fanciulla fatiche superiori alla sua et; non si poteva dir bella, ma aveva la freschezza della giovent e generalmente piaceva. Essa non aveva conosciuto i genitori; sua mamma, non potendola nutrire, mentr'era ancora in fasce l'affid alla Martina, la quale teneva una masseria dei marchesi Argellani e aveva anch'essa un bimbo da latte; la preg di dare il latte alla Lena dietro un compenso che per i primi mesi sbors puntualmente, ma dopo non si fece pi vedere; chi la disse partita, chi morta, e intanto la bimba rimase nelle mani della Martina.
Quantunque ruvida e avara non ebbe cuore di abbandonare la Lena e la tenne come una sua figlia, pensando di trarne partito quando fosse stata in grado di lavorare. Cos crebbe assieme a Pinella, suo fratello di latte. Bambini, dormivano nello stesso letto, giocavano insieme e insieme si rotolavano sull'erba dei prati; dopo furono compagni di lavoro, andavano insieme a condurre le bestie al pascolo e ad arare la terra. Dei due, chi lavorava di pi era la Lena; fin da bimba la Martina la spingeva al lavoro a furia di busse. "Bisognava se lo guadagnasse il pane che mangiava," soleva dire la donna; "i figli era obbligata a mantenerli, ma essa era un'intrusa e se non lavorava dacch non era pi una bimba, l'avrebbe scacciata di casa."
Lena non era una sciocca, anzi per essere una contadina era astuta ed intelligente e capiva bene che la Martina non aveva nulla da perdere a tenere in casa, per quel tozzo di pane che le dava, una ragazza come lei che lavorava per dieci e che se avesse voluto avrebbe potuto trovare facilmente da collocarsi altrove; ma essa aveva preso affezione a Pinella, al suo fratello di latte, e piuttosto di andar lontano da lui, sopportava i rimbrotti e le busse. Essa era per lui come un cane fedele, le piaceva essergli compagna nelle fatiche; e tutto sopportava per non abbandonarlo. Egli approfittava dell'affetto della fanciulla per farle fare la sua parte di lavoro, e magari sdraiarsi sul fieno a riposare, o giuocare coi compagni. Qualche volta la bastonava, la tormentava; ma essa si lasciava battere come una bestia da soma senza dir nulla, lavorando sempre, senza stancarsi mai.
Essa era sicura che un giorno l'avrebbe condotta in chiesa e le avrebbe dato l'anello di sposa; che questo giorno fosse domani o dopo qualche anno, era lo stesso; si sentiva abbastanza paziente per aspettare, pur di restar sempre insieme con lui.
Un giorno capit una carta, che chiamava Pinella a presentarsi per la coscrizione. Essa non ci aveva pensato, e si sent morire all'idea che dovesse andar lontano a fare il soldato, e continuava a domandargli se non ci fosse proprio alcun rimedio, se dovesse andar via.
- Non c' speranza che nel numero, - le diceva.
Ed essa sper ancora, ma venne il giorno di estrarre il numero; e Pinella ne estrasse uno dei pi bassi. Non c'era caso, bisognava partire.
Anche Martina era desolata di veder partire il figliuolo ch'era sempre stato il suo Beniamino. In quanto a lui, era quasi contento di andar via e liberarsi dalla Lena, che lo annoiava fin troppo, perch lo seguiva dappertutto, e se lo vedeva discorrere colle altre ragazze pareva che volesse cavargli gli occhi; poi ad ogni matrimonio che accadeva in paese era sempre l a chiedergli;
- E noi quando ci sposeremo?
Discorso che cominciava a seccarlo.
Una volta che seppe di dover andare, non volle pi lavorare; bisognava bene darsi un po' di bel tempo assieme ai compagni; facevano cos tutti, ed egli non voleva essere da meno degli altri. Perci cominci a bazzicare per tutte le osterie del paese; qualche volta era lui che pagava, qualche altra gli amici, e la sera veniva a casa mezzo ubbriaco e cantava:
Addio, mia bella, addio.
Poi aveva dei momenti d'espansione, baciava la sua mamma, abbracciava la Lena, la quale pensava:
- Sar per quando avr finito il servizio; mi sposer allora.
Ma il giorno che lo vide partire, insieme agli amici, sempre cantando:
Addio, mia bella, addio.
col cappello un po' chinato verso l'orecchia destra, colla faccia imporporata e gli occhietti iniettati di sangue per il vino che aveva bevuto, si sent un vuoto intorno a s, e quando ud le ultime note della canzone dileguarsi in lontananza, cap che senza Pinella non avrebbe potuto sopportare il lavoro faticoso, le busse e i rimproveri della Martina.
Questa dopo la partenza del figlio divenne pi bisbetica, pretendeva che la Lena lavorasse il doppio, e se qualche volta la povera fanciulla si fermava per riposare qualche minuto, essa la chiamava pigra, indolente, e la spingeva a furia di calci al lavoro. Un giorno Lena non ne poteva pi; era stata tutta la mattina arrampicata sui gelsi a staccare la foglia per i bachi da seta, poi aveva loro cambiato il letto, e finalmente era andata a zappare la terra intorno alle viti. Quando la Martina le disse di andar alla cisterna ad attinger l'acqua per dar da bere alle bestie, essa si rifiut perch era stanca. La Martina le diede un colpo in mezzo alle spalle colla mestola della polenta che aveva in mano. Lena non disse nulla: aveva presa la sua risoluzione; and ad attingere l'acqua alla cisterna, diede da bere alle bestie, prepar la tavola per la cena, ma quando tutti furono a letto, tranquillamente, senza far rumore, fece fagotto di un po' di roba, e via per i campi risoluta e senza voltarsi indietro. Prese per un pezzo attraverso i viottoli, ma la strada era sassosa, la notte buia, e non sapeva dove mettesse i piedi. Pens di metterci un po' pi di tempo, ma di andare al sicuro, e prese la strada maestra. Cammin per un bel tratto, e gi cominciava a sentirsi stanca, quando ud in lontananza un rumore di ruote e pens che fosse il cavallante che andava a Milano due volte la settimana. Allorch il carro si fu avvicinato, preg il carrettiere per carit di permetterle di fare un po' di strada sul suo carro.
Il carrettiere le rischiar la faccia con un lanternino che aveva attaccato al carro, parve contento della sua fisonomia e le disse:
- Salite pure.
Essa sal sul carro in mezzo ad una cassa e ad una botte di vino accanto a due cani, uno bianco e uno nero, che al vederla salire si misero ad abbaiare, ma essa li accarezz con una mano e il carrettiere fece loro un cenno di star tranquilli. Ben presto Lena divenne amica di quelle bestie, che per tutta notte le fecero l'ufficio di guanciali; per non dorm perch il carrettiere le dava certe occhiate poco rassicuranti. Essa pensava che alla peggio sarebbe saltata gi dal carro e andata via di corsa per la campagna. Le pareva una notte eterna, una strada interminabile. La temperatura era fredda, umida, le lunghe file di alberi neri mandavano delle ombre su quella strada grigia, sempre uguale. Il cavallo, colle redini cadenti sul collo, proseguiva la via col suo passo monotono, come per antica abitudine, trascinandosi dietro quel carro pesante; per l'aperta campagna non si sentiva che il rumor delle ruote e l'abbaiar di qualche cane nei cascinali dove passavano. Ad ogni tratto, un sasso sotto alla ruota faceva dar un balzo al carro; allora i cani sollevavano la testa e il carrettiere bestemmiava. Lena aveva freddo, e si teneva accovacciata presso i cani per riscaldarsi. Pensava al passo che aveva fatto e all'avvenire che l'aspettava in citt, dove non conosceva nessuno. Il carrettiere le chiese che cosa andasse a fare in citt.
- Vado a servire, - rispose Lena.
Il carrettiere crollava il capo. Era una cosa pericolosa andare cos senza appoggio in citt; non avrebbe voluto che una sua figlia facesse altrettanto. Poi proseguirono in silenzio. Quando l'albeggiare permise a Lena di vedere pi distintamente il paesaggio intorno a s, respir meglio e si sent pi rassicurata; per la pianura che vedeva stendersi tutt'intorno le dava un senso di tristezza. Quando fu presso la citt bisogn scendere, perch il carrettiere doveva fermarsi alla dogana.
Egli volle abbracciare la Lena; era il meno che potesse chiedere, in cambio dell'ospitalit accordatale; essa lasci fare. Infine era un buon diavolo e senza di lui sarebbe stata ancora sulla strada e pi presso al suo villaggio che alla citt.
Scapp verso la barriera mentre il carrettiere le gridava:
- Ricordatevi, se avete bisogno di qualche cosa, mi troverete il marted e il venerd in via San Lorenzo, N. 10.
Lena, mentre andava di buon passo verso la citt, ripeteva nella sua mente, per ricordarselo, l'indirizzo che le aveva dato il carrettiere. Non si sa mai; avrebbe potuto aver bisogno anche di lui. Poi cominci a pensare ai casi suoi.
Non sapeva cosa fare n a chi dirigersi; entrata in citt, non sapeva raccapezzarsi in mezzo a quelle vie larghe, a quel dedalo di case alte, imponenti, che le parevano chiese.
La citt essendo ancora addormentata, non vedeva che qualche persona di tanto in tanto passare per quelle strade deserte. Voleva domandare di Pinella, ma capiva che le sarebbe stato difficile trovarlo. Vide in lontananza un soldato, gli si avvicin e gli chiese se conosceva Pinella, un coscritto di pochi giorni.
Egli la guard in faccia e si mise a ridere; la credeva pazza; alz le spalle e continu la sua strada. Lena comprese d'aver fatto una sciocchezza nell'esser venuta in una citt cos grande, sola e senza conoscere nessuno. Pens ad una ragazza del suo paese che dovea esser a servire a Milano, ma non sapeva il suo indirizzo, e capiva che non era come in un villaggio, dove le persone che si cercano si trovano subito con facilit. Aveva fame e non possedeva che venti centesimi; spese un soldo per comperarsi un pane, e chiese al prestinaio se conoscesse una famiglia che cercasse una donna di servizio.
S, egli ne conosceva, ma non avrebbero preso in casa una ragazza che non avesse mai servito e non potesse dare informazioni di s.
Era un altro scoglio al quale non aveva pensato. Domand dove fossero alloggiati i militari, specialmente i coscritti.
C'erano tante caserme, a Sant'Ambrogio, in piazza Castello, a Porta Vittoria, ma non sapeva bene dove fossero gli ultimi venuti. Per se andava in Piazza d'Armi avrebbe veduti i coscritti a far l'esercizio. Si fece insegnare la strada e and in Piazza d'Armi. Soldati ve n'erano tanti, ma in mezzo a tutto quel movimento, a quella confusione non poteva raccapezzarsi. Un momento le pareva di vedere ad un certo punto, qualche cosa che rassomigliasse a Pinella. Correva ansante da quella parte: non era lui. E questo fatto si ripet parecchie volte; era stanca e non si poteva pi reggere; per bisognava che trovasse Pinella ad ogni costo. A furia d'interrogare questo e quello, seppe la caserma dove erano alloggiati i coscritti: vi and, e chiese di Pinella.
Egli era l, ma non la volevano lasciar passare. Essa disse ch'era una del suo paese, che gli portava notizie dei suoi, preg, supplic, si mise a piangere, tanto che il caporale si commosse e fece chiamare Pinella. Quando essa vide il suo compagno d'infanzia gli gett le braccia al collo tutta commossa.
Finalmente non era pi sola, aveva trovato una faccia conosciuta; e gli raccont che non aveva potuto vivere senza di lui e l'aveva seguito. Egli invece non si mostrava tanto contento di quella sorpresa, e passate le prime espansioni le disse:
- Ed ora cosa pensi di fare? sai che non ho tempo per te, devo badare al mio servizio, altrimenti mi mettono agli arresti.
- Devi cercarmi una famiglia per andare a servire.
- E come faccio io se non conosco nessuno?
- Devi aiutarmi.
- Non so che fare di te, e non so come ti sia venuto in mente di venir qui a mettermi in questi impicci.
Egli fece per andarsene, ma essa lo trattenne per un braccio.
- Almeno trovami un alloggio, al servizio ci penser io.
Anche questa non era una cosa facile; pens di raccomandarla ad una ostessa di sua conoscenza; dove andava a bere qualche bicchiere cogli amici quando poteva; e la preg di tenerla finch si fosse trovata un posto; intanto, occorrendo, l'avrebbe aiutata nell'osteria.
La fanciulla, tutta riconoscente, non finiva di ringraziarlo, ma a lui poco importavano i ringraziamenti; faceva questo a patto che non lo tormentasse pi: non voleva essere burlato da tutto il reggimento, lui, e si ricordasse bene di non andargli tanto per i versi.
- Almeno la domenica, - diceva Lena timidamente.
- Basta, vedremo, se sarai buona; ma ora devo lasciarti. Addio, buona fortuna.
Quando entr in caserma, i compagni, che lo avevano osservato e avevano veduta la fanciulla, cominciarono a congratularsi con lui della buona fortuna; gli dissero che la Lena era un bel pezzo di ragazza, e che infine era fortunato; loro invece colle cittadine, piene di pretese, dovevano rimanere a bocca asciutta.
La Lena si mise subito a cercare servizio, ma non era cos facile, non potendo dare informazioni di s.
L'ostessa le aveva dichiarato che la teneva per pochi giorni per far piacere a Pinella, ma se non trovava da mettersi a posto ci pensasse, ch ella non poteva alloggiare nella sua osteria tutte le vagabonde che capitavano dalla campagna.
Lena soffriva e girava tutto il giorno, ma sempre inutilmente.
Si ramment dei marchesi Argellani che aveva servito qualche volta quando venivano l'autunno a villeggiare a Renzate, e dovevano certo conoscerla; si present al loro palazzo per chiedere una raccomandazione, ma non pot penetrare fino alla marchesa.
- Non riceve nessuno, - le rispose il portinaio.
Ritorn parecchie volte al palazzo dei marchesi, sempre col medesimo esito. Una volta per giunse fino in anticamera, ma un domestico le disse che la marchesa era occupata e non voleva veder nessuno. Quel domestico l'aveva veduto in campagna, e si fece coraggio a narrargli il suo imbarazzo. Sperava di veder la marchesa per raccomandarle di dire una buona parola se chiedevano di lei.
- Ma vi confondete per questo? - le disse il domestico. - In citt bisogna essere un po' sfacciati e una qualche bugia non guasta; quando vi domandano se avete da dare informazioni, dite subito con franchezza che avete servito i marchesi Argellani, magari in campagna, come infatti  vero.
- E se vengono a domandare?
- Vengano pure; potrebbe darsi che non dicessero male di voi. Cosa vi costa intanto a far cos? di quello che succeder poi non dovete incaricarvene.
Lena diede retta al consiglio di quel servitore e in questo modo pot finalmente collocarsi come cameriera in casa Rivetta.
Appena ebbe trovato il posto tanto desiderato, tutti furono con lei pi graziosi. L'ostessa la preg tutta gentile di venir qualche volta a trovarla. Pinella le promise di trovarsi con lei nelle ore di libert. In quanto a Lena, in quei pochi giorni che si trovava in citt aveva fatta pi esperienza che in tutto il resto della sua vita; capiva che quando si ha danari in tasca si pu dir la sua ragione e si  considerati qualche cosa; e si proponeva di guadagnarne pi che le fosse possibile; e per il momento voleva far di tutto per rimaner in casa Rivetta, contenta d'avere trovato finalmente una casa che l'avesse accolta, cosa pi difficile di quello che credesse da principio.
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CAPITOLO 9.
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La signora Rivetta era felice d'aver trovato una cameriera che le andasse bene. Non era molto fina, ma si prestava a far qualunque cosa; non si lagnava come le altre del forte lavoro che c'era in quella casa, e sopportava i rimproveri e le osservazioni senza parlare, senza rispondere, umile come una bestia da soma. Sofia volea sapere quello che si faceva in casa Argellani e la tempestava di domande intorno alle marchesine. Quelle ragazze che uscivano sempre in carrozza, vestite dalle migliori sarte come figurini, tanto che la guardavano dall'alto in basso e sdegnavano di salutarla, erano il suo incubo, e desiderava ardentemente di farsi stimare anche lei da quelle signorine orgogliose.
Una sera in casa Rivetta era riunita la solita compagnia, e regnava nel salotto pi animazione del consueto. Tutti avevano qualche cosa da raccontare, e un discorso al quale s'interessavano. La signora Rivetta avrebbe voluto intrattenere tutti raccontando della sua nuova cameriera; ma gli altri s'interessavano di pi ai discorsi di Giorgio, che tutto contento d'aver trovato una soluzione originale alla sua commedia, ne narrava qualche scena col calore di chi parla d'una cosa che gli sta a cuore e si dimentica che forse gli altri non ci prendono uguale interesse. Egli parlava, parlava senza posa, la sua faccia si animava, diventava eloquente, tanto che tutti pendevano dalle sue labbra.
Sofia non ne perdeva una sillaba; gli stava vicina, approvava quello che diceva, le pareva di vederlo glorioso, e cercava di accaparrarselo.
Il signor Rivetta avea pure un discorso preferito, al quale cercava d'interessare gli altri. Si trattava di una nuova macchina venuta dall'Inghilterra che poteva in poco tempo tessere con tanta velocit ed uguaglianza una stoffa, da superare tutto quello che si era fatto in questo genere in Italia. Egli parlava con un ingegnere di ampliare il suo stabilimento, voleva aggiungervi una tintoria, e tante altre belle cose; poi diceva a Giorgio che un giorno doveva fare una gita al suo stabilimento vicino a Como, perch uno scrittore deve veder tutto; anzi avrebbero dovuto combinare una gita tutt'insieme e passare una giornata fuori di citt.
Anche donna Marina quella sera era tutta eccitata e infervorata a discorrere. Avea nientemeno che combinato il matrimonio della marchesina Argellani col conte Arduini, ed era stata proprio lei a combinarlo, anzi gli sposi s'erano veduti in casa sua per la prima volta; essa li avea presentati l'uno all'altro, s'erano piaciuti, e tutto il resto era andato liscio come l'olio.
- Un bel matrimonio, - diceva tutta orgogliosa, - e una vera fortuna per la signorina Argellani, che non ha una dote proporzionata alla sua condizione.
Poi raccontava che la marchesa Amalia le mostrava tanta gratitudine per quel fatto che l'avrebbe voluta sempre a casa sua, ma essa non voleva trascurare gli amici; e parlava dei regali dello sposo, d'uno splendido anello con un rubino meraviglioso contornato da grossi diamanti che aveva posto in dito alla fidanzata appena tutto fu combinato.
Sofia avrebbe desiderato che si parlasse anche di lei a quel modo. Ogni ragazza che si faceva sposa le ravvivava il desiderio di trovar un buon partito; ma avrebbe voluto che fosse tale che tutta la citt se ne occupasse.
Camilla quella sera era inquieta, annoiata; quando tutti parlavano si trovava avvilita di non poter capire quello che dicevano. E poi non si sentiva bene; quell'esaltazione in cui viveva, le lunghe lettere che scriveva a Silvano, quel tener continuamente tutto chiuso in s stessa, unitamente al suo temperamento nervoso ed eccitabile, le procuravano delle sofferenze inaudite. Aveva spesso delle emicranie e ad ogni piccola contrariet era presa da convulsioni che mettevano lo spavento in tutta la casa.
Il signor Rivetta l'osservava con occhio inquieto. Essa era sempre stata la sua prediletta e l'amava come la pupilla dei suoi occhi. Lasciava spesso i suoi affari per fare una corsa a casa ad informarsi della sua salute, andando essa, dopo che era indisposta, di rado al suo studio; perch le avevano ordinato il riposo pi assoluto. Ma per anche quello stare tutto il giorno senza far nulla l'annoiava e quindi si sentiva peggio.
Quella sera era agitata, nervosa; ora s'avvicinava ad una persona, ora ad un'altra; poi si stizziva di non capire una parola e se ne tornava al suo posto tutta sconfortata. Non si consolava nemmeno alle carezze del suo cagnolino, di Flik, che le saltava sulle ginocchia e le leccava le mani e la faccia in segno di simpatia. Fissava Giorgio, ma capiva benissimo ch'egli, infervorato a discorrere dei suoi scritti, non si curava di lei.
Gina le era vicina e cercava di spiegarle quello che dicevano; ma essa continuava a domandare perch non suonassero e non facessero altro che parlare; le dava noia veder quelle faccie animate e quelle labbra sempre in moto. Tacessero una volta; cos la facevano venire nervosa.
Gina continuava ad osservarla; la vedeva agitata, e temeva una delle solite crisi. In quegli ultimi tempi si rinnovavano troppo spesso, e a lei facevano tanta impressione che il medico le aveva proibito di assistervi e la mandavano fuori della camera; ci era peggio, perch amava la sua cugina e desiderava sapere quello che accadeva; per cui stava delle lunghe ore ad origliare all'uscio, trattenendo il respiro per non far rumore, agitata dall'inquietudine, interrogando tutti quelli che uscivano dalla stanza per aver notizie della sua Camilla. Era tanto affezionata alla muta, che le pareva che non avrebbe potuto vivere senza di lei e soffriva di saperla ammalata d'un male inesplicabile, che nemmeno i medici sapevano come curare; e invece non le era concesso nemmeno di assisterla. Essa leggeva sulla faccia della sua cugina come in un libro aperto; e quella sera ci vedeva qualche cosa d'insolito che dava un'espressione dolorosa a tutta la sua fisonomia e non pot fare a meno di chiederle se si sentisse male.
Camilla con un gesto d'impazienza fece cenno che stava bene; sua cugina la consigli a ritirarsi.
- Sei stanca, - le diceva, - hai bisogno di riposo, va a letto.
Camilla si fece dare un bicchierino di cognac, che bevve d'un fiato.
 vero, non si sentiva bene, aveva un senso di languore che le pareva di dover cadere svenuta da un momento all'altro; non voleva ritirarsi finch rimaneva Giorgio e nello stesso tempo temeva che le sopraggiungesse una delle solite crisi, e avrebbe preferito di morire piuttosto che dar un simile spettacolo a lui; perci tentava di sostenersi chiamando in aiuto tutta la sua forza di volont.
Stette per un bel tratto intenta ad osservar Giorgio che parlava incessantemente; dall'espressione del volto e dal muovere delle labbra tentava d'indovinare quello che diceva. Cap soltanto che aveva molto da fare e per parecchi giorni non si sarebbe fatto vedere; doveva dar l'ultima mano alla sua commedia, e ad un volume di versi che doveva esser pubblicato contemporaneamente alla rappresentazione della commedia. O il suo nome doveva fare un gran chiasso, o sarebbe stato un fiasco; in questo caso la sarebbe finita per lui. Egli voleva o tutto o nulla, o la gloria o la morte. Non avrebbe sopportato la mediocrit, e quello che tentava era proprio un colpo decisivo.
Da tutto questo Camilla capiva che aveva molto da fare e non avrebbe avuto tempo di occuparsi di lei, e quando fu sul punto di congedarsi essa gli diede una stretta di mano tanto forte come se non lo avesse voluto lasciar partire. Egli si svincol a stento da quella stretta meravigliandosi come una personcina cos delicata avesse tanta forza da tenere la sua mano quasi in una morsa di ferro. Salut tutti come chi deve stare del tempo senza vedersi, perch aveva intenzione di andar qualche giorno in campagna a terminare i suoi lavori per star pi tranquillo. Camilla salut sorridendo, si sentiva smarrire la conoscenza, vedeva davanti agli occhi gli oggetti confusi; si faceva forza e sorrideva sempre, ma quando la porta si richiuse sopra gli ultimi visitatori, non pot pi reggere, diede un grido e cadde al suolo come morta.
Il signor Rivetta fece per aiutarla, ma si sentiva tremar le gambe e le braccia, si confondeva e non poteva far nulla. Gina sbarrava gli occhi tutta tremante e non poteva muoversi; la signora Rivetta strillava; fu soltanto Lena, la cameriera, ch'ebbe abbastanza presenza di spirito di sollevare Camilla e riportarla sul letto, mentre Sofia mandava in fretta a cercare il medico.
Il signor Rivetta scuoteva la fanciulla e si disperava credendo che fosse morta; e si consol quando la vide dibattersi in preda a forti convulsioni. Era un male che aveva avuto altre volte e sapeva quello che c'era da fare. Con amore paterno egli la teneva, ferma e scostava da lei tutti gli oggetti duri e angolosi perch non si potesse far male; e colla pazienza d'un santo, interrogava quella faccia pallida sconvolta; le bagnava le tempie con dell'aceto, le faceva odorare la boccetta dei sali. Fu peggio quando riprese conoscenza; era stanca, abbattuta e avea un dolore acuto da una parte, vicino al cuore, che la faceva delirare.
Il dottore diceva che non era nulla; dopo qualche ora, la crisi sarebbe passata e si sarebbe riavuta come prima. Il signor Rivetta non n'era persuaso; quelle crisi erano troppo frequenti e bisognava pensare ad un rimedio radicale. Voleva consultare un distinto professore che si trovava a Milano. Il dottore rispose che facesse pure; era una malattia che faceva grande impressione, ma di nessuna conseguenza, ribelle ad ogni rimedio, che un bel giorno sarebbe scomparsa colla facilit, con cui era venuta.
Quando Camilla si riaveva dalle convulsioni avrebbe voluto aver sempre accanto la Gina; ma la signora Rivetta non voleva, perch il dottore lo aveva proibito, dicendo che le ragazze sono troppo impressionabili e facili a prendere malattie quasi senza saperlo, per spirito d'imitazione.
Per la Gina stava presso l'uscio con Flik, attenta ad ogni rumore, ansiosa di sapere quello che avvenisse nella camera dell'ammalata; quando poi poteva vederla, entrava, si metteva tranquilla accanto al letto e non si muoveva pi, mentre Flik saltava sul letto, dimenava la coda e faceva festa all'ammalata che sorrideva malinconicamente, ed era una pena vederla colla sua faccia pallida e cogli occhi infossati, contornati da un cerchio livido. Generalmente si rimetteva presto da quelle crisi per ricadervi nuovamente, e per giunta avea continue sofferenze e dolori, che non le lasciavano pace.
Un giorno il signor Rivetta condusse a casa assieme al medico curante il professore Carli, uno specialista delle malattie nervose.
Egli esamin per bene l'ammalata, ne ascolt il respiro, il battito del cuore, pass la mano sulla spina dorsale per vedere se ci fosse qualche punto doloroso, mentre Camilla crollava il capo, accennando che non sarebbe stato certo lui che l'avrebbe guarita.
Il professore parve soddisfatto della sua visita, e disse di non aver trovato nessuna lesione grave, e dopo aver fatto parecchie domande sui sintomi del male, sulla frequenza delle crisi, concluse:
- Si tratta d'un caso d'isterismo piuttosto importante.
- E non c' rimedio per guarirla? - chiese il signor Rivetta.
- La scienza va a tentoni in queste malattie e non si possono fare che dei tentativi, nella speranza che qualcuno possa riuscire, - rispose il professore. - Dovreste darle marito, - soggiunse dopo un po' di pausa; -  forse il mezzo pi sicuro per guarirla.
- Magari, - disse il signor Rivetta; - far il possibile, ma bisogna che concorra anche la sua volont in questo affare.
-  naturale, - aggiunse il professore.
- Ma sar difficile persuaderla, - disse il signor Rivetta; - ha le sue idee.
Il professore allora parl col medico curante, prescrisse una cura di bromuro; poi in caso di agitazione, d'insonnia, di dolori forti, era d'opinione di usare i narcotici. Il cloralio o alla peggio la morfina.
- Io che la conosco e l'ho sempre curata, - disse il dottore, - so che si abitua facilmente a certi rimedi, e poi non le servono.
- Si aumenta la dose, - disse il professore.
- Ad un corpicino gracile come il suo crede ella che non possa recar danno?
- Io credo che lo spasimo e il dolore portino pi danno ancora; sono per la soppressione del dolore; per ricordatevi che con questo sistema ci vuole una costante attenzione; bisogna aumentare adagio le dosi, e appena fanno l'effetto voluto, fermarsi subito, e non farlo che in caso di bisogno assoluto.
Il professore avea un nome famoso nella cura di quelle malattie e molta autorit fra i suoi colleghi, sicch il dottore non fece altre obbiezioni e disse che avrebbe seguito in tutto i suoi consigli.
Al signor Rivetta da quel consulto era rimasta una idea fissa in capo, dar marito a Camilla. Non era per cosa facile; egli che avrebbe dato la sua vita per vederla felice, la conosceva abbastanza per sapere la difficolt dell'impresa. E la difficolt proveniva da parte della ragazza, perch egli conosceva dei giovani buoni e intelligenti che l'avrebbero sposata volentieri.
Prima di tutto era bella, poi ricca, perch egli era deciso a darle una dote anche superiore a quella delle sue proprie figlie; era buona, intelligente, non aveva che la disgrazia d'esser muta.
"Ma una moglie che non parlasse sarebbe anzi una fortuna," avea pensato il cassiere del signor Rivetta, il quale gli aveva fatto capire pi d'una volta ch'egli sarebbe stato felice di sposare Camilla.
Infine non era un partito da disprezzare, tanto pi ora che ci andava di mezzo la salute, e doveva risolversi a prender marito; ma il difficile era di fargliela capire, a quella ragazza che non aveva mai voluto saperne di simili proposte; in ogni modo si decise a parlargliene.
Un giorno che la trov pi allegra e pi calma del solito, tir fuori quel discorso, anzi scrisse sopra un foglio di carta quello che avea consigliato il dottore.
Essa alz le spalle e si mise a ridere; dove andavano a impicciarsi i dottori? ordinassero le medicine e non s'incaricassero del resto.
Il signor Rivetta le fece capire che ci era chi sarebbe felice di sposarla.
Camilla pens a Giorgio, e domand nervosamente chi fosse.
- Nardi, il cassiere, un bravissimo giovane, onesto, intelligente, che aveva un avvenire; e poi se consentiva egli lo avrebbe associato a' suoi affari.
Camilla gett via il lavoro che aveva sulle ginocchia e si mise a passeggiare tutta agitata per la stanza.
Dunque erano proprio stanchi di lei, che osavano farle di quelle proposte? Glielo dicessero, se erano stanchi, perch l'avrebbe finita coll'esistenza; tanto essa era cos sventurata, cos sofferente che non sapeva cosa rimanesse a fare a questo mondo.
Tutto questo lo disse a gesti, troppo chiari per il signor Rivetta che era abituato a capirla subito. Egli la prese fra le braccia come una bimba. "Era cattiva a dir cos; se avea fatto quella proposta era stato a fin di bene; ma egli non avrebbe potuto vivere senza di lei; piuttosto che nipote, era la sua figlia prediletta; per carit si calmasse; egli le prometteva di non farle pi quel discorso, era stato il dottore; ma gi anche loro non sanno nulla; per lui gli bastava vederla star bene, del resto facesse pure la sua volont. Egli l'avea lasciata sempre libera, e non voleva toglierle certo la sua libert, ora che avea venticinque anni ed era una donna. Per non capiva perch rifiutasse tutti i partiti che le proponeva; se amava qualcun altro doveva dirlo; egli avrebbe fatto tutto il possibile per vederla felice."
Egli parlava, ed essa capiva tutto dal muovere delle labbra, dalla sua agitazione, e gli nascondeva la testina sul petto come quando era bambina, e gli chiedeva perdono. Fu sul punto di svelargli il segreto del suo cuore; ma poi forse egli avrebbe indotto Giorgio colle promesse, colle preghiere a sposarla, e a questo la sua dignit e la sua fierezza si rivoltavano; oppure Giorgio non avrebbe voluto saperne di lei e si sarebbe eclissato; ed essa sentiva che sarebbe stato peggio; non avrebbe potuto sopportare l'esistenza senza la speranza di vederlo di tratto in tratto. E sempre colla testa appoggiata sulla spalla dello zio, non potendo esprimere coi cenni la tempesta dell'animo suo, diede in uno scoppio di pianto.
Il signor Rivetta ebbe timore d'una crisi e chiam la Lena perch le portasse i calmanti che aveva ordinato il dottore; era disperato, non sapea perdonarsi d'aver suscitato quella tempesta nell'animo di Camilla, mentre la signora Rivetta, accorsa essa pure alla chiamata del marito, borbottava che con quella ragazza non s'aveva pi pace, e che coi suoi nervi e i suoi capricci avrebbe messo in rivoluzione tutta la casa.
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CAPITOLO 10.
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Giorgio stava ritirato in casa per finire e correggere i suoi lavori; non viveva pi per nessuno ed anche in casa Rivetta si faceva veder poco; ci andava solo nei giorni dello scoraggiamento, quando il lavoro incominciato non gli piaceva pi, quando si sentiva stanco, incerto, e gli pareva d'aver sbagliato vocazione; vi andava perch in quella casa era certo di trovare una parola di conforto e di speranza.
Quando la sua commedia venne accettata da una delle migliori compagnie drammatiche, gli parve d'aver fatto un capolavoro, si sentiva sicuro dell'esito e scriveva al padre e alla sorella che presto il suo nome sarebbe portato in trionfo. Dopo aver assistito alla prima prova, non era pi sicuro e avrebbe voluto ritirare il manoscritto; e cos viveva in una continua alternativa di speranze e scoraggiamenti che lo faceva soffrire, e lo teneva lontano dalla societ. Era stato presentato in casa Argellani, ma vi andava poco; si trovava piccino in mezzo a tutta quella gente blasonata, lui ancora conosciuto da pochi; calcolava di frequentarla soltanto dopo un trionfo.
Se viveva lontano dalla gente riceveva in compenso pi spesso le lettere della sua incognita ammiratrice. Erano lettere lunghissime, tutte piene di entusiasmo per gli scritti che continuava a pubblicare nel Giornale della Domenica. I suoi sonetti, i suoi racconti venivano analizzati coll'abilit d'un critico, con un'intelligenza superiore e col cuore di una donna sempre in ammirazione per lui. Se si fosse trattato d'un'altra persona, avrebbe trovato quegli elogi esagerati, ma si trattava di s ed egli li leggeva colla massima soddisfazione; tutt'al pi gli pareva di scoprirvi un po' di passione, ma il suo amor proprio di scrittore era lusingato di quell'amore destato soltanto dai suoi scritti, e stava delle ore a contemplare quelle frasi ben tornite, quelle lettere regolari, ben allineate, quella bella calligrafia chiara, aristocratica, e pensava alla bella incognita, ch doveva esser bella di certo e molto probabilmente giovane; e faceva sul di lei conto mille romanzi, l'uno pi inverosimile dell'altro. Qualche sera verso le undici, stanco della solitudine popolata dalle sue fantasie di poeta, chiudeva in fretta i suoi manoscritti nel cassetto della scrivania, andava a girare per la citt silenziosa, e finiva in un caff dove era certo di trovare il suo amico Martelli: e l, in un angolo appartato, discorrevano dei loro progetti e dei loro ideali. Martelli aveva gi organizzato una nuova spedizione, si preparava a partire fra pochi giorni per l'Africa e tentava di convertire Giorgio a seguirlo.
- L'Italia ormai, - diceva, - non ha pi bisogno di poesia; bisogna aprire nuove vie al suo commercio, trovar nuove strade in quei paesi ricchi, ubertosi, non ancora sfruttati.
Egli qualche volta tentava di persuadere l'amico a non rompersi la testa sui suoi scartafacci; gli diceva che il paese avea bisogno di uomini d'azione, coraggiosi, tanto da saper affrontare dei pericoli per il suo bene, che gli uomini del pensiero avevano risvegliato gli spiriti addormentati e quasi istupiditi dalla schiavit, ma avevano fatto il loro tempo, ed era giunto il momento di far qualche cosa per arricchire la patria, in caso diverso le altre nazioni andrebbero avanti ed essa resterebbe indietro e si lascerebbe un giorno mangiare in un boccone.
Il Martelli parlava con convinzione ed eloquenza, e si pu dire che soltanto coll'efficacia e col fascino della sua parola era riuscito ad interessare il governo alla sua spedizione e ad ottenerne tutto l'appoggio possibile. Ormai non gli mancavano n uomini n denari, e non gli sarebbe dispiaciuto aver insieme l'amico Giorgio, che avrebbe potuto mandare delle corrispondenze ai giornali, narrare tutte le vicende della spedizione e circondarla d'un'aureola di poesia. Una delle sue abilit era di saper trar partito da tutto e da tutti, e non gli rincresceva aver compagno di viaggio uno dei migliori scrittori, ch'era per giunta uno dei suoi migliori amici.
- Senti, - gli diceva Giorgio, - se ti avessi incontrato appena venuto a Milano, t'avrei forse seguito; ma mi sono messo in un'altra via, ho promesso e devo mantenere, almeno tentare.
- Ma non sai i nemici che troverai sulla tua via perigliosa? - diceva Martelli. - O riesci, e la loro invidia ti opprimer; o non riesci, e ti verranno addosso come belve affamate a dilaniarti; e ti potrai contentare se non ti uccideranno collo scherno e col ridicolo.
- S, ma e tu credi di non aver nemici?
- Forse pi di te, ma sono d'un'altra specie: gli elementi, i popoli selvaggi, pericoli che ti si affacciano ad ogni istante, ma che tu vedi, che puoi affrontare con coraggio, e, o li vinci, e nessuno ti contrasta la vittoria, o soccombi, e muori martire della scienza, sacrificando la tua vita ad una santa causa.
- Tu sei un eroe, - disse Giorgio.
- Tutti possono esserlo; i nostri padri hanno combattuto per l'indipendenza del nostro paese, noi dobbiamo combattere per la sua prosperit. E poi, - soggiunse, - non ti pare che sia pi grande, pi generosa la nostra missione? Noi guardiamo le cose dall'alto, senza idee personali; ecco una schiera di scrittori, di autori, nei quali l'ideale d'istruire il popolo, di far progredire la coltura intellettuale d'un paese, nasconde la loro vanit di farsi un nome; e son contenti se riescono a far passare qualche ora ad una dama annoiata, ad un pubblico desideroso di emozioni. In apparenza sono amici fra loro, si stringono la mano, dicono di amarsi; ma appena uno s'innalza sugli altri, eccoli tutti addosso a lui e a punte di penna, che equivalgono a punte di spillo, cercano di soffocare la sua fama nascente; e sono gli amici che fanno questo! Guarda invece fra noi: abbiamo un coraggio ben maggiore, perch si espone la vita in mille pericoli;  vero che qualche volta regna anche fra noi un po' di rivalit, ma  quella che ci spinge a nuove imprese, a far sempre di pi, e intanto il paese ci guadagna; c' pure tra noi una certa solidariet, perch dimentichiamo ogni nostro utile per la grandezza della patria in pericolo. Ci soccorriamo a vicenda se per caso c'incontriamo nei nostri viaggi, dividiamo l'unico tozzo di pane che ci rimane, il letto, la capanna, tutto; ci riconosciamo fratelli, e qualche volta lontano dalla patria, in mezzo al deserto, o al mare in burrasca, si formano delle amicizie che terminano soltanto colla vita. Credilo, Giorgio, la nostra missione  pi bella; vieni con me.
Giorgio crollava il capo; non era vero quello che diceva degli scrittori, non li conosceva bene; egli, per esempio, si sentiva d'amare e d'ammirare sinceramente i suoi compagni d'arte; non aspirava che ad un posticino tra loro. E poi al mondo ci volevano anche gli artisti. Se tutti fossero uomini d'azione, non ci sarebbe pi poesia, pi nulla che sollevasse la mente a delle idee superiori. E quando l'animo  fiacco, quando manca il coraggio nei cuori, non sono i poeti che rialzano lo spirito, che infondono il coraggio e spronano a grandi imprese? Non fu Tirteo che infuse il coraggio alle schiere spartane e le spinse a combattere e a vincere? e Murschasky e tanti altri non fecero coi loro canti vittoriosi i loro concittadini?
- Sono fole, - disse il viaggiatore, alzando le spalle.
- Non voglio guastarmi con te, - aggiunse Giorgio, - ti voglio troppo bene. Ma credi che tutti hanno la propria missione al mondo: l'uccellino e la formica, il bue e il cavallo; non v'ha nulla di superfluo e d'inutile. Se non possiamo volare, strisciamo; ma cerchiamo di porre anche noi una pietra al grande edifizio.
Poi Giorgio volle cambiare argomento. Disse che tutti quei discorsi gli parevano della rettorica inutile; in quanto a lui voleva tentare, forse non era la via migliore quella che aveva scelto, ma non poteva da un momento all'altro rinunciare agl'ideali di tutta la vita.
Quelle chiacchiere gli erano di grande giovamento; infine, se seguiva una strada diversa dall'amico, la meta era la stessa, giungere alla gloria. Dopo quei discorsi dormiva meglio, e la mattina si sentiva maggior lena per lavorare. Prima della pubblicazione del suo libro e della rappresentazione della commedia, quando i manoscritti erano gi consegnati e ch'egli non aveva altro da fare che correggere le bozze ed assistere alle prove, egli si sentiva pi libero e pi contento; ormai il dado era gettato e s'affidava alla sorte. Ritorn a frequentare casa Rivetta, dove era sempre pi festeggiato. Per un velo di malinconia avvolgeva quella casa ch'era una volta tanto lieta. Il signor Rivetta era triste e molto preoccupato della salute di Camilla che deperiva a vista d'occhio. Le crisi si facevano pi frequenti e non sapevano pi cosa tentare. Il dottore aveva seguto appuntino le prescrizioni del professore Carli, e quando la fanciulla non poteva dormire le amministrava delle forti dosi di cloralio; se era presa da forti dolori allo stomaco e al petto in modo che non potesse respirare senza fatica, le faceva delle iniezioni di morfina, ed essa era divenuta insofferente al pi piccolo dolore e chiedeva ella stessa quei rimedii che le toglievano la sensazione del male e le concedevano la calma e l'obblio. Quando Giorgio si fece vedere pi spesso, parve quasi rianimarsi; le crisi le lasciarono un po' di sosta, stava parecchi giorni senza far uso dei soliti narcotici. Giorgio l'osservava col suo occhio d'artista e la trovava un oggetto sempre pi interessante; in quanto a lei il sentirsi quello sguardo posarsi sopra di s, la rendeva felice, le faceva l'effetto d'una carezza. Si metteva sempre vicino a lui, per sentirlo parlare, - diceva, - ma si contentava dell'alito che le veniva in faccia, della stretta di mano che le dava di quando in quando e delle sue occhiate espressive. Anche Flick, il suo cagnolino, aveva una grande simpatia per Giorgio e gli saltava sempre sulle ginocchia, e gli si accoccolava in grembo; egli lo tormentava qualche volta, ma il cane si lasciava fare e cos formavano tutti e tre un gruppo degno d'esser dipinto, mentre tutti gli altri pendevano dalle labbra del signor Martelli, che prima di partire pel suo viaggio voleva passar qualche sera in quella casa ospitale; oppure stavano intenti ai racconti di donna Marina che parlava dei marchesi Argellani e dei preparativi che facevano per le nozze di Antonietta, argomento molto interessante per Sofia e Gina, che non erano mai sazie di ragguagli e di descrizioni, e volevano sapere i colori dei vestiti della sposa, i suoi discorsi, i regali dello sposo, quello che facevano, dove farebbero il viaggio di nozze, e cos di seguito.
Dal discorso di casa Argellani si passava a quello della cameriera. La signora Rivetta diceva d'aver trovato una perla, che lavorava tutto il giorno, era umile, s'adattava a far qualunque cosa e non rispondeva mai. Aveva un solo difetto, quello di non mancar mai alla passeggiata della domenica e di star via troppo; ma non c'era nessuno senza difetti e quello almeno era sopportabile. In cucina poi si parlava altrimenti delle passeggiate di Lena; il cuoco aveva scoperto che andava vicino alla caserma ad aspettare l'amico, un bel pezzo di soldato, e andavano a passeggio insieme; eppure la padrona, egli soggiungeva, perch l'avea sul suo buon libro, la credeva una santa. Del resto meglio cos, almeno godevano un po' di tranquillit, mentre prima quando cambiava cameriera ogni otto giorni era una babilonia.
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CAPITOLO 11.
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Giorgio aveva ricevuto la prima copia del suo primo volume e stava a contemplarla in ammirazione. Di tratto in tratto apriva qualche pagina, rileggeva qualche verso, e cos stampati nitidamente a caratteri elzeviri, gli parevano pi belli. Anche il volumetto con quella copertina elegante e il frontispizio stampato a due colori doveva invitare alla lettura; era degno di entrare nei salottini profumati delle signore e sarebbe stato al suo posto fra le loro manine bianche aristocratiche adorne di trine e di cerchietti d'oro. Doveva certo piacere; per, perch fosse conosciuto, bisognava che la stampa se n'occupasse, e si mise a scrivere alcune lettere raccomandandolo ai giornalisti che conosceva. Era il suo primo lavoro e avrebbe deciso del suo avvenire. Gliel'aveva scritto suo padre, che era tempo che cominciasse a guadagnare qualche cosa, e il suo editore gli aveva promesso, se avesse venduta sollecitamente la prima edizione, di pagargli bene la seconda come tutti i libri che avrebbe scritto in seguito. Non si trattava soltanto della sua gloria, ma del suo avvenire, e mano mano che rileggeva i suoi versi, si persuadeva che erano belli, che la critica non ci avrebbe trovato nulla a ridire; egli si sentiva poeta e credeva d'aver posto dentro a quei versi tutta l'anima. Dopo aver scritto molte lettere a diversi direttori di giornali, non le volle mandare; gli ripugnava quell'implorare un articolo, un cenno, gli pareva che il suo libro si raccomandasse da s, bastava non dimenticarsi di mandare il volume, e di questa faccenda incaric l'editore. Poi si sdrai nella sua poltroncina e si mise a fantasticare.
O la bella cosa se in pochi giorni il suo nome fosse conosciuto da tutti! Pi ancora del suo libro gli premeva la sua commedia. I successi della scena sono pi clamorosi, e sperava. Poi la sua grande ambizione era poter bastare a s stesso, senza dipendere da suo padre, che gli ripeteva sempre il solito ritornello: "Se tu ti fossi dato al commercio, a quest'ora non avresti bisogno di un povero vecchio come sono io, anzi potresti aiutarmi. Invece ti sei dato ad una carriera che  un semi-ozio." E gli parlava con disprezzo di tutti quegli scrittoruzzi che non producono che delle parole inutili, vivono alle spalle degli altri, veri parassiti della societ, seguendo un ideale di gloria che sfuma come una bolla di sapone.
Egli avrebbe fatto vedere al mondo il suo valore. Allora s che tutti gli darebbero ragione.
Poi pensava alla bella incognita che continuava a scrivergli e ad incoraggiarlo nella sua via. Se la figurava bella, ricca, forse un giorno si sarebbe fatta conoscere e allora, se fosse stata libera, chiss! Ma se riuscisse, ne avrebbe parecchie delle incognite a sospirare per lui; sarebbe imbarazzato a scegliere; per gli riuscirebbe difficile rinunciare alla sua libert, quantunque qualche volta provasse il desiderio d'aver una donna presso di s, che fosse la sua compagna e la sua ispiratrice, che potesse ascoltare i suoi versi e consigliarlo nei dubbi. Immerso in pensieri cos deliziosi, passava in rivista tutte le signore che conosceva, per vedere a quale gettare il fazzoletto in caso di trionfo.
Ne aveva vedute di carine in casa Argellani, ma non erano molto accessibili; era ancora troppo sconosciuto per farsi innanzi colla speranza d'essere preferito; c'erano troppi bellimbusti che non avevano la met dell'ingegno suo, ma che in quella societ ci facevano miglior figura. In seguito pens a casa Rivetta; anche l aveva spesso occasione di vedere delle gentili fanciulle, e quelle poi erano tutte per lui, cominciando da Camilla. Poveretta! peccato fosse muta, del resto avrebbe forse potuto comprenderlo, ma cos non gl'ispirava che un sentimento di compassione; Gina era troppo ingenua, troppo bambina; ci si potea divertire a fare uno scherzo, ma si poteva sul serio pensare a lei? Piuttosto Sofia; quella infatti mostrava di apprezzarlo veramente, parlava volontieri dei suoi lavori, era intelligente; un po' ambiziosa,  vero, ma esser prescelti da una fanciulla ambiziosa  cosa che lusinga l'amor proprio d'un uomo e non fa dispiacere.
Egli pensava di tenerla in osservazione, e se mai si fosse deciso a mettersi tranquillo, forse sarebbe stato utile averla l alla mano senza perdere il tempo a cercarla.
Egli si lasciava andare a quelle fantasie mentre fumava la sua sigaretta, senza pensare che prima bisognava cominciare ad essere qualche cosa se voleva che poi il mondo si piegasse a' suoi capricci e le belle sospirassero per lui. Quel giorno doveva appunto assistere all'ultima prova della sua commedia e dovea lasciare i sogni pi belli per le noie della vita reale.
Furono noie davvero che lo fecero discendere dai suoi sette cieli, perch gli attori recitavano svogliati e la commedia non gli faceva l'effetto che si riprometteva.
Certe cose fini, eleganti, sembravano sbiadite; tent di dar qualche suggerimento agli attori, ma essi non volevano dar retta ai suggerimenti di un autore novellino. Il capocomico per lo consolava; era tutt'altra cosa veder un lavoro rappresentato quando il teatro  illuminato e pieno di spettatori; non poteva giudicare il suo dalla prova, era sempre cos.
Giorgio non domandava di meglio che credere a quanto gli diceva uno che avea certo pi esperienza di lui; per non si poteva capacitare come certi caratteri che gli pareva fossero di grande effetto riuscissero sbiaditi a vederli l sulla scena, e quasi quasi si pentiva del suo lavoro e avrebbe voluto farsi restituire il manoscritto. Egli lo disse al capocomico, ma questi gli chiese se fosse pazzo; dopo le spese fatte, dopo le fatiche di aver studiata la parte e aver annunciato sui giornali la produzione per la sera vegnente, nemmeno per sogno.
- E se  un fiasco? - disse Giorgio.
- Ma! - rispose il capocomico, - me ne dispiacerebbe, ma noi intanto avremo coll'annuncio d'una novit riempito il teatro. Speriamo bene; se piace, abbiamo il teatro pieno per varie sere e, capite, questo  l'unico mezzo per avere un compenso di tante fatiche.
Le scene che seguirono apparvero migliori all'autore, anche viste in quell'ambiente freddo e cogli attori poco affiatati. Raccomand solo che studiassero meglio la parte, e facessero il possibile giacch c'era tempo di migliorare l'esecuzione.
Usc di teatro un po' incerto sull'esito del suo lavoro, e meravigliandosi come fossero state inutili tutte quelle raffinatezze di lingua e di stile per le quali avea sciupato tanto tempo, mentre non facevano nessun effetto.
La sera della rappresentazione era molto agitato; non avea ancora finito di pranzare che corse al teatro, ma non trov nessuno; fece un giro per la citt, poi ritorn al teatro quando si cominciava ad illuminarlo. Il vedere quell'ambiente freddo, spopolato, gli fece malinconia; and sul palcoscenico, era peggio: vi regnava un disordine di mobili, di attrezzi, di scenari che gli stringeva il cuore. Usc di nuovo per ritornare all'ora dello spettacolo. Finalmente vide un po' d'animazione; gli spettatori che non avevano un posto distinto erano gi seduti in platea; cominciava ad aprirsi qualche palco, a popolarsi anche i posti numerizzati. Egli stava dietro il sipario, e ad ogni istante dava un'occhiata alla sala.
Fra le signore sedute nei palchetti ce n'erano molte di conosciute; ci lo irritava invece di dargli piacere. Se doveva far fiasco era meglio che non ci fossero i suoi amici; almeno avrebbero potuto conservar l'illusione che il pubblico fosse stato troppo severo.
Pensava a questa cosa, quando vide affacciarsi ad un palco la famiglia Rivetta; fu un po' contrariato; del resto non poteva essere altrimenti: era certo che sarebbero venuti coll'amicizia che avevano per lui. C'erano tutti, eccetto Gina, che il signor Rivetta non avea voluto condurre in nessun modo perch troppo fanciulla; non avrebbe voluto condurre nemmeno Sofia, ma trattandosi che l'autore era tanto amico non s'era potuto rifiutare. In quanto a Camilla, l'avea lasciata venire perch dopo che era ammalata faceva pi che mai a modo suo, altrimenti ad ogni pi piccola contrariet le venivano le convulsioni; e poi dacch non sentiva nulla si poteva condurla in qualunque luogo.
Era molto pallida ma in apparenza tranquilla, quantunque il cuore le battesse forte forte quando si diede il segnale d'alzare il sipario.
Al mormorio che precede una rappresentazione nuova successe il pi profondo silenzio e tutti gli sguardi si fissarono attenti alla scena.
Le prime scene passarono in silenzio; il dramma doveva venir dopo; ma dalle chiacchiere, interrotte all'alzarsi della tela, che si ripigliavano in platea e nei palchetti, si capiva che gli spettatori non vi prestavano tanta attenzione. Camilla, che non capiva nulla, fremeva dall'impazienza; essa aspettava che Giorgio fosse chiamato alla ribalta, e s'impazientava del silenzio del pubblico. "Forse, pensava, aspetteranno alla fine dell'atto;" ma il sipario scese in mezzo al silenzio pi glaciale.
- Dunque non chiamano l'autore? - chiese con un cenno.
- Meriterebbe proprio d'esser chiamato per quelle insulsaggini! - scrisse Sofia con una matita sul programma dello spettacolo.
Camilla si sent stringere il cuore, e avrebbe pianto pensando a quello che dovea soffrire Giorgio in quel momento; per c'erano ancora due atti, ed aveva speranza. Al secondo il pubblico s'impazient; Camilla vedendo l'agitazione della sala, per un momento credette che applaudissero, e si consol, e aspett cogli occhi fissi alla scena di veder comparire l'autore.
- Che cosa dicono? - chiedeva al signor Rivetta.
- Questo genere non piace; temo che abbia sbagliato, - diceva a Camilla.
Essa era disperata, pi di tutto pensando al dolore che doveva soffrire in quel momento Giorgio; avrebbe voluto essergli vicina per consolarlo, e odiava quel pubblico tanto esigente, tanto severo per un giovane che cominciava appena la sua carriera.
Al terzo atto crebbero i rumori; il pubblico cominci a strepitare, a gridar basta; a ridere di tutto e di tutti, anche delle espressioni pi semplici e pi naturali. Era spietato quel pubblico a non voler pi ascoltare quel dramma che in quel punto era interessante; gli attori avevano perduta la bussola e non sapevano pi quello che dicessero. Ad un certo punto le grida impedivano di sentire quello che si diceva sulla scena; la confusione divenne generale, e il sipario fu fatto calare a met dell'atto in mezzo ad urli e fischi spietati.
Camilla domandava che cosa significasse tutto quello scompiglio, e quando seppe la verit non pot pi reggere, disse di sentirsi male e si fece condurre a casa.
In teatro si parlava, si discuteva la nuova commedia, e generalmente si disapprovava. Giorgio non sentiva nulla; dopo il primo atto era uscito dal teatro tutto irritato per la musoneria del pubblico e il cattivo umore dei comici, che vedendo la mala parata erano tutti nervosi e non si potevano avvicinare. Mentre passeggiava per le vie deserte, aveva ancora un filo di speranza che le cose si fossero aggiustate in seguito; nell'ultimo atto c'era appunto una scena di grande effetto stata ammirata da tutti quelli che l'avevano letta, e gli attori stessi dicevano che a quel punto avrebbero dovuto scoppiare unanimi applausi; era un punto irresistibile. Ma mentre egli si attaccava ancora a quella scena come ad un'ncora di salvezza, non sapeva che quella scena non l'avea udita nessuno, perch il sipario era sceso in mezzo alle grida e ai fischi in principio del terzo atto. Egli girava senza una meta, come un'anima dannata. Ad un certo punto si pent d'aver lasciato il campo di battaglia ancora nel furor della mischia, senza saper nulla. Rifece i suoi passi e si trov davanti al teatro chiuso, silenzioso come una tomba. Allora lo punse la curiosit di sapere come fosse andata a finire la sua commedia; avrebbe voluto incontrare qualche amico, vedere alcuno degli spettatori che vi avevano assistito. Pens alla famiglia Rivetta; essi lo avevano invitato a cena, - per festeggiare il suo trionfo, avevano detto, - ma capiva che era stata una sconfitta. Doveva andarci ugualmente? Infine erano amici, e poich sentiva il bisogno di veder qualcuno, meglio loro che altri; almeno lo avevano incoraggiato, gli avevano mostrato sempre della benevolenza; l'avrebbero confortato in quell'ora di sconforto; in ogni modo erano i soli che avrebbero potuto prendere una parte sincera al suo dolore.
Si fece coraggio e and dai Rivetta. Essi non desideravano la sua visita; speravano che non avesse coraggio di farsi vedere; tanto, non avrebbero saputo cosa dirgli. La sola che avrebbe avuto per lui un'espressione di conforto e anche il desiderio di vederlo, Camilla, si era coricata in preda ad una delle solite crisi nervose.
Egli comprese d'esser capitato in un cattivo momento; il signor Rivetta gli strinse la mano crollando il capo un po' in atto di condolersi,  un po' in atto di simpatia. Sofia invece lo accolse con una stretta di mano fredda, con uno sguardo glaciale; non gli disse che poche parole indifferenti, che gli fecero capire tutta l'estensione della sua sconfitta, e come egli non fosse pi quello di prima per l'ambiziosa fanciulla.
Il signor Rivetta fu il solo che avesse per lui qualche parola di conforto; il pubblico era stato ingiusto e troppo severo; e lo incoraggiava a non lasciarsi abbattere ed a tentare una rivincita. Era dispiacente che fosse capitato in quel momento, mentre tutti erano preoccupati per Camilla. Poveretta, appunto all'uscir dal teatro era stata assalita da una crisi cos forte che durava ancora; anzi si scusava se lo lasciava, perch quando Camilla era ammalata egli era inquieto e non la lasciava che per qualche minuto. Anche Sofia lo lasci per andare alla camera dell'ammalata, ed egli rest solo colla sua ferita fatta pi acerba dall'indifferenza di Sofia e dal dispetto d'esser capitato in quel momento, e con quella disposizione d'animo. V'era entrato con un filo di speranza, e ne usc pi sconfortato. Gli pareva impossibile che la sua commedia fosse caduta a quel modo. Ci dovea esser stata della malevolenza per parte degli attori e del pubblico. Si sentiva abbattuto e senza forza per ricominciare. And a casa, si gett vestito sul letto, ma non pot chiuder occhio. Tutte le vicende di quella serata gli si affastellavano nella mente e gli gonfiavano la testa, che gli pareva stesse per scoppiare ad ogni momento. Si trov solo, sfiduciato, e cap che nel giorno del dolore non ci sono amici. Non si sentiva di ricominciare la lotta, capiva quanto fosse difficile e pieno di disinganni il cammino della gloria, e si sentiva debole e avvilito.
In mezzo allo sfacelo di tutti i suoi sogni e di tutte le sue speranze di gloria, sperava ancora di ricevere una lettera dalla sua incognita amica che riuscisse a rialzarlo dal suo abbattimento. Dopo la pubblicazione di ogni suo scritto aveva sempre ricevuto una lettera dall'incognita ammiratrice. Possibile che non gli scrivesse una parola dopo la sua disgraziata commedia? Aspett tutta la mattina, e la posta non gli rec nemmeno una riga; gli port invece un giornale, dove c'era un articolo velenoso sui suoi versi appena pubblicati.
Erano poche parole, ma terribili, che dicevano press'a poco cos:
"Le edizioni civettuole dei moderni elzeviri, hanno invogliato tutta una schiera di giovani imberbi a far pubblicare i loro versi. Abbiamo sott'occhio - Primi versi - d'un giovane che si nasconde sotto il pseudonimo di Silvano: a dir vero sono ben poca cosa; nulla di nuovo e di peregrino e molti versi che radono terra; non ne trascrivo per compassione delle vostre orecchie, e al giovane autore consiglio per suo bene e per il bene di tutti di far s che i suoi primi siano pure i suoi ultimi versi."
Il giornale aveva un certo credito, ma era d'una grande severit, nei suoi giudizii; qualche volta li formulava alla leggiera, e specialmente s'era assunta la missione di scoraggiare gli autori novellini, perch ne pullulavano troppi, adescati dalla speranza di ottenere a buon mercato la gloria o almeno di giungere ad una certa notoriet. Esso volea abbattere le mediocrit sotto qualunque aspetto si presentassero, credendo fermamente che il vero genio resiste a tutto, e che la critica, anche se ironica e sprezzante, non rovina che le intelligenze rachitiche, le quali, scoraggiate nei primi tentativi, possono adoperate in altre cose riuscir pi proficue a loro e al paese. Credeva di far bene, ma in quel momento per il giovane poeta quell'articolo fu come un colpo di pugnale che gli trapassasse il cuore; sent che per lui non c'era pi speranza e la sua esistenza era spezzata. Pens un istante alla sua famiglia, a sua sorella, al padre che lo avrebbe accolto a braccia aperte se si fosse deciso a seguire la sua carriera e ad aiutarlo nei suoi affari; ma piuttosto voleva morire che dedicarsi ad una vita che avea disprezzata, che non gli avrebbe dato alcuna delle soddisfazioni per tanto tempo vagheggiate nella sua mente di poeta, perch egli si sentiva poeta. Aveva un bel dire il critico di quel giornale che certo non avea letto che poche righe del suo volumetto (se pure non si era contentato di leggere soltanto il frontispizio), avevano avuto un bel fischiare la sua commedia: l dentro c'era della vita, dell'azione, il pubblico non l'aveva capito, aveva sbagliato. Lo confessava, avea voluto far qualche cosa di nuovo e di originale, e non avea avuto abbastanza autorit per farlo accogliere; aveva cominciato dove avrebbe dovuto finire, armato di un po' di esperienza. Era giovane e per la fretta di riuscire avea fatto un capitombolo. Era stata una vera fatalit.
Si sentiva tanto accasciato che gli parea impossibile che ci fosse qualche cosa al mondo che potesse salvarlo. Ormai non c'era pi rimedio, se avesse potuto morire senza accorgersene, addormentarsi per non svegliarsi pi e fuggire un mondo tanto ingiusto e perverso, sarebbe stato felice! Era nel suo studio, colla testa fra le mani e colle lagrime agli occhi, deciso a sparire dal mondo e commosso all'idea di lasciarlo. Potea finire con un colpo la sua esistenza, ma il dubbio d'Amleto lo assaliva e si sentiva mancare il coraggio. Volle scrivere al padre e alla sorella, poi fin col prendere in mano la penna e scrivere al signor Rivetta.
Scrisse che avea perduto e non si sentiva di ricominciare la lotta; era meglio che sparisse dal mondo dove sarebbe stato infelice; lo pregava di dare al padre e alla sorella la notizia che non avrebbero pi sentito parlare di lui, e di implorare il loro perdono. Mandava un saluto a tutti, ringraziandoli di quello che aveano fatto per lui e dell'amicizia che gli aveano dimostrata e dei momenti migliori della sua vita che avea passato nella loro casa, e pregava che conservassero buona memoria del povero Silvano.
Non so chi abbia detto che per quanto una giornata sia annuvolata e tenebrosa non manca mai di venire uno sprazzo di luce, almeno per un istante, a squarciare le nuvole.
Nel caso di Giorgio lo sprazzo di luce entr nella sua camera colle vesti di Martelli, che veniva a salutarlo prima di partire per l'Africa e recargli una parola di conforto.
- Coraggio, amico, - gli disse stringendogli la mano; - non ti devi accasciare per cos poco;  una burrasca dopo la quale il sole risplender pi bello.
- Per me non c' pi sole, - disse Giorgio; -  finita.
- Come! un giovane pari tuo si perde cos presto di coraggio? Vergogna! - disse Martelli, dando un'occhiata alla lettera diretta al signor Rivetta che stava ancor aperta sul tavolino. - Senti, Giorgio, - riprese, - se mai ti decidi, sei ancora in tempo; parto questa sera per Genova e in tre giorni spero d'aver finito i miei preparativi e trovarmi in alto mare. Se provassi essere l, davanti al mare immenso, in quello spazio senza confine, colla certezza di dover lottare cogli elementi, con popoli selvaggi e sconosciuti, colle fiere del deserto, con un clima insopportabile, allora s che ti sembrerebbe piccina questa societ che ti spaventa, questo pubblico che ti giudica, e proveresti per tutte quelle cose che ora ti soggiogano soltanto della compassione e del disprezzo.
Giorgio stette un po' sopra pensiero, guard l'amico, e sulla sua faccia aperta lesse l'espressione d'un cuore sincero e la convinzione delle sue parole. Un'idea gli balen nella mente di poeta, quella di sopravvivere alla sua morte. Prese la sua mano come il naufrago l'unica tavola di salvezza, e disse stringendola al cuore:
- Tu mi salvi; ti seguir, ma a qual titolo?
- Come amico.
- No; ho sciupato troppo tempo in cose inutili; voglio lavorare; sar mozzo sul tuo bastimento, ti aiuter nei tuoi lavori, tutto quello che vorrai; ma voglio fare qualche cosa.
- Hai coraggio? - chiese Martelli.
- Ho il coraggio di colui che disprezza la vita. Quando tu sei entrato volevo uccidermi.
- Ebbene, ho appunto bisogno d'un uomo che non tema la morte, possa incoraggiare i deboli e affrontare i pericoli senza paura; io sar la testa della spedizione, tu sarai il braccio; va bene? Nei momenti perduti potrai descrivere la nostra spedizione. Forse i tuoi racconti di viaggi avranno pi fortuna delle tue poesie.
- Non voglio illudermi pi, ma soltanto esserti utile; per ti seguo ad un patto.
- Sentiamo.
- Io devo esser morto per tutti. Questa lettera che avevo scritta al signor Rivetta, dove gli annunziavo il mio divisamento, sar spedita al momento di partire. Giorgio e Silvano non esistono pi. M'imbarcher sotto un altro nome e tu devi promettermi il segreto.
- Pensa bene ai tuoi parenti, ai tuoi amici e al dispiacere che darai loro.
- Chi si cura di me?
- Sei ingiusto.
- Tu,  vero, mi hai salvato, - soggiunse Giorgio. - In ogni modo  un mio capriccio, e tu devi promettermi di non tradirmi. Sono morto per tutti; ci mi dar pi coraggio ad affrontare qualunque pericolo.
- Ebbene, gi che lo vuoi, te lo prometto. Dunque questa sera alla stazione. A rivederci.
Giorgio rimase pi calmo; gli sorrideva l'idea d'una vita nuova in paesi sconosciuti, lontano da quella societ che odiava. E poi la sua morte non sarebbe che ritardata di qualche mese; non andava incontro a pericoli sconosciuti? Pensava che forse poteva ancora trovare morendo quella gloria che gli era sfuggita. Chiuse in una valigia alcune carte e gli oggetti pi preziosi; lasci tutto il resto nella camera come se dovesse ritornarci il giorno appresso; sull'imbrunire discese colla valigetta in mano, tranquillo, sorridente come se andasse ad una gita di piacere. Mise in posta la lettera diretta al signor Rivetta, sal in una vettura e si fece condurre alla stazione, freddo, impassibile, senza pensare agli amici che lasciava, e senza dare un addio alla citt che gli era stata tanto ospitale.
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CAPITOLO 12.
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Il signor Rivetta non potea darsi pace della malattia di Camilla. Non potea comprendere come una fanciulla sana e forte che sapea resistere alla fatica tanto da star seduta al tavolino delle giornate intere, che andava colla lestezza d'un capriolo sulle pi alte montagne senza sentirsi mai stanca, fosse stata presa tutt'ad un tratto, senza una causa apparente, da un male che metteva in casa lo scompiglio e nemmeno i medici riuscivano a domare. Egli soffriva per la sofferenza di quella fanciulla prediletta, che era in casa la sua gioia e allo studio il suo braccio destro, della quale non potea abituarsi a fare a meno. Quando pensava a Camilla egli perdeva la testa.
- Che pu essere la malattia di Camilla? - chiese alla Lena mentre usciva dalla camera dell'ammalata il giorno dopo la rappresentazione.
- Deve essere innamorata, - disse la Lena, proseguendo la sua via verso la cucina, dove andava a prendere una limonata per la muta.
"Innamorata!" pens il signor Rivetta, "e di chi?" A trovare il bandolo di quella matassa arruffata, come sarebbe contento, come farebbe il possibile per vederla felice!
Se le ricchezze bastassero, farebbe per lei qualunque sacrificio, anche a costo di danneggiare le proprie figlie; Camilla era un'infelice e bisognava compensarla della sua sventura; e poi lo avea promesso a sua sorella morente, e se non facesse ogni sforzo per tenere quella promessa, ne sentirebbe, cos pensava, il rimorso per tutta la vita.
Tent ancora di saper qualche cosa da Lena, ma essa disse di non saper nulla; era una sua supposizione e nient'altro. Per Lena era la sola in tutta la casa che avesse letto nel cuore di Camilla. Il suo amore per Pinella la rendeva chiaroveggente in questa materia anche trattandosi degli altri; perch sentiva che se non fosse stata forte come le piante secolari del suo paese avrebbe sofferto tutti i mali di Camilla quando trovava nel suo compagno d'infanzia un po' di freddezza.
Ci accadeva abbastanza spesso; qualche volta non trovando Pinella al solito posto di tutte le domeniche, provava una rabbia dentro di s, che sarebbe andata su tutte le furie, se il sentimento del dovere e il timore d'essere cacciata di casa Rivetta non l'avesse costretta a mantenersi calma. Anch'essa, come Camilla, viveva di quell'amore, forte, prepotente, ma necessario alla sua esistenza.
Pinella invece era annoiato di Lena, ma temeva quella donna risoluta, che avea lasciato il suo paese, affrontato il biasimo dei conoscenti e i pericoli dell'ignoto per seguirlo. Qualche volta si lasciava trascinare dalle seduzioni della citt e voleva scuotere il giogo che la sua amica d'infanzia gli aveva imposto; ma non avea coraggio di farlo apertamente; mancava all'appuntamento, e per impedire che andasse in caserma a fargli una scenata, le scriveva una lettera tutta paroline dolci per rabbonirla, e inventava un'indisposizione, un ordine d'un superiore, magari un castigo, per scusare la sua mancanza.
Lena fingeva di credere, ma in cuor suo rimaneva un dubbio che la rodeva; quando era con lui essa gli parlava di matrimonio; gliel'avea promesso, e dovea mantenere la promessa, intanto lo avrebbe seguito dappertutto. Egli diceva che c'era tempo, e che per sposarsi ci voglion denari. L'idea fissa di Lena era appunto di far dei risparmi perch non avesse pretesti; si negava il pi piccolo capriccio, e avrebbe fatto qualunque cosa per guadagnarsi una lira e metterla in serbo per il tempo del suo matrimonio. Guai per se non era pronta a mettere i suoi quattrini alla cassa di risparmio! Pinella sapeva tanto fare che passavano dalle tasche della ragazza nelle sue, dove non rimanevano molto tempo.
- Si sa, la paga del soldato  tanto meschina, - le diceva, - che se qualche santo non ci aiuta non si pu tirare innanzi.
Ed egli era tanto gentile quando poteva carpirle qualche soldo, che essa non sapea resistere.
Per lei dunque non c'era alcun dubbio sulla malattia della muta; soltanto voleva scoprire chi fosse l'oggetto di un amore tanto potente. Una volta padrona di quel segreto, pensava che potrebbe essere per lei una fonte di guadagno; sapeva che Camilla avea la borsa ben guernita, e col pretesto di assisterla cercava di esserle sempre vicina, per stare in guardia e aiutarla in caso di bisogno.
Camilla, causa la sua sventura, doveva metter gli altri a parte dei suoi segreti. Non si fidava di Sofia, e trovava Gina troppo giovane; e poi le pareva, rivelando in casa il suo amore, di rendersi ridicola; e lo teneva chiuso nel cuore; e certo non si sarebbe fidata nemmeno di Lena, per la quale non provava simpatia, conoscendola finta ed interessata. Ma non aveva altri alla mano, e doveva piegarsi alla necessit. Del resto la conosceva abbastanza per sapere che se la pagava bene non l'avrebbe tradita.
Appena fu rinvenuta dalla scossa avuta in teatro, il suo desiderio era di saper qualche cosa di Giorgio; ne chiese a Gina, che le raccont come fosse venuto la sera stessa della rappresentazione, ma non avendo trovato nessuno che gli facesse accoglienza, se n'era andato via senza farsi pi vedere.
Camilla sentiva un prepotente bisogno di vederlo e di consolarlo. Disse che voleva uscire per far delle spese. Non permisero che andasse sola, ed essa condusse con s la Lena. And subito dove era alloggiato Giorgio e fece che Lena domandasse di lui ai portinai. Non ne sapevano nulla; da due giorni era uscito e non era pi tornato. Anzi erano giunte tante lettere al suo indirizzo e non sapevano dove mandarle.
Camilla inquieta fece per andarsene; poi ritorn per sapere se avesse portato con s la sua roba.
- C' tutto, - rispose il portinaio; - le carte sul tavolino e i vestiti sull'attaccapanni.
Camilla volle vedere. Lena le fece osservare che non andava bene, ma essa rispose che non era una ragazza come le altre; e poi non le importava niente della gente, di quello che dicessero o pensassero di lei.
Era conosciuta dalla portinaia, e si fece dare la chiave della stanza del giovane, dicendo che voleva scrivergli e lasciargli una lettera. Sal le scale in fretta accompagnata dalla cameriera; era la prima volta che la muta andava nella camera di Giorgio. Al momento di mettere la chiave nella toppa dovette fermarsi. Il cuore le batteva forte forte: tremava dall'agitazione. Molto spesso, nel silenzio che la circondava, avea pensato alla camera del giovane poeta, e vi era entrata col desiderio, l'avea veduta coll'immaginazione, e le pareva di averci vissuto le sue ore pi belle.
Ma all'idea di metter il piede in quella camera provava una gioia, una felicit, un'emozione mai gustata in vita sua.
Sent dei passi per le scale; ebbe una specie di timidezza di trovarsi l sul punto d'entrare nella camera d'un giovinetto, schiuse in fretta la porta e si trov dentro in un istante.
Un'onda di luce penetrava dalla finestra aperta e illuminando la camera di Giorgio, le dava un aspetto gaio e come di festa.
L'occhio acuto di Camilla abbracci tutta la stanza con uno sguardo, che penetr fin negli angoli pi nascosti. Era una semplice stanza di giovanotto, con un letto di ferro addossato alla parete, col solito comodino accanto, un armadio, un cassettone, un lavabo, qualche sedia e una poltrona. Ma gli sguardi di Camilla non si fermarono sul mobiglio di quella camera, bens sulle pareti dove era aggruppato un mucchio di fotografie e di stampe tenute ferme da due pugnali incrociati; si arrestarono sul tavolino tutto ingombro di carte e di libri sul vestito appeso all'attaccapanni ch sembrava aspettare il proprietario che venisse ad indossarlo.
In quella stanza non c'era nulla che invitasse alla tristezza, nessuna lettera che accennasse a qualche risoluzione repentina; pareva che il suo proprietario l'avesse lasciata per andar a fare una gita di piacere e dovesse tornare da un momento all'altro.
"Doveva esser proprio cos," pens Camilla. "Disgustato dell'accoglienza fatta alla sua commedia, era certo andato a fare un viaggetto per distrarsi. Non poteva essere altrimenti." Per voleva approfittare della combinazione di trovarsi in quella camera per vivere qualche momento della sua vita.
Prima di tutto s'avvicin ai mucchi di fotografie accatastate sul muro; ve n'erano di uomini, di donne, di fanciulli, di artisti celebri e di persone ignote. Osserv quelle di donne giovani, ne stacc alcuna per vedere se ci fosse qualche espressione o qualche parola che le distinguesse dalle compagne; poi rinunci all'idea di scoprirne il segreto, e pens ch'era sciocca a voler fantasticare delle cose impossibili; infine erano tutte l ammucchiate, mentre alla donna preferita avrebbe dato un posto distinto. Poi si mise a rovistare sulla scrivania con ansia febbrile fra le sue carte. Trov delle poesie cominciate e non finite, racconti ancora da pubblicarsi, lettere di amici, di parenti, volumi aperti, giornali mezzo sciupati, tutto accatastato nella massima confusione. Essa leggeva con ansia quei manoscritti e aspirava con volutt l'odore di sigaro che usciva di mezzo a quelle carte, si sentiva felice; si trovava nell'ambiente dove aveva vissuto, pensato e scritto Silvano; le pareva di vivere la sua vita respirando quell'aria pregna del suo odore, dove ogni oggetto portava l'impronta delle sue mani; fra quei muri testimoni dei suoi pensieri e delle sue lotte.
Lena osservava in silenzio Camilla, lieta d'averne indovinato il segreto, e comprendeva in parte quello che passava nella sua mente esaltata; per trovava inutile che quella visita si prolungasse; se avesse trovato il giovane, pazienza, ma cos, che gusto ci aveva a stare in una camera che non le apparteneva? a che scopo? e le facea cenno ch'era ora di andarsene.
Camilla s'impazientiva, c'era tempo, le lasciasse veder ogni cosa; diede un'occhiata nei cassetti, volle cacciar gli occhi dappertutto; cont i vestiti che aveva; ne mancavano due; li ricordava bene, uno a quadrettini turchino e nero, un altro caff scuro. Doveva essere andato a fare un viaggetto; e poi mancava in quei cassetti anche qualche altra cosa; si vedeva che c'era stata tolta della roba nei posti vuoti. Le venne in mano un astuccio di pistole; le tremaron le mani nell'aprirlo, ma ebbe un grido di gioia quando vide le due rivoltelle al loro posto.
Non era dunque partito con cattive intenzioni, sarebbe ritornato; essa era felice.
- Andiamo, - le diceva Lena accennandole l'uscio.
- Andiamo, - assent cogli occhi Camilla.
Poi le fece cenno di non parlar con nessuno della sua visita in quel luogo; le regal una moneta da venti lire perch tacesse e gliene promise ancora se avesse serbato il silenzio. Diede un'ultima occhiata intorno, raccolse un mozzicone di sigaro che vide in un angolo, tanto per portare con s una memoria di lui, e scese le scale tutta felice d'aver potuto entrare in quella camera ch'era per lei come un santuario.
Anche Lena era felice, le pareva di avere, col segreto di Camilla, trovato una miniera; avrebbe fatto qualunque sacrificio e l'avrebbe condotta in qualunque luogo se continuava ad esser con lei tanto generosa. Non c'era pericolo che parlasse; le premeva troppo che quel romanzo continuasse per molto tempo.
Quando giunsero a casa trovarono la signora Rivetta irritata. "Che cosa avevano fatto tutto quel tempo? Non bastava che Camilla volesse andare tutto il giorno a passeggio, ma quel tener fuori anche la Lena.... Cos tutto il da fare restava sulle sue spalle, e la casa rimaneva in disordine."
Lena si scus umilmente finch riusc a disarmare la signora Rivetta. Camilla lasci dire; tanto non sentiva nulla; essa era allegra, felice, tutta piena della sua visita nella cameretta di Giorgio, pensando alle emozioni avute e vedendo ancora colla fantasia quel disordine artistico, quella stanza piena di sole, quelle carte accatastate sul tavolino, il disegno del tappeto, i fiori della tappezzeria, e tutto riordinando coll'immaginazione nei pi minuti particolari, essa aveva fatto provvista di tanta gioia da poter aspettare pazientemente il ritorno di Giorgio.
Sofia e Gina si domandavano quale divertimento avesse avuto Camilla, che, cosa insolita in quegli ultimi tempi era tanto allegra, e pareva che la gioia le uscisse da tutti i pori. Pensavano alla consolazione del signor Rivetta quando fosse venuto a casa e trovasse Camilla cos di buon umore.
Ma quel giorno invece il signor Rivetta venne a casa tutto accigliato. Appena giunto chiam a s la moglie e le comunic qualche cosa che la fece rabbuiare e dare in un'esclamazione.
Sofia si fece coraggio e domand che cosa fosse. Il signor Rivetta diede un'occhiata alla moglie e le disse:
- Gi, una volta o l'altra bisogna che lo sappiano; tant' dirglielo ora. Povero giovane!
S dicendo mostr alle figlie una lettera che teneva in mano.
Camilla non comprese nulla di quella scena; credeva che il signor Rivetta avesse pel capo qualche affare che lo turbasse, ed essa si sentiva troppo felice per occuparsi di quelle miserie. Che importavano gli affari in confronto del suo amore? Per avendo veduto la lettera che le cugine leggevano avidamente, si avvicin pi per abitudine di aver sempre la preferenza trattandosi di scritti, che per curiosit. Quando vide il carattere di Giorgio non seppe trattenersi, strapp quasi brutalmente la lettera dalle mani delle cugine e si mise a scorrerla con un'occhiata, mentre il signor Rivetta scusava Camilla di quell'atto, incolpandone la sua sventura e i suoi nervi, e raccontando a voce alle figlie il tenore di quello scritto.
Camilla trascorreva quel foglio con occhi inebetiti, come se non si potesse capacitare di quello che v'era scritto, oppure temesse di avere le traveggole. Quando ebbe intera coscienza di ci che quella lettera diceva, diede un grido che fu udito in tutta la casa e fece accorrere i suoi; poi s'agit, diede in ismanie e cadde in convulsioni.
Quella scena fu una rivelazione per la famiglia Rivetta; dunque Camilla amava Giorgio e nessuno se n'era mai accorto. Il signor Rivetta era disperato; involontariamente era stato causa di quel dolore per non averlo prima presentito; se lo avesse saputo, oh avrebbe fatto il possibile per render felice con un matrimonio la sua nipote prediletta, e invece temeva d'averla uccisa con quel colpo. Bisogn vederlo con che ansia sollev il corpo della fanciulla e lo pose sopra un canap, come la chiamasse coi nomi pi affettuosi, quanto si adoperasse per farla rinvenire: tutto fu inutile, era fredda e rigida come un cadavere, si sarebbe creduta morta, se ogni tanto un sussulto nervoso non avesse mostrato che viveva ancora.
Fu subito mandato pel medico, che dichiar trattarsi d'una solita crisi nervosa un po' pi grave, e assicur che in poche ore si sarebbe riavuta.
La signora Rivetta borbottava: "Con quella fanciulla non si avea pi un po' di pace; collo spavento che faceva prendere, avrebbe fatto guastare il sangue a tutta la famiglia." Essa tremava per le sue figlie, che non volevano allontanarsi dal letto dell'ammalata, e stavano l colla curiosit della giovinezza, colla sorpresa di chi assiste a qualche cosa di nuovo, col terrore di un male misterioso e terribile. Sofia era forte e assisteva impassibile a quello spettacolo, Gina avea le lagrime agli occhi, ma non volea staccarsi dalla cugina. Il signor Rivetta e Lena erano i soli che aiutassero il dottore ad assistere Camilla; tutti e due erano ansiosi, l'uno per conservare l'esistenza della sua protetta, l'altra perch temeva di vedere sparir con Camilla una fonte di ricchezza.
Camilla si dibatteva fra le convulsioni, come una fiera legata. Il signor Rivetta, la Lena e il dottore, la tenevano perch non si facesse male. Le davano da odorare delle essenze forti e cercavano di farle ingoiare qualche goccia d'acqua antisterica, ma fin che durava quello stato, tutto era inutile, bisognava aspettare.
Quando, dopo qualche ora, Camilla riprese conoscenza, guard intorno e non si ricordava pi di nulla; fece cenno d'aver la mente confusa e di sentirsi molto, molto stanca.
Il dottore le diede una pozione calmante che la fece subito addormentare; poi raccomand di lasciarla tranquilla; il sonno sarebbe stato il miglior farmaco per lei. Fece uscir tutti dalla camera, lasciando soltanto una persona a vegliarla; bisognava tenerla molto tranquilla, ed evitare tutte le emozioni ed ogni causa d'agitazione.
Passata quella crisi, tutti furono pi tranquilli, e ripresero il discorso interrotto. Le ragazze domandarono al padre se avesse fatto nulla per impedire al signor Giorgio di commettere la pazzia che meditava.
Avea fatto delle ricerche, ma nessuno sapea dargli notizie; temeva proprio che si fosse ucciso.
- Poveretto! - ripeteva il signor Rivetta; - eppure ne aveva dell'ingegno, ma prima che un giovane possa farsi strada, ce ne vuole, del tempo! ed egli non ha avuto pazienza; mi dispiace per Camilla, - soggiungeva, - perch non l'ha detto, di amarlo? Avrei fatto il possibile perch fossero felici.
- E se egli non avesse voluto sposare una muta? - disse Gina.
- Era sempre meglio che suicidarsi, - disse il signor Rivetta, - e poi infine ripeteva il solito ritornello: - meglio una moglie muta, che una moglie ciarliera.
Ci lo sapeva per propria esperienza; poi Camilla era una bella ragazza, ed egli le avrebbe dato una dote cospicua che avrebbe permesso a Giorgio di dedicarsi a' suoi studi prediletti, senza ricorrere alla famiglia.
Gina non era persuasa che Giorgio si sarebbe lasciato attirare dall'interesse, avea troppa stima di lui, e a farlo grande nella sua mente avean contribuito certo le lettere ch'essa scriveva per incarico di Camilla. Finalmente capiva il mistero di quelle lettere; e dire ch'essa le avea sempre credute dettate da un'esagerata ammirazione, ed invece erano l'espressione del pi ardente amore; era stata ben ingenua a non capirlo prima. Ma Camilla era una fanciulla tanto diversa dalle altre che non s'immaginava potesse chiudere nel suo cuore un sentimento come l'amore, senza spiegarsi con nessuno.
Intanto il signor Rivetta continuava le sue ricerche per sapere qualche cosa del povero giovane; andava e tornava dalla questura, ma non ne sapevano nulla; scrisse al padre di Giorgio, narrandogli la scomparsa del figlio, ma non esternandogli il suo sospetto. Il signor Leonardi aveva anch'egli ricevuto una lettera di Giorgio, nella quale gli diceva che non avrebbe pi sentito parlare di lui, ma non volea credere ad un suicidio, e diceva che quella era una nuova pazzia del figlio, che quando avrebbe avuto bisogno di denari sarebbe saltato fuori; egli si sentiva molto invecchiato e piuttosto stanco; tutto intento a curare la sua salute, s'era fatto un po' egoista e non voleva lasciarsi andare ad idee tristi che lo commovessero; aveva paura che ci gli facesse male. In quanto a Giulia, essa aveva il presentimento che suo fratello non si fosse ucciso; lo conosceva abbastanza per crederlo capace d'un atto simile; lo credeva nascosto in qualche eremitaggio, in un sito deserto magari, in mezzo alle montagne, per lavorare e prendere la sua rivincita; se avesse voluto suicidarsi, non avrebbero trovate le pistole intatte nella loro busta, e il corpo si sarebbe trovato da qualche parte; no, un fatto simile non era possibile, essa diceva, per dentro di s qualche volta tremava all'idea che fosse vero e allora si ritirava a piangere nella sua cameretta, e soffocava il dolore nel cuore per farsi vedere dal padre sempre calma e sorridente.
La famiglia Rivetta trov che non c'era bisogno di affaccendarsi tanto, dacch la sua propria famiglia non se ne curava; essi avevano quasi la certezza ch'egli si fosse ucciso, e se il signor Rivetta sperava che fosse vivo, e si ostinava nelle sue ricerche, era nella speranza di poter rendere a Camilla la salute e la felicit.
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CAPITOLO 13.
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Quando Camilla si svegli, era nel cuor della notte; si guard intorno cercando di ricordarsi ci ch'era avvenuto. Come si era addormentata? Quanto tempo aveva dormito? Non lo sapeva. Era stata certo ammalata, aveva avuto una delle solite crisi; ecco cosa scopriva vedendo il lume acceso e la Lena che vestita sonnecchiava sulla poltrona accanto al letto. La vista della Lena le fece rammentare la sua visita nella camera di Giorgio, la sua gioia di breve durata, poi la venuta a casa dello zio, con la lettera fatale, della quale si ricordava ogni parola, come se l'avesse ancora davanti agli occhi. Dopo non rammentava pi nulla; ma la realt che le appariva ancora davanti, le rinnovava il dolore; era un dolore pi forte, pi intenso, come una trafittura al cuore, come un colpo di martello sul capo, e unita al dolore provava una curiosit morbosa di saper tutto. Non potendo sfogarsi in altro modo, si mise ad urlare come una disperata. Lena che, avendola veduta tranquilla, s'era abbandonata a un po' di sonno, si alz di scatto, le venne vicina e le offerse la pozione ordinatale dal dottore. Camilla le fece cenno di non voler prender nulla, e nello stesso tempo le chiese di Giorgio.
Lena non comprese, ma indovin quello che voleva sapere, e fece cenno che non si sapeva nulla, ma si avevano delle speranze.
Camilla chiese i giornali. Lena era incerta perch le avevano proibito di darglieli.
Camilla la preg e le promise un regalo. Lena non seppe resistere e le port un giornale solo, dove era un semplice cenno sulla scomparsa di Giorgio, e le fece capire di non aver trovato altro.
Camilla s'avvicin al lume con ansia febbrile e lesse le righe che riguardavano il giovane; tutto era incerto, non c'eran che dei si dice; - il che lasciava un filo di speranza, al quale la povera fanciulla cerc d'attaccarsi.
Lena le fece cenno di calmarsi. Pos il capo sui guanciali, ma era agitata, non poteva trovar riposo, pensava a mille cose e la sua testa era in fiamme, sentiva un dolore acuto martellarle le tempie, era l'emicrania che s'avvicinava. Non mancava che quel male terribile ad accrescere la sua inquietudine. Schiacciava la testa sui guanciali inutilmente, non poteva fare a meno di pensare a Giorgio, e quel pensiero faceva aumentare il dolore. Ella s'agitava nel letto; non ne poteva pi, si fece dare dalla Lena la boccetta della morfina, e fece da s stessa una iniezione sul braccio; l'aveva imparata e fatta spesso quell'operazione per addormentare il dolore fisico e poter stare alzata quando aspettava Giorgio; ma questa volta l'emicrania non cedette, la sua fantasia prendeva il sopravvento, non poteva vincere l'angoscia di quei pensieri che si succedevano nella sua mente, e soffriva le pi acerbe torture che possa umana mente imaginare. Aveva delle visioni terribili, le parea di vedere il cadavere di Giorgio insanguinato, qualche volta lo imaginava ferito, privo di ogni soccorso, non era possibile che potesse reggere a quello strazio, e intanto la testa le martellava ancor pi forte di prima; nemmeno la morfina non serviva pi. Forse nella fretta avea fatta l'iniezione male, e non avea riempita bene la siringa, tant'era farsene un'altra; del resto ormai ci si era abituata, e provava una specie di volutt in quella calma, che soleva seguire le iniezioni del liquido. Riemp la siringa e fece lo cose per bene. Ne prov subito gli effetti. Dopo pochi minuti si sent invasa da una certa calma, da un benessere delizioso; anche i suoi pensieri divennero meno lugubri, e all'agitazione successe una soave dormiveglia, dove vedeva le cose attraverso un velo roseo e le pareva d'essere trasportata sopra un montagna col suo Giorgio, che al mondo non ci fossero che loro due, ed erano tanto felici da non curarsi del resto; poi le pareva di vedere il suo poeta come in mezzo alle nubi, che le sorrideva e si dileguava. Cos si dileguavano anche le altre imagini della sua mente, come sfumature, e scese sulle sue pupille un sonno dolce, senza sogni e senza sofferenza, che le fece obbliare tutti i suoi dolori.
La mattina all'alba, quando entr il signor Rivetta, la trov addormentata colla bella faccia calma e sorridente. Chiese alla Lena come la fanciulla avesse passata la notte; essa rispose che non s'era svegliata che una sola volta, ma poi s'era calmata subito, e avea ripreso il sonno interrotto; non disse nulla delle iniezioni di morfina, perch Camilla la pregava di serbare il secreto; essa ci teneva a non tradirla dal momento che compensava il suo silenzio a furia di regali.
Ad una cert'ora infatti Camilla si svegli pi calma, volle veder tutte le persone di famiglia, e domand loro notizie di Giorgio.
Il signor Rivetta disse che c'erano delle speranze; intanto i signori Leonardi non s'inquietavano, e questo era buon segno; poi il cadavere non si era trovato, sicch nulla di pi facile che potesse un giorno o l'altro comparire in qualche luogo.
Camilla voleva vedere i giornali, ma il signor Rivetta le disse che il dottore avea proibito qualunque causa di agitazione; stesse tranquilla; quando si fosse rimessa, glieli avrebbe fatti leggere tutti; del resto non dicevano che quello che le avea detto lui.
Camilla finse d'esser calma, ma il primo momento che pot aver Lena, le promise cinque lire se poteva portarle di nascosto tutti i giornali che v'erano in casa; il resto della giornata si mostr serena e ubbidiente alle prescrizioni del medico, ai voleri del signor Rivetta. Prov ad interrogare anche Gina su quello che si diceva riguardo a Giorgio, e anch'essa conferm ci che avea detto suo padre; comprese che quella dovea essere la verit, e quest'idea la rese pi calma e fiduciosa.
La sera desider rimanere tranquilla e mand via tutti dalla sua camera; stava bene e non avea bisogno di nulla.
Quando fu sola, diede un sospirone di sollievo, tir fuori di sotto al guanciale i giornali che aveva nascosti durante il giorno, e avvicinandosi al lume si mise a leggerli avidamente.
Avevano tutti dei lunghi articoloni coll'intestazione: "Il suicidio di Silvano." Quella parola "suicidio" posta l brutalmente, le fece venire i brividi, poi lesse e rilesse tutti gli articoli da capo a fondo.
Quasi tutti dicevano le medesime cose. Non si era trovato ancor nulla, ma si supponeva che il giovane si fosse ucciso. Chi lo vide la sera in cui fu data la sua commedia, l'aveva trovato agitato e quasi fuori di s; essi compiangevano il povero giovane che aveva un vero ingegno, ed era degno di miglior sorte; si biasimava l'impazienza del pubblico, che non aspetta a dar giudizio d'un lavoro prima di averlo sentito tutto.
Tant' che tutti erano d'accordo nel dire che nell'ultimo atto c'erano delle scene veramente belle, anzi, dopo il fatto avvenuto, volevano tentare di ridare la commedia sopprimendo qualche lungaggine dei primi atti. E poi bastava esaminare il volume di poesie che il giovane aveva pubblicato per convincersi del suo ingegno; in quei versi c'era dell'originalit e del vigore, intanto ne citavano dei brani bellissimi e si riserbavano di analizzare il volume pi tardi e con maggior cura.
Era un coro di elogi all'autore e un trionfo pel giovane che forse s'era tolto la vita.
Camilla rileggeva quegli articoli e si esaltava a quella lettura. Come sarebbe stata contenta se li avesse potuto legger "lui!" Invece chiss dove si trovava! Che si si fosse davvero suicidato? A quel pensiero si agitava, il suo respiro si faceva affannoso e i suoi mali ripigliavano il sopravvento; a momenti le pareva di diventar pazza; eppure di giorno era stata tranquilla e piena di speranza.
Era forse la notte che le metteva in capo quei tristi pensieri? Perch il sonno non veniva coll'obblo a recarle un po' di conforto? Se avesse almeno potuto dormire fino alla mattina, forse colla luce del sole la sua anima si sarebbe riaperta alla speranza; cos non poteva stare, soffriva troppo, tentava di posare la testa sul guanciale e chiuder gli occhi, non pensando a nulla; ma come potea fare se aveva sempre davanti alla mente l'imagine di Giorgio? Si voltava da una parte e dall'altra, accendeva il lume, lo spegneva, tutto era inutile, non poteva trovar riposo.
Si decise di ricorrere al solito rimedio, la morfina. Per fortuna avea mandato Lena a far ripetere la ricetta. Si ricord che il dottore le aveva raccomandato di non abusarne.
"Ma, si sa," pens, "i dottori non sono favorevoli ai rimedi che fanno guarir subito; se tutti conoscessero le virt di certi farmachi, nessuno avrebbe pi bisogno di loro, e ci non entra nelle loro idee."
Essa si era abituata mano mano a quel rimedio, e non poteva pi farne a meno.
Il dottore pareva che si fosse accorto che ne adoperava pi del bisogno, perch un giorno le aveva fatto una predica, e non potendo farsi capire colla voce, le avea fatto leggere una memoria sui danni dell'abuso della morfina e tutte le malattie a cui andavano incontro i morfinomani. Ma essa abituata a far sempre a suo modo, non gli dava retta; sentiva che la morfina era la sua vita dopo che non c'era pi Giorgio; sarebbe morta senza quel conforto, e pensava a mille sotterfugi; si faceva ripetere continuamente le ricette da Lena che ormai era una sua creatura, e si era fatta tanto esperta nell'adoperare la siringa di Pravaz, che in quell'ufficio era divenuta maestra e si punzecchiava tutta la persona con una gioia e una volutt che era divenuta una fissazione. Intollerante della pi piccola sofferenza, appena provava un po' d'orgasmo, si faceva una puntura, la ripeteva se questa non bastava, e volea cercare in un sonno forzato l'obblo di tutti i suoi mali.
Per molti giorni fece quella vita; si svegliava piena di speranza, poi mandava di nascosto la Lena a comperare i giornali; li nascondeva fino alla sera, e quand'era sola nella sua camera li leggeva con avidit; la notte poi calmava l'agitazione avuta da quella lettura a furia d'iniezioni di morfina. Dopo quell'operazione si sentiva cos bene, provava tanto piacere in quella calma, che non vi avrebbe rinunciato per tutto l'oro del mondo; ormai non aspettava pi che il sonno scendesse naturalmente sulle sue palpebre, tormentate dalla veglia, e se lo procurava col mezzo sicuro che aveva alla mano.
I giornali si occupavano ancora di Giorgio, ma pi delle sue opere che di lui. Analizzavano i suoi scritti ed era, si potea dire, un concerto di elogi.
L'editore avea fatto un buonissimo affare; tutti comperavano i "Primi versi" di Silvano, e non si parlava che di lui e della sua misera fine.
I suoi scritti che sarebbero stati ignorati per molto tempo, erano messi in voga dal suo suicidio, e gi il suo nome aveva raggiunto quella notoriet ch'era stata il pi bel sogno della sua vita.
La sua commedia era stata ridata, e quantunque i primi atti riuscissero sempre un po' monotoni, unanimi applausi scoppiavano all'ultimo e specialmente alla scena principale che tutti giudicavano veramente bella ed efficace. Poi la curiosit del pubblico era eccitata per la fine commovente dell'autore; tutti vollero assistere a quella commedia che ebbe un bel numero di rappresentazioni, con esito sempre migliore.
I giornali narravano le ricerche che si facevano per trovare il povero giovane o morto o vivo, ma non riuscivano a nessun risultato. Un giorno diedero una notizia che aperse il cuore alla speranza.
Dove si trovava Silvano era sempre un mistero; per la sera che tutti credevano si fosse ucciso, era stato veduto alla stazione prendere un viglietto di prima classe per Genova.
Quando la sera Camilla lesse quella notizia, invece di rallegrarsi come gli altri, si sent morire. Pens alla prima poesia che le aveva scritto sul suo album che cominciava col verso:
?Vorrei dormir in seno al mar profondo."
ed il dubbio s'era cambiato in certezza; certo era partito per Genova onde gettarsi in mare.
Ecco perch non si trovava il cadavere: "era scomparso nel mar dell'infinito," come avea detto nei suoi versi; egli era stato esaudito, ma essa vissuta fino a quel giorno, sostenuta dalla speranza di rivederlo, non poteva pi sopportare un'esistenza senza scopo, e senza speranza, soffriva troppo, e si domandava qual colpa fosse destinata ad espiare per penar tanto.
Non bastava che fosse stata fin dalla nascita priva del bene dell'udito e della parola, destinata a vivere in un mondo silenzioso come una tomba; si sarebbe contentata di una sola cosa, di poter vedere Giorgio di tratto in tratto, di pensarlo felice, vivergli accanto, esser sua amica o almeno la sua schiava. Ma invece egli non era in quel momento che un freddo cadavere, forse pasto ai pesci, vittima dell'ingiustizia degli uomini.
Che cosa le importava se lo levavano al cielo, dopo che l'avevano ucciso colla loro indifferenza? Egli intanto non c'era pi; quegli elogi e quei rimpianti le facevano l'effetto delle lagrime del coccodrillo.
Essa soffriva terribilmente e si esaltava ora ripetendo nella sua mente alcuni versi di Giorgio, pensando a quando ancora passava le serate nella loro casa, poi alla gioia di quel giorno ch'era stata nella sua cameretta di scapolo, e finalmente al momento terribile in cui le apparve possibile il di lui suicidio. Avea il respiro affannoso e le pareva di diventar pazza; se avesse potuto sfogarsi colla parola, forse si sarebbe calmata, ma invece dovea tener tutto chiuso nel suo cervello che le scoppiava e nel suo cuore che le martellava tanto da toglierle il respiro. Come sarebbe stata felice non sentir nulla, dimenticar tutto. Invidiava quelli che un giorno avevano avuto tutto il suo compianto, quegli esseri privi d'intelligenza che vivono d'una vita animale, senza soffrire e forse senza godere.
Il dottore trov un giorno che aveva lo sguardo fisso e quasi inebetito, e disse che sospettava avesse abusato della morfina e minacciava di portarle via la ricetta, se non ci mettesse un riparo.
Non mancava altro che toglierle il suo solo conforto! pens Camilla. Era il solo amico che valesse a calmare il suo dolore, sarebbe morta piuttosto di lasciarselo portar via. Una notte ch'era pi oppressa del solito, tir fuori dal cassetto la sua prediletta morfina, e colla siringa cominci con rabbia feroce a pungersi le braccia, il petto, le spalle, dappertutto dove poteva arrivare. Volea dormire, dimenticare, e quella sola era la sua amica, la sua liberatrice. Pensava che al mondo non c'era nulla d'inutile: quel farmaco doveva esser stato creato a sollievo dell'umanit sofferente. Col lungo uso ci avea preso una certa confidenza e non aveva paura; cos seminava la sua pelle di punture con ardore, con volutt, e con quell'esercizio le parea di sfogare il suo dolore, e si tormentava coll'istesso fanatismo con cui si mortificavano le carni i martiri del medio evo.
La mattina quando Lena entr nella sua camera a portarle la solita tazza di caff nero, la trov immersa in un profondo sonno.
Suo primo pensiero fu di lasciarla dormire in pace, poi pens che il caff si sarebbe raffreddato e avrebbe dovuto farne un altro. Si decise a svegliarla. Le diede una scossa, ma Camilla non si mosse; prov a sollevarla, ma ricadde come corpo morto sul letto; allora tutta spaventata, corse per la casa gridando aiuto, che la signora Camilla era morta. In cinque minuti ci fu un'invasione di tutta la famiglia nella camera della fanciulla. Il signor Rivetta, ancora mezzo vestito, pareva frenetico.
S'era avvicinato al letto di Camilla e la chiamava coi nomi pi dolci, scuotendola con tutta la forza. Era inutile, essa non dava segno di vita.
- Un dottore, presto, presto, - gridava, - non voglio che muoia.
Corsero in tre a cercare un medico, e in pochi minuti due medici, oltre a quello di casa, erano al letto dell'ammalata.
Prima di tutto scopersero la bella fanciulla: videro che dalla parte sinistra era tutta chiazzata di macchie rossastre, tutta crivellata di punture, e nello stesso tempo uno tolse dal cassetto la boccetta vuota dov'era scritto sopra: "cloridrato di morfina," e comprese subito la causa di quel male improvviso.
- C' speranza? - chiese ansioso il signor Rivetta. I medici crollarono il capo e dissero che non bisognava lasciarle nelle mani la morfina.
- Era tanto tempo che la usava e la sapeva adoperare con prudenza.
- Ecco come vi siete ingannato! - dissero i medici. In questi ultimi tempi essa ne usava spesso,  il suo corpo che lo rivela. Ma ora  inutile pensare a quello che non si pu pi evitare; cerchiamo, se  possibile, il rimedio.
Si consultarono e poi decisero di fare delle iniezioni di caffeina, e mentre il farmacista la preparava bisognava cercare di scuoterla e tentare le percosse.
Gettarono sulla faccia di Camilla dell'acqua gelata: non ottennero nessun effetto. Cominciarono con forza a percuoterne il corpo; ma anche questo spediente a nulla giovava. Le ragazze, e specialmente la Gina, non potevano reggere a quella vista, e nascondevano piangendo la faccia tra le mani.
Il signor Rivetta era trattenuto dall'ansia di veder un lieto risultato, ma era una pena per lui di assistere a quella scena terribile.
Facevano un vero strazio del corpo della fanciulla, e battevano su quelle carni morbide e bianche con tutta la forza delle loro braccia. Quando uno era stanco, si dava il cambio, ma bisognava continuar sempre. Un momento, vedendo la pelle farsi rossa, ebbero speranza, ma quantunque il cuore battesse ancora debolmente, gli occhi non s'aprivano. Il corpo era rilassato, e le membra non davan segno di movimento.
Quei medici sudavano per salvarla, ma non riuscivano a nulla. Provarono le iniezioni di caffeina, tentarono altre iniezioni eccitanti, ma la fanciulla era l insensibile come un corpo morto.
Il signor Rivetta non vedendola rinvenire, perdeva la testa. Egli volea che i medici facessero qualche cosa, era impossibile che morisse cos.
Ci fu un momento che Camilla ebbe una contrazione nervosa; si muoveva, dunque potevano sperare. Ma i medici non speravano, avevano esaurito tutti i rimedi che si sogliono usare in simili casi.
Il signor Rivetta ogni tanto toccava il cuore della fanciulla, lo sentiva battere, e il suo volto si rasserenava; sperava ancora.
Ormai non si tentava pi nulla, e tutti stavano in silenzio a contemplare la fanciulla assopita.
- Dite, dite; credete che si sveglier? - chiedeva il signor Rivetta.
- Forse, - dicevano i medici, - ma non  sonno il suo;  uno stato di coma, di assopimento.
Il signor Rivetta trovava che i medici avevano dei termini strani per chiamare le cose, e vedendo la faccia tranquilla della fanciulla che respirava ancora, gli pareva impossibile che non dovesse svegliarsi.
Ad una cert'ora i medici volevano andarsene, non potendo pi far nulla, ma il signor Rivetta ottenne che ne rimanesse almeno uno. Egli avea sempre speranza e stava l immobile a contemplare la bella fanciulla. Ad un tratto s'ud dal letto come un rantolo. Il dottore s'avvicin, tocc il cuore, e croll il capo, era la vita che terminava lentamente senza una scossa, come una fiaccola che si spegne. Aperse con un dito le palpebre, le mise un lume davanti alla pupilla; lo sguardo rimase immobile. Pos uno specchio presso le labbra, il vetro non si appannava pi.
Il signor Rivetta, che seguiva coll'occhio inquieto tutti i movimenti del dottore, cap che tutto era finito: un singhiozzo gli usc dalla gola e si gett sul letto della morta con tanto dolore che rasentava la disperazione.
Al vedere quell'uomo alto come un gigante, forte come un toro, accasciato da quell'immenso dolore, tutti diedero in uno scoppio di pianto, ed anche il dottore, che pur era avvezzo a simili spettacoli, si sent commosso. Egli s'avvicin a Sofia che era la pi calma di tutti e le disse:
- Bisogna portar via il pap.
Essa gli si avvicin e, prendendolo per mano, gli disse piangendo:
- Andiamo, babbo, pensa anche a noi; vieni, vieni, non puoi pi far nulla.
Il signor Rivetta si alz a quella voce e si lasci trascinar via, ma continuava a dire che non era giusto che i vecchi vedessero morire i giovani. Sul momento di lasciare quella camera, si volse per domandare chi restava.
- Rester io, disse Lena, - stia tranquillo, sar come se ci fossero loro.
- Va bene, ti raccomando, - le disse il signor Rivetta.
- Non dubiti, - rispose.
Appena Lena fu sola colla morta, la prima cosa che fece fu di coprirla con un lembo di lenzuolo; non poteva veder quella faccia immobile e smorta.
Non era molto sensibile e non sentiva un gran dolore per la morte di Camilla, soltanto pensava che era per lei esaurita la miniera che credeva di aver trovato coll'essere la confidente dell'innamorata fanciulla, e provava tale una rabbia che quasi se la sarebbe presa colla fanciulla stessa che avea voluto morire cos presto. Pensava che se avesse continuato per un pezzo, si sarebbe fatta ricca e avrebbe potuto sposare il suo Pinella; e invece tutti i suoi progetti andavano in fumo: era davvero una cosa terribile.
Stette qualche tempo in quei pensieri in quella camera triste e silenziosa, poi le balen un'idea. S'alz, si guard intorno; non c'era nessuno aperse il cassettone dove la morta soleva tenere i denari. Essa ne avea sempre molti e potea spendere senza contare. Frug in fretta nel cassetto, trov il portafogli pieno di viglietti di banca di tutti i colori; fece un movimento come per intascarli unitamente alla borsa, poi pens che avrebbero potuto scoprire il furto; non era possibile che nei cassetti di Camilla non si trovasse nemmeno un soldo. Lasci a malincuore una parte dei viglietti nel portafogli e mise gli altri in tasca; non li cont nemmeno, ma dovevano essere un bel mucchio; un momento le balz il cuore, perch le pareva che la morta le avesse dato una occhiata. Si volt e vide soltanto le forme rigide della fanciulla sotto al lenzuolo bianco. Era stata un'allucinazione, fece tacere il suo rimorso pensando che se fosse vissuta Camilla glieli avrebbe dati ugualmente, tutti quei denari; per non si sentiva bene in quella camera dopo quello che avea fatto, e fu contenta quando venne un'altra donna a tenerle compagnia per aiutarla a prestare gli ultimi uffici alla povera morta.
Le misero un vestito bianco, un crocifisso sul petto e coi capelli sciolti l'adagiarono sopra un catafalco contornato da ceri accesi. Poi and a dire ai padroni che se volevano vederla venissero pure; era una bellezza, pareva proprio un bambino. Tutta la famiglia Rivetta and piangendo a dare un ultimo addio alla bella fanciulla prima che la chiudessero nella cassa.
Il signor Rivetta non poteva staccarsi dalla morta; si rimproverava di non averla vegliata abbastanza, di averle permesso di tener la morfina, sentiva che ne avrebbe avuto un rimorso eterno. Qualche momento pareva pazzo, andava a scuotere o a toccare Camilla, come se dovesse svegliarsi, le parlava ad alta voce come se dovesse udirlo, essa che non avea udito nulla in tutta la vita.
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CAPITOLO 14.
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La famiglia Rivetta aveva molti amici e tutti furono commossi all'annuncio della fine immatura della povera fanciulla, tanto che il giorno del funerale tutta la contrada era affollata di gente venuta per assistere alla mesta cerimonia, mentre l'appartamento era invaso dagli amici pi intimi e per le scale era una processione di persone che salivano e scendevano coi volti atteggiati al dolore. Tutti vollero accompagnare Camilla all'ultima dimora, dal signor Rivetta che non poteva frenare i singhiozzi alla Gina che piangeva in silenzio. Quando il feretro si mosse, il signor Rivetta sent dentro di s uno schianto e pianse come un bambino.
Fra i presenti si facevano intanto questi discorsi:
- Fa pena, - dicevano alcune signore, - veder un uomo piangere in quel modo; si capisce che voleva molto bene alla muta.
- Lo meritava, - disse donna Marina che avea udite quelle parole, - era tanto buona.
-  vero che si  avvelenata? - chiese la voce d'una signora, rivolta a donna Marina. - Lei che  tanto amica di casa dovrebbe saperlo.
- Ma non si sa, si dice che  stato un errore; pare abbia sbagliato la dose della morfina.
- Cos infatti dissero i giornali, ma in questi casi non si sa mai la verit; io credo piuttosto che stanca di vivere senza poter parlare, abbia cercato la morte.
- Zitto che non sentano i signori Rivetta, - disse un'altra signora di quel gruppo, - ne avrebbero troppo dispiacere, sono addolorati abbastanza.
- Pare sia morta per amore, - si diceva da un'altra parte.
- Anche i ricchi se ne vanno come noi, - disse una donna del popolo mentre ammirava quel lusso di fiori e quei cavalli bardati a lutto che tiravano il carro di prima classe.
Tutti si fermavano e si scoprivano al passaggio di quel carro e si chiedevano qual personaggio fosse morto che c'era tanto sfoggio.
-  una giovane di venticinque anni, - rispondevano.
- Poverina, - dicevano, - nel fiore dell'et, la morte non perdona a nessuno; - e si scoprivano il capo con maggior riverenza e colla faccia atteggiata alla compassione.
Il funerale procedeva lentamente, accompagnato dalla cantilena delle orfanelle. Giunto dinanzi alla chiesa, la bara fu fatta discendere dal carro e posta sopra un catafalco nel mezzo della chiesa addobbata a lutto fra lo splendore dei ceri che fermandosi sui paramenti lugubri, metteva una tristezza che straziava il cuore. La sola nota gaia era formata dai fiori che coprivano il feretro e spiccavano maggiormente in mezzo a tutto quel nero.
La famiglia Rivetta, che seguiva la bara, s'inginocchi appena il prete cominci a recitare le preghiere dei morti. Da molto tempo il signor Rivetta non metteva piede in una chiesa. Da giovane era stato molto religioso, poi la sua fede era rimasta scossa dalle idee moderne, e colla vita assorta negli affari, avea perduto abitudine di frequentare le chiese, di assistere alle cerimonie religiose; l'esservi entrato in quel momento e in quello stato d'animo, gli risvegliava il ricordo di tante cose passate che gli straziavano l'anima. Egli si sentiva vecchio, pensava alla sua mamma morta da tanti anni, alla sua sorella, madre di Camilla, che gli avea raccomandato la figlia, che in quel momento si rimproverava di avere trascurato, poi pensava a tutti gli amici morti, e invidiava quelli che credevano di rivedere i loro cari in una vita futura. Quanto avrebbe pagato di poter avere un po' di fede! Era terribile per lui pensare che tutto finiva nella tomba, che Camilla non l'avrebbe potuta pi rivedere, che per lei non avrebbe pi potuto far nulla; egli sentiva un gruppo alla gola che saliva, saliva, e si sfogava in un singhiozzo che si ripercoteva nella vlta della chiesa e faceva volgere dalla sua parte le persone raccolte alla mesta cerimonia.
Avrebbe dovuto osservare Gina, il cui volto spirava la calma e la pace. Era inginocchiata e appoggiava il capo sulla spalliera della sedia che le serviva d'inginocchiatoio.
Essa credeva col fervore dei suoi diciott'anni che le sue preghiere giovassero all'anima della sua diletta Camilla, le pareva che la sua anima aleggiasse intorno a lei, e l'ascoltasse, e le fosse grata delle sue preghiere. Non era possibile che tutto finisse sotterra, essa sentiva in s stessa qualche cosa d'immortale che confermava tutti gl'insegnamenti fino allora ricevuti; sentiva Dio in quel momento, in quel luogo dove tutto parlava di lui, dai volti di santi dipinti sulle pareti che parevano muoversi e agitarsi al tremolo dei ceri, dal mormorio delle preghiere, dalle ondate di profumo d'incenso, che unito a quello dei fiori, le avvolgeva tutta la persona, e se, infervorata dalla preghiera, alzava lo sguardo, le pareva di vedere come in una visione Camilla che le sorridesse dal cielo.
Sofia le era accanto anch'essa in ginocchio, ma alzava di tratto in tratto gli occhi distrattamente, si aggiustava il velo nero intorno alla faccia e ascoltava i discorsi che si facevano dietro di lei, mentre la signora Rivetta le diceva ogni tanto che la cerimonia le pareva un po' troppo lunga e le dava pensiero che a casa non ci fosse nessuno.
- A dir vero, la Lena poteva far a meno di venire, - diceva dando un'occhiata dalla parte dove si trovava la cameriera. - Ma che ha la Lena, guarda la faccia che fa!
Infatti in quel momento l'attenzione era attirata dalla parte della Lena che si contorceva gridando come un'anima dannata.
Essa avea seguito cogli altri il convoglio, tenendosi agli occhi il fazzoletto, mostrando un dolore che forse non provava; ma giunta in chiesa, rimase compresa da quella solennit; le s'affacciarono alla mente tutte le prediche ascoltate con reverenza alla chiesa del villaggio, coll'imaginazione vide la orribile tortura dell'inferno che avea udito descrivere tante volte, pens alla sua colpa, alla morta che forse chiedeva al cielo vendetta, ebbe paura e si mise ad urlare come una disperata. I vicini credendo che piangesse la povera morta, tentarono di consolarla.
-  andata in paradiso, - le dicevano.
- Sta meglio di noi.
- Via, bisogna rassegnarsi ai voleri di Dio, infine non era vostra parente.
Ma era peggio: tutte quelle parole non facevano che farle sentire maggiormente il rimorso della coscienza e farla delirare di pi. Intanto il feretro era stato rimesso sul carro e il corteggio s'avviava verso il camposanto. Il signor Rivetta lo segu macchinalmente tutto immerso nel suo dolore, e s'accorse soltanto, quando fu presso al cancello del cimitero, della Lena che singhiozzava accanto a lui.
"Povera fanciulla," pens, "com'  sensibile! l'amava proprio come se fosse della famiglia."
E al momento che la cassa, spoglia dei fiori che l'avevano adornata, era calata nella fossa, mentre intorno una folla di curiosi stavano intenti a vedere la mesta operazione, e alcuni ramarri, disturbati nella loro pace, guizzavano nelle fosse recenti, ed egli non avea pi lagrime nelle asciutte pupille e si sentiva quasi mancare, ud il singhiozzare della Lena che non v'era caso potesse calmarsi.
"Le era davvero," disse, "molto affezionata quella fanciulla!" Pens a tutte le cure che avea avuto per Camilla, come l'avea vegliata ammalata e le si era in ogni occasione mostrata premurosa. Poi sent un prepotente bisogno di far qualche cosa per quella che era appena sotterrata, di compensare quelli che l'avevano amata e la piangevano sinceramente. S'avvicin a Lena e le disse: - Poveretta, anche voi le avete voluto bene, l'avete curata come una sorella; qualunque cosa vi possa occorrere, ricordatevi che avrete in me sempre un protettore; ci che avete fatto non lo dimenticher mai, prendete per la sua memoria intanto, - e s dicendo le mise in mano un portafogli contenente parecchi viglietti di banca. In quel momento essa voleva rifiutare, si sentiva soffocare dalla commozione e volea gettarglisi in ginocchio e confessare il suo fallo. Se fosse stata ancora in chiesa l'avrebbe fatto, ma nel dare intorno un'occhiata, vide una festa di sole, una quantit di gente allegra che camminava per la via; il corteggio funebre si era sbandato e dileguato in mezzo a quella folla indifferente; pens al suo avvenire, a Pinella che desiderava di sposare, e si lasci mettere in tasca l'offerta del signor Rivetta, che se ne and a casa un po' pi sollevato, pensando d'aver fatto una cosa per la quale avrebbe avuto l'approvazione e la gratitudine di Camilla se fosse stata ancora al mondo.
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PARTE SECONDA.
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CAPITOLO 1.
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Giorgio s'era lasciato trascinare da Martelli a bordo dell'"Intrepido"; egli si sentiva affranto, debole come un bambino, immerso nei propri pensieri non s'occupava di quello che accadeva intorno a lui.
Martelli invece s'affaccendava per dieci, su lui solo pesava la responsabilit della spedizione, dovea badare che non mancasse nulla, prevedere le pi strane avventure e provvedere a qualunque eventualit. Il governo avea posto l'"Intrepido" a sua disposizione, al resto dovea pensar lui, e mentre Giorgio lo guardava come inebetito, egli occupandosi dei suoi bauli cercava chiacchierando di distrarlo dai suoi tristi pensieri.
- Vedi, - gli diceva, - non posso fidarmi di nessuno; nessuno come me sa far contenere in poco spazio la maggior quantit possibile di roba. Tu non crederesti che l accatastate in quei pochi involti ci sieno le tende per tutta una carovana... Vedi tutta questa roba? - e cos dicendo, additava un mucchio di pacchi, - ebbene deve star tutta in questo baule.
Giorgio diede un profondo sospiro mentre capiva di non poter essere di alcuna utilit al suo amico.
- Se potessi almeno aiutarti! - disse!
-  inutile, rispose Martelli, - non mi fido di nessuno, voglio far io tutto.
E sistemava nel baule i pacchi con precisione matematica, prendeva delle misure, collocava prima i grandi, poi i pi piccini, e riempiva tutti gli spazii e tutti gl'interstizii con altri pacchetti minuscoli; spesso non era contento e rifaceva il lavoro gi fatto con una pazienza da santo.
- Non voglio portare i bauli pieni di vento io, tanto pi che si pu aver bisogno di tutto in quei paesi. Questi ninnoli inutili sono per regalare ai selvaggi in cambio di viveri. - Quando il baule fu riempito di tutti quegli involti, disse: - Tu, per esempio, troveresti che  abbastanza pieno..
- Lo credo io, - diceva Giorgio, che non poteva a meno di rispondere: -  pieno come un uovo.
Martelli si metteva a ridere e poi versava nel baule dei pacchi di polvere di tabacco che andava a riempire le pi piccole fessure e formava come uno strato impalpabile che ne ricopriva tutta la superficie.
- Vedrai come verr buono anche questo, - diceva Martelli; - queste cose qui sembrano inutili, invece all'occasione si pagherebbero a peso d'oro, e trovarne!
- E quante cose porterai che ti saranno poi inutili!
-  vero, ma come si fa a saperlo trattandosi di un viaggio d'avventure? non si pu essere indovini.
Spesso infatti, quando vedeva l'importanza del carico, si pentiva nella tema di non trovare giunto a terra abbastanza facchini che potessero portarlo; ed era incerto su quello che avrebbe dovuto lasciare. Per decise intanto di portar tutto; in seguito avrebbe lasciate nel bastimento le cose pi inutili.
Quando finalmente pot levar l'ncora e slanciarsi in alto mare, si sent contento, e un po' di calma successe all'agitazione dei giorni che precedettero la partenza. Egli era felice e animato, come un generale che ha fatto un piano e si dispone a dare una battaglia decisiva.
Non temeva i pericoli a cui andava incontro, ma gli pesava la responsabilit della gente che conduceva con se; pi per essi che per se stesso temeva dell'esito dell'impresa, e quasi si rimproverava d'aver associato alla sua sorte anche l'amico Leonardi, quantunque avesse la convinzione d'averlo salvato da una morte certa e lo avesse fatto spinto dalla bont del suo cuore. Lo vedeva tanto mesto e taciturno che si rimproverava d'aver prolungato forse un'esistenza infelice, e si chiedeva se lo avea strappato alle sofferenze morali per slanciarlo in mezzo ai patimenti fisici pi crudeli; sapendo per prova come andassero incontro a disagi, a malattie terribili, alle sofferenze d'un clima infocato; tormenti, per certi caratteri deboli e fibre delicate, peggiori di cento morti. Il primo momento che si trov in alto mare si rivolse all'amico e gli stese la mano, dicendogli:
- Mi perdonerai di tutte le sofferenze che dovrai sopportare per causa mia?
- Non saranno mai tanto grandi come quelle che ho provato in questi giorni.
- Non parlare se non provi prima, in ogni caso mi perdoni?
- Non volevo morire?
- E avresti fatto una grande corbelleria, - soggiunse Martelli. - Alla tua et non si ha diritto di morire, se non per sacrificare la vita ad uno scopo
- Oh ti sar molto utile io! forse compenser la tua bont servendoti d'impaccio:  il mio destino essere inutile a me e agli altri.
Martelli gli disse di non proseguire, si fece promettere che non avrebbe fatto alcun tentativo per uccidersi.
Giorgio era avvilito, mano mano che il bastimento s'allontanava dalla riva, gli pareva di veder fuggire la gloria che avea sognato, ed era tutto invaso da una tristezza che l'opprimeva e gli pesava come una cappa di piombo.
Egli si sentiva staccare da tutto ci che avea amato da una vita piena di speranze e di promesse che gli avea per un istante sorriso; ancora nessuna occupazione; nessuna distrazione, veniva ad occupare il posto di ci che aveva abbandonato, e per sempre, come credeva. Sentiva un vuoto intorno a s, un abbandono che non valeva a riempire n la compagnia dell'amico, n la simpatia che gli mostravano tutte le persone imbarcate sul bastimento. Oltre all'equipaggio, comandato da un capitano amico di Martelli, c'era una specie di scienziato che andava per studiare la flora e la fauna di quei paesi inesplorati e nello stesso tempo faceva da medico e da farmacista, se c'era bisogno. In un'altra spedizione era stato molto utile a Martelli che s'era ammalato di febbri fortissime e non si sarebbe posto in viaggio senza di lui; del resto era un buon compagno, di buon umore, che sapeva far qualunque cosa, si prestava volentieri per una partita a scacchi come per allestire il pranzo in mancanza del cuoco.
Giorgio l'osservava e invidiava quel carattere sempre uguale, continuamente di buon umore. Egli invece non parlava con nessuno e lo chiamavano il taciturno, stava spesso nella sua cabina concentrato in un solo pensiero, oppure qualche volta sul ponte fissava come inebetito gli sguardi sulle onde che fuggivano. Pensava alla sera fatale della sua sconfitta, poi allo sguardo di Sofia freddo come una lama di pugnale, all'articolo di quel giornale che avea maltrattato i suoi scritti; pensava a suo padre che gli avea pronosticata quella sorte; gli parea di vedere in ogni onda che lambiva i fianchi del bastimento, una faccia di qualche conoscente che gli sogghignasse e gli rammentasse la sua sconfitta. Invidiava Martelli che almeno era un uomo d'azione, e in quell'affaccendarsi continuo, in quel preoccuparsi di tutte le inezie col pensiero costante di quelli che lo seguivano, passava le giornate in un lampo, e la sera poteva dormire contento del modo con cui aveva impiegato il suo tempo; oppure invidiava la spensieratezza di quei marinai che ubbidivano cantando ai voleri altrui, contenti di vivere e di mangiare, felici d'aver qualche bicchiere di vino aggiunto alla razione quotidiana.
Egli pensava, pensava continuamente, e le giornate gli parevano eterne, le sue notti erano insonni, oppure tormentate da sogni orribili. Quei pensieri gli turbinavano nella mente, l'opprimevano e si sentiva schiacciato sotto il loro peso. Era vissuto poco in mezzo al mondo, e nella sua inesperienza credeva che tutti ancora s'occupassero di lui e della sua sconfitta e lo deridessero, e si trovava tanto infelice che se non lo avesse promesso all'amico, si sarebbe gettato in mare per dar fine alle sue sofferenze.
Il bastimento andava a tutto vapore. Oramai non si vedeva che cielo e mare, e tutti avevano lasciato sul continente le loro noie e i loro pensieri, vivevano giorno per giorno seguendo il cammino di qualche nuvoletta nel cielo, trepidando se quella nuvoletta si addensava e si faceva pi voluminosa, minacciando tempesta. Sulla sera c'era qualche momento di silenzio e di soave malinconia; fissando le stelle, pensavano tutti agli amici lontani che forse in quel momento fermavano anch'essi i loro sguardi su quella stella o sul disco della luna, e mano mano che s'allontanavano dal mondo si sentivano migliori, e certe cose, misurate in quell'immensit, apparivano piccine, mentre lo sguardo si fermava con compiacenza su tante cose piccine che in quel momento sembravano grandi.
Per quella vita di fronte all'immensa natura, la maest di quella solitudine non potevano a meno di recare un cambiamento salutare alle divagazioni di Giorgio, il quale, stanco dei pensieri che lo opprimevano, e delle giornate lunghe e inoperose, decise di ripigliare in mano la penna.
Scrisse alcuni versi, e gi un nuovo ordine d'idee pi liete veniva nella sua mente a scacciare quelle melanconiche, e gli si affacci il pensiero della rivincita: era giovane, poteva ricominciare e innalzarsi tanto alto da far rimanere attoniti ed ammirati tutti quelli che lo avevano disprezzato.
Da quel momento fu come un'altalena, ebbe ore di speranza ed ore di scoraggiamento, ma divenne pi socievole, e conversava qualche volta coi compagni, leggeva loro i suoi versi, cosa per essi d'immensa distrazione.
Il lavoro gli faceva sembrar pi brevi le giornate, e la compiacenza che provava nel leggere i suoi lavori ai compagni, che come persone oziose stavano attentamente ad ascoltarlo e gli erano prodighi di elogi, valeva a recare un po' di balsamo alla sua ferita.
Martelli era lieto di vedere che lo spirito del sua amico si sollevava e gli diceva che avrebbe poi formato un volume di quale poesie, senza pregiudizio per delle avventure di viaggio che egli doveva scrivere, perch gli ricordava di avergli assegnato l'incarico d'essere il cronista della compagnia.
Il bastimento proseguiva imperterrito la sua via e gi si avvicinava alla terra africana. Martelli avea destinato di fare una sosta di qualche giorno a Porto-Said, per procurarsi lettere di qualche autorit per i capi di trib africane affinch gli fornissero viveri, e nello stesso tempo volea formare una scorta di uomini che conoscessero i costumi e il linguaggio dell'interno dell'Africa, perch gli servissero da interpreti.
Giorgio invece, man mano che si avvicinava alla terra, si sentiva riassalire dalla malinconia, ormai avrebbe voluto vivere in mezzo al mare su quel bastimento con quelle persone che gli mostravano affetto; odiava tutto il genere umano e sarebbe in quel momento stato felice di non muoversi pi. Ma Martelli lo costrinse a scendere a terra, dicendogli che aveva bisogno di lui.
E quelli che seguirono furono giorni di grandissima attivit per Martelli e il suo amico. Dovettero presentarsi ai consoli dei diversi paesi, farsi dar lettere di raccomandazioni e se occorreva aver anche dei soccorsi. I due giovani erano accolti dappertutto colla massima cortesia, e tutti ammiravano il loro coraggio di esporsi ai rischi e alle fatiche d'un viaggio lungo e pericoloso con esito incerto.
Ma Martelli era coraggioso, e pi gli mostravano le difficolt dell'impresa, pi era impaziente di effettuarla. Giorgio non si curava della vita e seguiva il suo amico, egli lo ammirava, e lo trovava tutto diverso da quello che l'avea sempre conosciuto.
Infatti, una volta capo della spedizione, non era pi il giovane spensierato di prima, egli s'occupava di tutto e a tutto provvedeva, calmo nei momenti pi difficili, risoluto quando si trattava di una seria occasione, sapea farsi ubbidire con un cenno e la sua superiorit su tutti era incontestata; tanto che il secondavano ciecamente. Per, se in mezzo ai compagni si mostrava sicuro, la notte nella sua cabina o nella sua camera qualche volta si sentiva oppresso, e si chiedeva se proprio dovesse condurre in mezzo ai pericoli e quasi ad una certa morte tutta quella gente che fidava in lui; pensava in quei momenti a tutti i viaggiatori morti in simili spedizioni, a quelli perduti che forse erano ancora nelle mani dei selvaggi in preda ad ogni sorta di sofferenze, alle famiglie rimaste prive dei loro cari; ma la luce del giorno dissipava presto quelle idee tristi e si rimetteva al lavoro con maggior lena.
Prima d'imbarcarsi nuovamente egli chiese ancora ai compagni se erano disposti a seguirlo in qualunque luogo gli avesse condotti; disse che erano ancora in tempo di ritornare alle loro case, descrisse con colori foschi i pericoli a cui andavano incontro; ma erano tutte persone risolute, alcuni, come lui, desiderosi di gloria e d'avventure, altri stanchi della vita e disillusi come Giorgio, e perci gli rimasero fedeli.
Egli espose il suo piano. Dovevano sbarcare in un porto del Mar Rosso, poi internarsi in quel paese inospitale per cercare di incivilire quelle nazioni barbare, organizzare dei rapporti commerciali coll'Italia e nello stesso tempo vedere se ci fosse il terreno propizio per piantare una colonia; questo era l'incarico del governo. Per conto suo voleva confermare qualche scoperta scientifica e se fosse stato possibile liberare degli schiavi e rendersi nel miglior modo, secondo i casi e secondo le circostanze, utile al proprio paese e all'umanit.
A poco a poco il suo entusiasmo s'era propagato anche nell'animo dei compagni e tutti erano felici di seguirlo.
Anche Giorgio si sentiva invadere sempre pi dal desiderio di un'altra gloria diversa da quella che avea sognato, e non desiderava pi di morire; ormai il suo paese dove avea provato tanti dispiaceri, dove avea voluto morire, gli pareva cos lontano, tutte le sue pene andavano man mano facendosi meno intense, e vedeva come in un sogno tutti i personaggi coi quali avea un tempo vissuto.
Qualche volta avrebbe ancora desiderato farsi vivo con loro, che sapessero i pericoli a cui andava incontro; ma gli era impossibile corrispondere cogli antichi amici, coi parenti, e per un anno almeno dovea rassegnarsi a non saperne nulla. In altri momenti pensava alla sua vita passata come se si trattasse della storia di un'altra persona; rivedeva sua sorella calma e tranquilla, il padre che era stato profeta di non aver avuto fiducia nella vocazione del figlio; rivedeva la famiglia Rivetta, pensava alla bella incognita e fantasticava su quello che penserebbe di lui. Poi vennero le lunghe marcie e la fatica del corpo che impediva alla mente di pensare.
Appena Martelli trovava sufficienti facchini che portassero il bagaglio, si mettevano in cammino e camminavano sotto l'afa del clima africano, tutti tormentati dagli insetti che li divoravano, spesso dovendo sopportare la sete e la fame per mancanza di viveri, incerti di trovare un posto sicuro per riposare. Allora qualche momento Giorgio si lagnava; non si sarebbe mai aspettato di soffrir tanto o si maravigliava come a Martelli piacesse quella vita, e si esponesse volontariamente e con piacere a quei pericoli e a quei disagi. E Martelli gli dava una carabina e gli diceva ch'era tempo di uccidersi se era stanco di vivere; in ogni modo egli avrebbe avuto il conforto di avergli prolungata l'esistenza di qualche mese. Giorgio gli chiedeva perdono e gli confessava ch'era un ingrato, un vigliacco, che volea vivere o almeno morire gloriosamente.
Spesso ai momenti d'agitazione seguivano ore di tranquillit, sia che si riposassero in un paese dove gli Europei avevano portato un po' di civilt, oppure che si trovassero accampati in un luogo delizioso spirante pace, in mezzo ad una natura lussureggiante.
Giorgio, non avvezzo ai disagi di un viaggio quasi sempre a piedi in regioni cos inospitali e di fisico delicato, si ammal. In preda alla febbre, preg l'amico di lasciarlo in una capanna di un missionario francese che gli dimostrava affezione e di continuar solo il viaggio; ma Martelli l'aspett qualche giorno finch cominci la convalescenza, e poi collocatolo sopra un carro tirato da buoi si rimisero tutti in cammino.
Sarebbe troppo lunga la descrizione dei pericoli impreveduti che trovarono lungo la via; vi fu un momento che tutti erano ammalati, compreso Martelli, e per giunta vennero assaliti da una trib di selvaggi. Fu Giorgio che si distinse in quell'occasione; non potendo far fronte a tanti nemici, il suo amico essendo troppo ammalato per dargli un consiglio, si diede ad un rimedio disperato. Sapeva che Martelli aveva una cassetta di dinamite, ne caric una specie di bomba e la lanci nel campo nemico. Fece tale strage, e sgoment tanto quei selvaggi che credettero ad un potere sovrannaturale e fuggirono lasciando parecchi morti sul terreno. Giorgio diceva che infine quei popoli erano buona gente che si domavano colla forza, ma quello che gli faceva pi paura erano i perversi elementi e le bestie feroci.
In quel viaggio scoperse di avere dello qualit, che non aveva mai avvertite: per esempio, di essere un buon tiratore; mirava quasi sempre giusto, e molte fiere ebbero la morte dalle sue mani.
Avea delle giornate di scoraggiamento e soffriva in quel caldo opprimente senza poter far nulla, cadendo dal sonno e dalla stanchezza e pur non potendo dormire per gli insetti che lo tormentavano. In quei momenti pensava alla patria lontana e rivedeva come in un sogno tutti gli esseri che ci avea lasciati e la sua vita passata.
Qualche volta, stanco delle sofferenze, lo riprendeva la voglia di uccidersi, ma gli passava in un lampo. Una marcia forzata, uno scontro coi selvaggi, una lotta con bestie feroci, bastava a rialzare il suo spirito abbattuto e a fargli amare la vita.
C'erano giorni in cui scriveva le sue memorie, e riempiva di carattere minuto una quantit di fogliettini di carta. In quei fogli ei gettava, alla rinfusa le proprie impressioni, e dava sfogo ai pensieri che gli si affollavano nella mente. Altre volte il suo pensiero errava lontano, e in mezzo alla grandiosit di quella natura selvaggia, il mondo dove era fino a quel momento vissuto gli pareva piccino, la societ sciocca e artefatta, e sorrideva all'idea d'aver voluto morire per una commedia fischiata.
Pure non si sarebbe sentito la forza di ritornare in mezzo a quella societ che tanto disprezzava, e se da un lato desiderava di terminare il suo viaggio, dall'altro non avrebbe mai voluto che venisse il momento di prendere una decisione. Si contentava di vivere giorno per giorno senza pensare all'avvenire. Egli s'appoggiava interamente sul suo amico, e con lui si sentiva sicuro come un bimbo fra le braccia della mamma.
Un giorno Martelli gli chiese se avesse ancora voglia di morire.
- Ti pare? - gli rispose, - in quel momento ero uno sciocco, davo corpo a delle ombre. E poi quando si pu spendere la vita per il bene dell'umanit non si ha il diritto di togliersela, tanto pi quando si hanno degli amici come te.
- Non parliamo di me; avevo bisogno d'uomini risoluti e t'ho preso, non mi devi nulla, soltanto vorrei sapere se persisti nella tua idea di voler essere morto per il mondo.
- Perch? - disse Giorgio.
- Avrei una proposta da farti.
- Ma, secondo i giorni, qualche volta mi sento portato per questa vita selvaggia e avventurosa e non vorrei lasciarla, qualche altra ho la nostalgia del mio paese.
- Ecco un'altra malattia degli animi deboli, - soggiunse Martelli.
- Hai ragione, sono una femminuccia, ma non ne ho colpa.
- E sai cosa ti aspetta nel tuo paese?
Giorgio fece di no col capo.
- Troverai dei morti e di quelli che ti hanno dimenticato, e avrai il dolore di vedere i tuoi amici star allegri, vivere felici senza di te, come se tu non avessi mai esistito, delle brutte cose, te lo dico per esperienza.
- Perch mi fai questi discorsi? - chiese Giorgio.
- Perch avrei bisogno d'un uomo risoluto che avesse il coraggio di rimanere.
- Per che fare?
- Ho in capo di proporre al governo, - soggiunse il Martelli seguendo il suo pensiero - di fondare una colonia agricola, tu potresti esserne il capo rimanendo, saresti come un re.
- E tu perch non rimani?
- Non  nella mia natura star sempre fermo in un luogo; la vita di viaggi e d'avventure  per me una necessit.
- Ed io dovrei star qui solo senza di te? Impossibile!
- Pensaci, e me lo saprai dire quando saremo giunti al termine del nostro viaggio. Vedi bene che i missionari lo fanno spontaneamente.
- S, ma essi hanno la fede.
- Pensaci, - ripet Martelli, - ma non rattristarti, farai ci che vorrai, anzi, mi fa piacere vederti riconciliato colla vita; del resto ora sono discorsi inutili, dobbiamo affrontare ben altri pericoli prima di finire il nostro viaggio, se non morremo prima di toccare la meta.
- Tu parli sempre di morire, - gli disse Giorgio.
-  perch l'ho veduta tante volte in faccia la morte, e ormai non mi fa pi paura, per in ogni modo far pagar cara la vita.
E nel lampo dei suoi occhi, nella sua fisonomia calma e risoluta ad un tempo, s'indovinava ch'egli avrebbe saputo mantenere la sua parola.
Martelli era sempre calmo, imperterrito, non si commoveva per nulla, avea una di quelle tempre d'acciaio che si spezzano ma non si piegano, e Giorgio lo ammirava, e mentre l'amico pensava alla sua colonia, a stabilire delle relazioni commerciali, egli sempre poeta, volea scrivere un libro per incoraggiare tutti quelli che erano stanchi di star al mondo, tutti quelli che una volta si andavano a chiudere in un convento, tutti gli infelici e i malcontenti, a seguire il suo esempio e guarire nello stesso modo con cui era egli guarito dalla mania del suicidio, e se occorreva offriva loro la santa missione di recare un raggio di civilt in quei paesi selvaggi.
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CAPITOLO 2.
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Un giorno, quando meno se l'aspettava, Pinella vide capitare la Lena alla caserma.
Egli l'accolse indispettito; la persecuzione della fanciulla cominciava a dargli noia.
- Ebbene, - le disse, - che c' di nuovo,  forse domenica oggi?
-  che ci sono delle novit, - rispose Lena, - la signorina  morta.
Pinella alz le spalle per farle capire che proprio non gli premeva nulla di quella notizia.
- Ho ereditato, - soggiunse Lena abbassando la voce, - sono ricca ora.
- Ah s, quanto? - disse Pinella sbarrando tanto d'occhi e facendosi pi gentile a quell'annuncio.
- Che cosa t'importa? - disse Lena, - ho quattrini da poter metter su casa quando ti deciderai a sposarmi, ecco.
- Era per semplice curiosit, sai bene, finch faccio il soldato non posso pensare al matrimonio.
- Ma finir una volta questa vita, e allora ritorneremo se vorrai ai nostri monti, compreremo dei campi e saremo ricchi e felici.
Mano mano che Lena chiacchierava, Pinella si faceva pi gentile e carezzevole; ad un tratto le disse:
- E intanto, Lena, non faremo una piccola allegria per festeggiare la nostra fortuna?
- Vedremo domenica se potr venire, - rispose la fanciulla; - ora in casa dei padroni  tutto cambiato, pare un altro mondo; in quanto a me comincio ad annoiarmi sul serio.
- Come! in una famiglia che  stata la tua fortuna, dove ti vogliono bene....
- S, quello che vuoi, - disse Lena, - ma dovresti provare che divertimento dopo che  morta quella muta, il signore  sempre imbronciato che pare gli abbiano strappato il cuore; la signorina Gina, piange, l'altra  dispettosa perch non pu divertirsi per il lutto; la signora non fa che borbottare tutto il giorno, ti dico io che  un bel divertimento! Gi se si risolvono ad andare in campagna, come hanno intenzione, io li lascio.
- E perch? - salt su Pinella. - Se ti vogliono bene devi portare un po' di pazienza, poi  cos bello andare in campagna, vorrei esser io al tuo posto.
- Ma non voglio lasciarti, io; lo sai.
- Hai paura che mi portino via, sei la gran scioccherella.
- Non ho paura di nulla, ma ti voglio troppo bene, e non posso vivere lontana da te. E poi, ora sono ricca, posso pagarmi il capriccio di cambiare padrone, ed anche di star libera per qualche giorno; non c' pi pericolo che muoia di fame.
Pinella cercava di persuaderla a pensarci prima di fare un passo simile, ma essa volea fare a modo suo; non voleva confessarlo, ma in casa Rivetta non si trovava pi bene, le pareva d'aver sempre davanti agli occhi la morta che le rimproverasse la sua colpa, sentiva un prepotente bisogno di cambiare ambiente, e non le parea vero di trovare un pretesto per andarsene. E il pretesto venne quando la famiglia Rivetta decise di andar a passare in campagna parecchi mesi. Lena dichiar assolutamente che in campagna non li avrebbe seguiti; era venuta in citt apposta perch non le piaceva la campagna, e piuttosto lasciava il suo servizio. Ebbero un bel pregarla e supplicarla, essa fu irremovibile.
Non si cerc neppure un altro padrone, pensava di godersi qualche giorno di libert col suo Pinella, che negli ultimi tempi era tanto amabile e gentile e sempre di buonissimo umore, sentiva bisogno di distrarsi, dimenticare la muta, casa Rivetta, e vivere d'una vita tutta diversa. A Pinella non pareva vero di poterla scialare coi quattrini della sua amica d'infanzia. Egli dedicava a lei tutte le ore di libert, ed ogni domenica, facevano delle scampagnate deliziose.
Per Lena era una vita incantevole, viveva come in un sogno. Aspettava il suo amico d'infanzia nelle vicinanze della caserma, poi se n'andavano insieme fuori di citt, a Gorla, alla Cagnola, facevano colazione sull'erba, si rincorrevano sui prati come quando erano ragazzi.
Era tanto felice che non s'accorgeva come quella vita le costasse quattrini e come il gruzzolo andasse mano mano diminuendo.
Essa, nella sua presente felicit, non voleva pensare all'avvenire, e s'immaginava che quella vita dovesse durar sempre.
Il suo Pinella era poi cos gentile, cos grazioso come non era stato mai.
Egli spesso la contemplava, e non cessava di farle degli elogi che la facevano sussultare di gioia.
Le diceva ch'era bella, che aveva imparato a vestire con eleganza come una duchessa, e ch'era orgoglioso che i suoi amici lo vedessero a braccetto con una bella donnina come lei.
Egli le raccontava spesso la dura vita che faceva in caserma, il vitto che gli davano che non poteva digerire, tanto pi dopo che essa gli avea fatto gustare tutti i manicaretti delle osterie suburbane, ed essa si lasciava commovere e gli regalava qualche cosa perch potesse aggiungere dei cibi migliori alla razione quotidiana.
Qualche volta si dimenticavano di tutto e di tutti, facendo dei progetti per l'avvenire; pensavano di comperare una casetta e dei campi al loro paese, e fare una vita comoda e tranquilla, dove tutti avrebbero invidiato la loro fortuna e la loro felicit.
Ma mentre sognavano ad occhi aperti, non s'accorgevano che il gruzzolo diminuiva, e che la casetta e i campi sarebbero andati in fumo.
Venne per il giorno che Lena fece la dolorosa scoperta che non solo non c'era pi possibilit di comperare dei campi, ma in breve neppur avrebbero potuto continuare quella vita.
Non avea coraggio di confessarlo a Pinella, ma non era pi tanto generosa con lui; cercava d'andare nei posti meno costosi, e gli negava fino pochi soldi per comperarsi i sigari.
Egli allora le faceva il muso e le diceva che se diventava avara non sarebbero stati pi amici.
-  perch penso all'avvenire, - diceva tutta crucciata la fanciulla.
- Che avvenire? - diceva Pinella, - lo sai il mio ritornello favorito:
Non pensiamo all'incerto domani,
Se quest'oggi ci  dato goder.
E la fanciulla si lasciava commovere; non sapea negargli nulla, si toglieva il pane di bocca per mantenergli i vizi.
Oramai capiva che l'amore di Pinella era interessato, le bastava vederlo tutti i giorni, e sentiva che non avrebbe potuto vivere senza di lui.
Ma venne il tempo ch'egli con un pretesto o con un altro non si lasciava pi trovare, poi sopraggiunsero le manovre e dovette partire col reggimento.
Lena voleva seguirlo, egli part di nascosto non facendole nemmeno sapere dove fosse diretto.
Essa aspett qualche giorno una lettera che non venne, poi fece delle indagini, e si mise in cammino per cercarlo.
Un giorno, stanca, affranta, arriv in mezzo all'accampamento e lo and a cercare; esso le dichiar che lo lasciasse in pace, ch non voleva saperne di lei.
Essa le ricord il bel tempo passato insieme, tutto quello che aveva fatto per lui, e aggiunse che infine dopo quello che c'era stato dovea sposarla.
Colui alz le spalle e si mise a ridere e le disse di andarsene, ch il suo era stato un capriccio....
Essa and dal capitano e dal colonnello a chiedere giustizia, ma non potevano far nulla; la colpa era stata sua di credere ad un giovane, ad un soldato e d'averlo seguito, si rassegnasse, non era la prima alla quale capitava una cosa simile.
Era furente, gridava, strepitava, imprecava, non sapeva quello che si facesse. Vide un fucile, lo prese, voleva uccidere Pinella, ma glielo tolsero di mano e la fecero accompagnare in citt, chiusa nel carro dell'ambulanza, in mezzo a due guardie.
Si dibatteva come una bestia feroce, e pareva che il carro si spezzasse; gridava, urlava come se volessero ammazzarla; ma il carro camminava veloce per l'aperta campagna, traversava gli accampamenti militari seguito dallo sguardo dei curiosi, e giunse in citt quando il sole era gi presso al tramonto, e si ferm alla porta dell'ospedale.
- Chi portate? - chiesero.
- Una delirante, - risposero.
E mentre alla Lena mettevano la camicia di forza, Pinella chiacchierava allegramente della sua avventura coi compagni che lo applaudivano come se fosse un eroe.
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CAPITOLO 3.
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Il medico lo avea consigliato ed il signor Rivetta s'era lasciato persuadere dalla famiglia e trascinare in campagna.
Egli era indifferente a tutto, fisso in un solo pensiero, sempre chiuso nel suo dolore per la morte di Camilla, non parlava d'altro, non pensava ad altre cose, non si occupava nemmeno pi dei suoi affari. In casa temevano che diventasse pazzo e avevano tutti accolto con gioia la decisione di andare in campagna. Egli ormai non avea pi volont e si lasciava trascinare come un bambino; soltanto raccomand di scegliere un sito tranquillo, perch in mezzo alla gente non si poteva vedere. E avevano proprio trovato una villa posta fra Gallarate e Varese con un giardino delizioso, tutto pieno d'ombra e di fiori.
Le fanciulle, felici di respirare l'aria libera della campagna, conducevano il signor Rivetta attraverso i viali del giardino, e volevano distrarlo dai suoi tristi pensieri facendogli ammirare le bellezze della natura che li circondava.
- Guarda, - diceva Gina, - questo bel viale di platani; andiamo lass su quell'altura.
E il signor Rivetta la seguiva a passi lenti come un cagnolino.
- Babbo, non vedi l la Madonna del Monte che ci sorride e dall'altra parte tutta quella pianura che si stende davanti a noi?  proprio bello, non  vero?
- Pensare che s'io non le avessi lasciata la morfina ci potrebbe essere anche lei a godere di questo spettacolo! - disse sospirando il signor Rivetta.
- Mio Dio, sempre lei! - disse stizzita Sofia, e noi non contiamo nulla?
- Pensate, morire a quell'et! - rispose il signor Rivetta sempre fisso in quel pensiero.
-  inutile, non serve nemmeno la campagna, - disse Gina scoraggiata, e rivoltasi al babbo soggiunse:
- Senti, sarebbe stata infelice, non pensarci pi. Sai bene che amava Giorgio.
- Ma io avrei fatto in modo che si sposassero, cos sarebbero stati felici tutti e due e si sarebbero evitati dei dolori e delle disgrazie. Perch non me l'ha detto che si amavano?
- Sarebbe stato inutile, Giorgio non ci pensava.
- Forse chiss! Perch l'ho lasciata morire?
E il signor Rivetta, fisso in quest'idea, lasci le figlie e si mise a girare per il giardino come un pazzo.
Pareva che in quella casa pesasse qualche delitto, tutti erano tristi e pensavano ai due che non esistevano pi.
Sofia era sempre di cattivo umore. Ogni elogio che leggeva sui giornali, era come una stilettata al suo cuore e si rimproverava amaramente il modo con cui aveva trattato il povero giovane dopo la commedia fischiata, e quasi d'aver contribuito colla sua freddezza alla di lui morte.
Mano mano che passava il tempo, e colla vita ritirata che conducevano, vedeva sfumare la probabilit, di trovare un marito come intendeva lei.
Giorgio scomparso, Martelli partito per lontane regioni, che colla sua mania di viaggiare non si sarebbe preso certo l'impiccio d'una moglie, Sofia non vedeva davanti a s che la prospettiva di scegliere un uomo di nessuna levatura, oppure di morir zitella, e ci l'inaspriva ogni giorno pi.
Vedeva anche la Gina diventare ogni giorno pi bella tanto che gi la eclissava, e temeva di essere in poco tempo lasciata in un canto.
Gina infatti s'era fatta una bella ragazza; salvo il colore diverso dei capelli era tutto il ritratto di Camilla, e i recenti dolori l'aveano quasi trasformata e resa pi interessante. S'era fatta pi seria, pi donna, vedeva chiaramente certe cose che prima le apparivano quasi avvolte in una nebbia e la riflessione avea in lei preso il posto occupato prima da una spensieratezza quasi infantile.
Essa poteva alfine comprendere la passione di Camilla per Giorgio, rammentava certe espressioni delle sue lettere delle quali prima non avea fatto alcun caso, e dopo la morte della cugina avea scoperto che l'entusiasmo di lei per il poeta s'era trasfuso nel suo cuore; era come un'eredit che le avea lasciata la muta assieme all'espressione dei lineamenti dolci e regolari e alla vita snella e flessibile.
Dal momento che Giorgio era scomparso, i giornali contenevano articoli sempre in suo favore, dicevano ch'era un vero poeta, una rivelazione, e deploravano la sua morte come una vera perdita per il paese e per le lettere. Quegli elogi non facevano che eccitare la fantasia di quella fanciulla di sedici anni e Giorgio era divenuto per lei un ideale; se l'avvenire preparava per lei uno sposo, doveva essere precisamente come Giorgio e a lui pensava nelle sue passeggiate solitarie, nella sua camera profumata di fanciulla e lo vedeva coll'immaginazione in mezzo ai suoi lavori e ai suoi studi. Si lasciava andare a quelle innocenti fantasie, tanto pi che lo credeva morto, e parlava spesso e volentieri di lui rileggendo con volutt i suoi versi, analizzando i suoi scritti.
Essa era continuamente in corrispondenza con Giulia Leonardi, la sorella di Giorgio, e nelle loro lettere egli era sempre l'argomento pi simpatico e pi interessante.
Giulia sperava ancora che non fosse morto, conosceva il fratello fin da bambino e avea come un presentimento che fosse nascosto, e una volta o l'altra saltasse fuori; per si scoraggiava non vedendolo, malgrado gli elogi che piovevano sui giornali.
I Rivetta dicevano che la sua era una dolce illusione e la trovavano una vera provvidenza per la famiglia Leonardi; in quanto a Gina, non sapeva se dovesse sperare, ma seguiva il suo sogno come pochi anni prima si era divertita a seguire le farfalle vagabonde, e quel sogno la rendeva felice.
Spesso per le sale silenziose, per i viali deserti, non si sentiva risuonare che la voce della signora Rivetta, la quale, come al solito, borbottava, quantunque con tutti i dolori che diceva d'avere, ingrassasse a vista d'occhio. Se potea aver uno con cui sfogarsi non la finiva pi. A sentirla era la donna pi infelice della terra, e tutti i fastidi pesavano sopra di lei.
Non le bastava aver perduta una cameriera come la Lena ch'era il suo braccio destro, ma per giunta aveva il marito che non si potea dar pace della morte della nipote e pareva pazzo. Sofia irascibile e dispettosa, Gina malinconica, le pareva che la sua casa si fosse trasformata in un albergo di dolore e di silenzio; ed era stanca di quella vita.
In quella stagione senza villeggianti, colla villa posta in un luogo piuttosto solitario, le giornate riuscivano alquanto lunghe, peggio che in citt. Stanchi della loro solitudine, pensarono d'invitare donna Marina, alla quale non parve vero di passar qualche tempo in campagna.
Accett subito l'invito e quando arriv mise un po' sossopra la villa, colle sue chiacchiere e col suo buon umore. Bisognava far delle passeggiate e mettersi a lavorare all'aria aperta. C'era appunto un tavolino e dei sedili sotto l'ombra di alcuni castani secolari, e donna Marina dichiar che sarebbe rimasta tutto il giorno a quel posto.
Gina invece preferiva un angolo tranquillo e pittoresco dove presso ad un sedile di pietra una scogliera s'arrampicava a guisa di collinetta, e in mezzo ai macigni s'alzavano tre jucche dalle foglie grosse e dalle punte aguzze, un bamb gracile scendeva coi suoi rami chiari e sottili, quasi ad accarezzare i ciclamini che spuntavano dai crepacci dei macigni e portavano una nota rosea in mezzo al verde delle foglie e al grigio dei sassi, con due immensi tigli che ombreggiavano quell'angolo veramente poetico. Donna Marina diceva che quel posto era buono per Gina a cui piaceva starsene sola a fantasticare, ma lo trovava troppo artefatto e preferiva l'ombra di un bel gruppo di castani veramente meraviglioso, tanto pi che i sedili che sotto eranvi sparsi, permettevano di stare in societ pi numerosa. Essa avea sempre una quantit di storielle da raccontare, parlava di tutti gli avvenimenti dell'alta societ che frequentava, e pi di tutto parlava volentieri del matrimonio della marchesina Argellani, che riguardava come opera sua e ne era orgogliosa come della cosa migliore che avesse fatto nella sua vita.
A sentirla, c'era proprio voluta la sua abilit e la sua diplomazia per poterlo combinare; la cosa non era stata tanto facile. La famiglia Argellani non poteva dare una dote alla figlia, degna del suo nome, e s'era dovuta rivolgere allo zio industriale per poterla maritare. Bisognava vedere come tutto ad un tratto erano divenuti amici dell'industria e delle macchine, quanti elogi facevano al marchese Luigi e perfino la vecchia marchesa s'era risolta a visitare lo stabilimento del figlio. Lo aveva lodato, aveva ammirato tutto, s'era compiaciuta di quel movimento, di quel lavorio, sosteneva ancora ch'era bello, meraviglioso, ma che colle macchine era morta la poesia, non c'era pi dentro nel lavoro l'anima dell'uomo che a furia di stare in mezzo a quei congegni diventava anche lui una macchina.
Poi la visita allo stabilimento era stata bellissima; essendo anche lei nel numero degli invitati, si era divertita molto.
Le signorine Rivetta volevano che continuasse a raccontare e non si faceva certo pregare; raccont che dopo la visita allo stabilimento il marchese li condusse nella sua casa di campagna che aveva in quelle vicinanze.
Era una villa principesca, avea l'aspetto d'un castello medioevale tanto esternamente che internamente, ed era ammobigliata con buon gusto ed armonia, in modo che in ogni mobile, in ogni utensile si vedeva lo studio di quello che l'avea fatto eseguire, e pareva di essere trasportati tutto ad un tratto al tempo delle belle castellane.
Una colazione squisita era preparata in una vasta sala da pranzo, tutta di legno scolpito col vasellame di Faenza e i vetri di Murano veramente antichi.
Le tovaglie a frangie e bordure colorate collo stemma degli Argellani, le anfore, gli orciuoli, le posate, tutto, in perfetto stile medioevale.
Il ricevimento pure era in carattere, al suono delle trombe venne abbassato il ponte levatoio, alzata la saracinesca, e il custode del castello inginocchiatosi davanti alla vecchia marchesa le porse sopra un cuscino di velluto le chiavi del castello. Essa rimase contenta di quel rispetto figliale, e mentre seduta a tavola ammirava ogni oggetto, concluse che infine, quantunque industriale, il figlio era sempre rimasto un gentiluomo.
Finita la colazione, il marchese, per non esser da meno degli antichi castellani, volle che tutti avessero un ricordo di quella visita, di quella giornata di riconciliazione, e a tutte le signore diede o un libro di preghiere con delle miniature stupende, o un monile del tempo, e alla sposa poi un cofanetto d'oro che si disse racchiudere duecentomila lire. Fatto sta che dopo quella visita, si fecero le nozze, e donna Marina si compiaceva che per opera sua si fosse combinato un cospicuo matrimonio, e si fossero dileguate le nubi che per qualche tempo avevano offuscata la pace d'una illustre famiglia.
Un giorno le due sorelle Rivetta giocavano al croquet con alcuni vicini, Gina gustando con volutt quei piaceri campestri, Sofia sempre irritata e dispettosa.
Anche quel giorno, mentre gli altri giocavano e scherzavano, ed erano piuttosto allegri, essa prendeva parte al gioco quasi forzatamente e si stizziva ad ogni colpo sbagliato. Poco lungi, sedute sotto ai castani, stavano la signora Rivetta e donna Marina, la quale faceva per la centesima volta la descrizione del matrimonio della marchesina Argellani, e le mostrava il braccialetto di diamanti avuto di regalo in quell'occasione. Ad un tratto la signora Rivetta le disse:
- Ma lei che in queste cose ha tanta abilit, perch non m'aiuta a trovare un marito alle mie ragazze?
- Sono tanto giovani che non ci pensavo, - disse donna Marina, - ma se lo desidera lasci fare a me che, quantunque i mariti siano divenuti rari come le mosche bianche, pure se mi ci metto credo di potervi riuscire.
- Almeno per Sofia, - soggiunse la signora Rivetta; - l'altra c' tempo,  cos giovane.
-  che Sofia ha le sue idee, - disse donna Marina, - e non si contenterebbe del primo venuto. Appunto un giorno che si parlava di matrimoni, essa diceva che voleva un uomo superiore, altrimenti nulla, e mi capisce bene che al giorno d'oggi su qualche cosa bisogna transigere. Veda la signorina Argellani, con un nome come il suo, ricca, simpatica, con un'educazione....
- In quanto a questo poi la mia Sofia non sta dietro a nessuno.
- Non dico nulla, ma, veda, la marchesina, con tutti gli altri requisiti, ha sposato un buon giovane di famiglia illustre, ma, via.... in quanto ad ingegno, non  un'aquila, e invece Sofia ha delle idee su questo rapporto.... Basta, ci penser, - concluse donna Marina, - sarei proprio contenta di vedere un po' d'allegria rientrare in questa casa.
Nella sua mente gi formava un piano ed era certa di riuscire. Sofia era ricca, o ci facilitava molto la sua impresa, e poi, ormai le pareva, che quella di combinar matrimoni fosse la sua missione e ci si metteva coll'entusiasmo dell'artista che prende amore alla sua arte una volta che capisce di riuscir bene.
Essa cominci a pensare come poteva fare ad appagare il desiderio della sua amica. Pass in rivista tutti i suoi conoscenti che avea sparsi per il mondo, e le venne in mente che dovea abitare in quelle vicinanze una signora che avea conosciuto per l'innanzi, ma che avea perduto di vista.
Era una certa Valeria Orlandi, signora molto brillante e piena di spirito, che ai suoi tempi era stata molto corteggiata e avrebbe potuto vivere difficilmente senza vedersi intorno una societ numerosa e specialmente composta di uomini. Ella la conosceva benissimo e sapeva che la sua casa dovea essere il convegno di tutta la miglior societ di quei paraggi; decise di farle una visita e di rinnovare una conoscenza abbandonata per varie circostanze, ma non dimenticata, e una sera parl di una visita che dovea fare alla signora Orlandi e invit Sofia a tenerle compagnia.
In campagna, una visita  una distrazione e un avvenimento, una diversione alla vita monotona di tutti i giorni, e spesso capita appunto a riempire un'ora di noia.
Ecco perch la signora Valeria Orlandi, quando le venne annunciata la visita di donna Marina, dovette fare uno sforzo per ricordarsi di lei. Ma appena questa fu introdotta alla sua presenza, ramment le circostanze in cui s'erano conosciute altre volte, le fece una gran festa, parlarono del passato e si lasciarono come vecchie amiche.
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CAPITOLO 4.
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La signora Valeria Orlandi era una donna di quarant'anni, ancora ben conservata, tanto pi che anche giovanissima era sempre stata apprezzata non meno per il suo spirito arguto e vivace, che per la sua bellezza.
Essa avea sempre vissuto nella societ e per la societ, aveva la rara qualit di saper ricevere e riunire in casa sua molte persone e fare in modo che tutti si trovassero bene, tanto che donna Marina aveva indovinato quando avea detto che Valeria non dovea condurre una vita solitaria.
Infatti la sua casa era il centro di tutti i villeggianti, di tutti gl'industriali che avevano officine in quei dintorni.
Rimasta vedova ancor giovane, si ritir nella villa che possedeva appunto nelle vicinanze di Busto Arsizio e Gallarate, in mezzo alle numerose officine che popolano quel tratto di paese e che da sole basterebbero a far testimonianza dell'attivit e dell'industria lombarda.
La sua casa ospitale era una specie di centro dove convenivano tutti gl'industriali che andavano per le loro faccende a passar qualche giorno nelle vicinanze. Le sue sale erano sempre aperte, come il suo sorriso sempre pronto a ricevere quelli che andavano a vederla, sicch erano rarissime le serate ch'ella passasse sola e non aveva che un timore, quello di veder diradarsi le file dei suoi amici e conoscenti e spopolarsi la sua dimora.
Pensava appunto di farci entrare un elemento pi allegro e pi giovanile, di organizzare qualche gioco, un po' di musica per trattenere i suoi ospiti; perci la visita di donna Marina le era capitata proprio in buon punto e colse con gioia l'occasione di far amicizia colla famiglia Rivetta dove c'erano due ragazze belle e compite che sarebbero state un vero adornamento per il suo salotto.
Ecco perch fu pronta ad andare a far una visita in casa Rivetta, e tanto gentile da invitar spesso tutta la famiglia a passare la sera da lei.
- Ora siamo pochi, - diceva, - il curato, il dottore e qualche altro che viene a far la solita partita a tarocchi, poi gl'industriali che capitano di tratto in tratto a dar un'occhiata alle loro officine; ma nell'autunno, quando ci sono i villeggianti o quando vengono i militari per le grandi manovre, si sta pi allegri.
I signori Rivetta ringraziarono del gentile invito e dissero che avrebbero accettato, appunto perch era una casa tranquilla; di allegria non avevano voglia.
Donna Marina era trionfante, le pareva gi d'aver trovato il marito per Sofia, e a questo proposito tenea dei lunghi discorsi colla signora Rivetta.
Avrebbe veduto, in casa Orlandi c'era da scegliere,  tutta una societ molto per bene, giovani industriali, possidenti, insomma persone che avevano quattrini, i quali al giorno d'oggi sono tutto; essa avea capito subito che la conoscenza della signora Valeria sarebbe stata molto utile, ed era tutta felice della sua abilit.
Le serate di casa Orlandi vennero a togliere le fanciulle dalla vita monotona di tutti giorni, le frequentarono di buona voglia tutte le volte che la mamma o donna Marina erano disposte ad accompagnarle.
Non ci voleva che mezz'ora di carrozza per andare, e le ragazze si divertivano a quella trottata notturna, colla brezza che accarezzava i loro volti e moderava il calore estivo.
A Sofia per non andava tanto a genio la societ di casa Orlandi, diceva che tutti quei giovanotti non sapevano parlar d'altro che del prezzo dei bozzoli e della filatura del cotone, li trovava troppo positivi, troppo serii, e in cuor suo li confrontava con Giorgio; e certo il confronto non era per loro molto vantaggioso.
Pareva che lo facesse per dispetto; tutte le volte che donna Marina le lodava questo o quel giovane, ella ci trovava tutti i difetti, lo prendeva dal lato ridicolo e se ne burlava.
Un giorno donna Marina disse alla signora Rivetta ch'ella rinunciava all'impegno di trovar marito a Sofia; era una ragazza impossibile, pretenziosa, mai contenta di nulla, voleva forse un principe del sangue? Se lo trovasse pure, in quanto a lei se ne lavava le mani.
La signora Rivetta la scongiurava a non abbandonarla, e quando parlava di matrimonio alla sua figlia maggiore, le faceva dei lunghi sermoni dicendole, che al giorno d'oggi i mariti sono pi rari delle mosche bianche, e bisognava che le ragazze si contentassero, se non volevano rimaner sempre zitelle.
- E anche tu, - soggiungeva, - non troverai nessuno che ti sposi, se hai tanti grilli pel capo! Credi d'essere una principessa tu?
- Rester zitella, - rispondeva Sofia alzando le spalle.
- Sarebbe poco male, - rispondeva la madre, - se tu non avessi sempre quel muso lungo un palmo e non fossi cos stizzosa.
 un fatto che quantunque non lo mostrasse, desiderava trovar marito; aveva veduto sposarsi molte delle sue amiche d'infanzia che s'erano contentate pi facilmente di lei ed erano felici. Vedeva Gina che diveniva ogni giorno pi bella, ma proprio non poteva rinunciare alle idee poetiche che aveva accarezzate da tanti anni nei suoi sogni.
Sul finire dell'estate, la societ di casa Orlandi si modific alquanto. Ai soliti industriali s'erano aggiunti parecchi ufficiali che stavano in quelle vicinanze per le grandi manovre. Essi, naturalmente, contenti di quell'intimit campestre, si divertivano a ridere e scherzare colle signorine Rivetta, e la Sofia form subito il piano di scegliersi per marito uno di quegli ufficiali.
Non potendo avere un grand'uomo pens che Napoleone diceva che ogni soldato ha nella giberna il bastone di generale, ed essa pure vedeva in ognuno di quegli imberbi ufficialetti dei futuri generali; poi l'uniforme dagli spallini luccicanti esercitava un fascino sul cuore poetico d'una fanciulla come Sofia e gi si faceva amabile e gentile come sapea fare quando voleva cattivarsi la simpatia di qualcheduno. Essa s'interessava ai loro discorsi e pi di tutto chiacchierava volontieri col signor Ribotti, maggiore di cavalleria, quantunque avesse passata la quarantina e non fosse cos giovane e cos brillante come gli altri ufficiali.
Ma egli era pi vicino al grado di generale e questo spiegava la preferenza di Sofia, ed egli si sentiva tutto lusingato nel vedere che la fanciulla trascurava i pi giovani per preferire la sua compagnia.
In pochi giorni era divenuto amico di tutta la famiglia Rivetta e qualche volta montava a cavallo e andava alla loro villa per passarvi qualche ora.
Sofia lo accoglieva col sorriso sulle labbra, ma essa che conosceva il suo lato debole facea un mondo di feste al suo cavallo; lo accarezzava, gli portava lo zucchero, e il maggiore Ribotti si compiaceva di quelle premure per un animale che gli era come un amico e amava pi di s stesso.
Una volta scoperta la corda sensibile del suo cuore, Sofia era certa della vittoria.
Essa parlava sempre con lui di cavalli. Un giorno gli disse che sarebbe stata felice di poter montare a cavallo, e il maggiore, sempre gentile, le propose di darle delle lezioni d'equitazione. Aveva appunto al reggimento un altro cavallo addestrato per signora, e l'avrebbe condotto dai signori Rivetta, poi lui sarebbe andato quando avesse potuto a farle da maestro.
Sofia era felice; montare a cavallo era sempre stato il suo sogno, le pareva che quell'esercizio la mettesse al livello delle fanciulle pi aristocratiche, e ci si pose con tanta passione che in poche lezioni era gi una elegante amazzone, piena di coraggio e di abilit.
Il maggiore si compiaceva dei progressi della sua allieva, e godeva di quelle passeggiate, accanto ad una bella fanciulla come Sofia. Per i signori Rivetta, che da principio l'avevano creduto uno scherzo, vedendo che la fanciulla pigliava la cosa troppo seriamente, andavano dicendo che non volevano che la loro figlia si mettesse nell'idea di continuare, anzi un giorno il signor Rivetta dichiar che le ordinava di cessare un simile divertimento.
Sofia pianse e preg tanto finch glielo concessero ancora per una settimana, poi dichiararono che avrebbero pregato il maggiore di portarsi via il suo cavallo.
Ormai Sofia si teneva solidamente in sella, aveva imparato a trottare all'inglese e sapeva farsi ubbidire dal suo cavallo. Tanto che le lezioni si limitavano a qualche giro intorno al giardino presso al maggiore che era sempre pronto ad avvicinarsi alla sua allieva se per caso il cavallo mostrasse la volont di imbizzarrirsi.
Un giorno, dopo una bella trottata sotto ad un viale ombreggiato, avevano allentate le redini dei loro cavalli che andavano al passo, e chiacchieravano in quei momenti di riposo e tranquillit.
- Mi piace tanto quest'esercizio, - disse Sofia, - e al pensiero che dovr lasciarlo mi viene una tristezza che piangerei.
- Perch lasciarlo? - disse il maggiore, -  un esercizio ginnastico come un altro.
- Il babbo non vuole. A questo mondo vi sono tanti pregiudizi, e teme che sia una cosa troppo di lusso; mi ha dato il permesso cos per provare, quasi si trattasse d'un gioco, ma non vuole che continui.
- E le piacerebbe poter continuare?
- Si figuri, ne sarei felice
- Io conosco un sol mezzo, - disse il maggiore.
- Quale?
- Di diventare mia moglie.
Sofia lo guard come se non avesse ben capito, poi disse:
- Ha detto per celia, non  vero?
- Veramente  una proposta che volevo farle da qualche tempo, me n' capitata l'occasione e lo dissi cos bruscamente alla militare; sapete bene, noi avvezzi coi soldati andiamo dritto allo scopo senza tante circonlocuzioni, e vi ripeto, se non vi dispiace, di unire il vostro destino al mio sarei felicissimo....
Egli era esitante, l'osservava per scoprire quali pensieri passassero in quella testolina di fanciulla.
Essa era rossa infocata dalla corsa e sulla sua faccia non si potea legger nulla. Chin gli occhi sul collo del cavallo, accarezz la criniera colla sua manina ben inguantata e disse:
-  una cosa molto seria questa, e poi confesso che non vi ero preparata, ci penser.
S dicendo mise il cavallo al trotto e scapp via. Il maggiore la raggiunse in un lampo.
- Statemi ad ascoltare, - le disse, - tanto se volete trottare si pu discorrere lo stesso. Non sono nella prima giovent e sono un po' sciupato dalla vita del campo, ma nemmeno in un et da dover rinunciare alle gioie della famiglia, sento il bisogno d'avere una compagna, un'anima gentile che mi rallegri la vita. Noi condannati a condurre una vita randagia si apprezza di pi la nostra compagna che ci segue trasportandoci dietro il conforto d'un'affezione sincera, il tepore del focolare domestico.
Sofia si ferm dicendogli:
- Come, siete poeta?
-  l'influenza della vostra compagnia.
La fanciulla lasci vedere una fila di dentini bianchi in un sorriso pieno di promesse. Durante la trottata avea pensato, e nel suo pensiero avea gi risolto di accordare la sua mano al Ribotti, vedendo in lui non il maggiore presente, ma il futuro generale.
Tenne per celato il suo pensiero e soggiunse:
- Ci penser, poi bisogner sentire quello che dir il babbo.
- Pensateci, - disse il maggiore, - la vita militare  una vita di sacrificio, ma quando ci si vuol bene....
- Diventa una vita di paradiso, - termin Sofia.
Intanto erano giunti davanti alla porta di casa e la signora Rivetta che quando sua figlia era a cavallo temeva sempre qualche accidente, era l ansiosa ad aspettarli. Il maggiore mentre aiutava Sofia a scendere da cavallo le susurr a bassa voce:
- Dunque  per l'ultima volta che monterete questo cavallo?
- Spero di no, - rispose la fanciulla.
E rialzata colla mano destra la veste da amazzone, scapp in casa colla faccia in fiamme e vispa come un uccello; si lev in fretta il vestito che la impacciava, e scese ancora in tempo di salutare il maggiore e ringraziarlo della sua lezione.
- Passer domani, - disse il maggiore, - per vedere se avete volont di fare ancora una trottata.
- A rivederci dunque, e tante grazie, - disse Sofia.
- Ma non doveva esser l'ultima volta? - chiese la signora Rivetta, quando il maggiore si fu allontanato.
- Forse non lo sar, - riprese la fanciulla.
- Come?
-  un mistero.
- Una volta le ragazze non si permettevano di aver dei misteri per le loro mamme, - disse la signora Rivetta in tuono di rimprovero.
- Ma cambiano i tempi, - rispose Sofia.
Poi soggiunse:
- Vorrei proprio sapere che male ci sarebbe se continuassi ancora a montare a cavallo; tanto io mi diverto e a voi non costa nulla.
- Ma non capisci che una ragazza non va bene che prenda affezione a certi esercizi di lusso che non sono adatti alla nostra societ? E poi una ragazza che ha da trovar marito deve condurre una vita modesta. A quanti farebbe spavento sposare una fanciulla con simili idee per il capo, come se non stessero gi lontani abbastanza!
- Mio Dio, sempre questi benedetti mariti,  una vera afflizione, ma mettiamo il caso che al mio futuro marito piacesse ch'io montassi a cavallo.
- Aspetta ad averlo, il marito, e se gli piacer sarai in tempo allora.
- E se ti dicessi che il marito l'ho gi bell'e pronto, che  felice che io monti a cavallo, e che questo marito  il maggiore, - disse quasi tutto d'un fiato Sofia.
- Possibile? Se potrebbe essere tuo padre!
- Via! un uomo di quarant'anni, che mi piace, mi  simpatico, e devi dire al babbo di acconsentire.
- Ci lascierai fiatare almeno.
- S, basta che domani mattina possa dirgli di chiedervi la mia mano assicurandolo del vostro consenso.
S dicendo gett le braccia al collo della sua mamma, quantunque non fosse generalmente tanto espansiva, e la preg di parlare al babbo in suo favore.
Il signor Rivetta, appena seppe i progetti della figlia, volle avere un colloquio con lei e le accenn tutti i disagi della vita militare, la noia di non aver mai una casa, i pericoli d'una guerra; ma Sofia rispose che avea pensato a tutto e che anzi quello di sposare un militare era sempre stato il suo sogno, perci se voleva renderla felice doveva acconsentire.
Il signor Rivetta spese tutta la giornata per avere ragguagli sul carattere e sulla vita passata del maggiore; and all'accampamento a parlare col colonnello e col generale e seppe da tutti che il maggiore Ribotti era di famiglia distinta, di carattere integro, molto stimato al reggimento, molto amato da tutti quelli che lo avvicinavano.
Vedere la figlia andar raminga con un militare non era certo il sogno del signor Rivetta, ma pensava alla difficolt di trovar marito ad una fanciulla tanto difficile, al suo carattere che negli ultimi tempi s'era inasprito, e tutto sommato, una volta che si contentava lei del maggiore, visto che era una persona rispettabilissima, non avea ragione alcuna per opporsi.
Poi si trovava cos triste e fiacco, che non aveva voglia di lotte, n forza di fare opposizione ai voleri della figliuola, soltanto avrebbe desiderato che il maggiore lasciasse il servizio militare: con quello che possedeva e colla dote che dava alla figlia potevano viver bene; ma Sofia si oppose con tutte le forze, essa voleva che il maggiore continuasse la sua carriera; le piaceva appunto per quello. Del resto era una fanciulla risoluta e non aveva paura della vita di guarnigione. Insomma, il giorno appresso, quando venne il maggiore, la cavalcata and in fumo, perch ebbero altri discorsi pi interessanti da fare, e Sofia gli disse un po' celiando, che piuttosto di rinunciare al suo esercizio prediletto lo accetterebbe come compagno per tutta la vita.
Quando donna Marina seppe del matrimonio di Sofia non se ne volea dar pace che si fosse combinato senza il suo intervento e si consol dicendo che lei si era accorta che quei due se l'intendevano, ma visto che erano ben avviati avea creduto bene di lasciar correr l'acqua per la sua china; del resto era un bellissimo matrimonio e un po' di merito lo avea anche lei che aveva introdotto Sofia in casa Orlandi dove ebbe occasione di conoscere il maggiore.
Quest'avvenimento riscosse il signor Rivetta dalla sua tristezza e mise Sofia di buon umore. Soltanto la signora Rivetta pensava a tutte le brighe cui andava incontro per quel matrimonio, e poi alla figlia che sarebbe andata lontana, e a cento altre cose, e borbottava sempre come al suo solito, tanto che donna Marina non pot far a meno di dirle:
- Ma insomma pare impossibile che non siate mai contenta; prima vi dava pensiero trovare un marito per la figliuola, ed ora che l'avete trovato, perch borbottare ancora?
Con quell'avvenimento e col maggiore che divenne l'ospite assiduo dei signori Rivetta, era ritornata in quella casa un po' d'allegria. Qualche volta egli conduceva degli ufficiali suoi amici, e diceva che voleva dar marito anche a Gina; ma essa proprio non ne voleva sapere, faceva la bimba, assicurava tutti che avrebbe preferito ancora giuocare alla bambola, e donna Marina non poteva capire come avesse cuore di rifiutare tutti quei bei giovanotti che durante il tempo della villeggiatura avevano chiesta la sua mano.
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CAPITOLO 5.
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Erano gi, passati parecchi mesi dalla scomparsa di Giorgio, e nulla era cambiato in casa Leonardi. Era sempre la medesima vita tranquilla, monotona, uguale. Si potea vedere attraverso le invetriate del negozio il signor Leonardi sempre sorridente, ossequioso colle belle signore e specialmente con quelle dell'alta societ. Baldassare studiava sempre nuovi disegni per fermare i passanti, e inventava nuove storielle per divertire la merciaia dirimpetto.
In quanto a Giulia, essa accudiva alle faccende domestiche con calma, ordine ed economia, ed era sempre una massaia per eccellenza. Aspettava ancora Giorgio, riordinava continuamente la sua camera, rifaceva il letto, metteva in ordine la sua biblioteca e rinnovava l'inchiostro nel calamaio che stava sulla scrivania, come se dovesse ritornare da un momento all'altro. L'aveva tenuto fra le braccia bambino e lo conosceva bene, non sarebbe stato capace di uccidersi. Si ricordava che da fanciullo, una volta indispettito di non aver passato certi esami di matematica, s'era nascosto in cantina per una giornata intera, e ci sarebbe rimasto chiss quanti giorni se essa non fosse andata a prenderlo per un braccio e a ricondurlo in casa. Doveva essere accaduta qualche cosa di simile; soltanto s'impensieriva vedendo che non saltava fuori ad onta degli articoli di elogio che c'erano su tutti i giornali. Per se in apparenza tutto camminava tranquillamente, nell'animo del signor Leonardi succedeva un cambiamento.
Dopo che gli scritti inediti di suo figlio gli erano stati ricercati e pagati bene, gli era come caduta una benda dagli occhi, e capiva che Giorgio aveva avuto ragione.
Dopo che i giornali avevano fatto conoscere il suo nome, egli s'era acquistato nel paese una certa considerazione e popolarit, che non avrebbe certo raggiunta se avesse continuato per cent'anni a vender stoffe e ad ampliare il suo negozio. Molti personaggi ragguardevoli avevano voluto conoscerlo; i giornalisti gli chiedevano continuamente delle notizie sugli stud e sull'infanzia del suo figliuolo, ne vedeva stampata la biografia, e il ritratto sui giornali, ed egli quando passava era mostrato a dito, come il padre del giovane che illustrava la sua patria e di cui tutti piangevano la fine immatura. Al suo passaggio si sentiva osservato, gli pareva d'essere un re e provava un acerbo rimorso di aver contrariato suo figlio nella carriera in cui era riuscito tanto splendidamente.
Egli trascurava gli affari e non parlava d'altro che di Giorgio. Raccoglieva i giornali che parlavano di lui, s'interessava a far pubblicare tutto quello che avea scritto. Radunava i suoi amici per parlarne e andava esclamando:
- Chi avrebbe supposto che quel figliuolo avesse un ingegno simile, ed ora non so proprio capire come non salti fuori!
Anche a Baldassare teneva dei lunghi discorsi parlandogli di Giorgio, il quale alla sua volta diceva alla merciaia di rimpetto crollando il capo, che il suo padrone diveniva pazzo anche lui come la signorina Giulia, che aspettavano che ritornasse Giorgio, come se i morti potessero risuscitare.
La celebrit di Giorgio avea posto in evidenza anche la Giulia, che fino a quel momento era vissuta ignorata e tranquilla, non occupandosi che delle faccende domestiche, e venne chiesta in moglie dal signor Giovanni Donelli, ricco negoziante di quella citt.
La fanciulla non sentiva amore il signor Donelli, ma il padre le disse ch'era un buon partito, ed essa l'accett per riflessione, nella certezza che l'amore sarebbe venuto in seguito.
Fu un matrimonio combinato senza rumore e senza scosse, come un avvenimento che non avrebbe recato un gran mutamento alla sua vita di tutti i giorni.
Rimanendo nella sua citt e presso al padre, l'unico cambiamento consisteva nel dirigere un'altra invece della casa paterna.
Combinarono di sposarsi fra due mesi tranquillamente, senza chiasso, avrebbero fatto un viaggetto, e Giulia voleva approfittarne per fare una visita ai signori Rivetta, poi sarebbe ritornata alla sua citt e alla sua vita monotona, tranquilla, senza agitazioni e sopraccapi.
Le sue amiche dicevano che non avea nervi, e quasi quasi dubitava anche lei d'averne; in ogni modo non se ne accorgeva che raramente. Un giorno per mentre era ancora in faccende per prepararsi al prossimo matrimonio, prov un'emozione come mai in vita sua, e fu quando le portarono una lettera tutta piena di francobolli stranieri, la cui soprascritta era di un carattere conosciuto.
- Di Giorgio! di Giorgio! - si mise a gridare correndo dal padre. - L'ho detto che salterebbe fuori una volta o l'altra?
Il signor Leonardi a quella notizia ebbe una scossa che fu miracolo se pot reggersi in piedi.
- Leggi, leggi, - disse con voce tremante, mentre si cercava gli occhiali.
Giulia non avea aspettato l'ordine del padre, avea gi rotti i suggelli e data una scorsa alla lettera.
Era appunto di Giorgio e portava la data di Benguela.
Diceva, che scoraggiato, vedendo che i suoi lavori non incontravano il favore del pubblico, gli era balenata l'idea d'uccidersi, ma un amico l'avea salvato trascinandolo in Africa ad arrischiare piuttosto la vita in mezzo a quei paesi selvaggi.
"Perdonate, - diceva nella sua lettera, - se per un momento fui tanto vile ed egoista da voler essere morto per sempre per voi e per il mio paese; ero tanto infelice, vedendo sfumate tutte le mie pi belle speranze, e non volevo presentarmi a voi triste e avvilito.
"Avevo divisato di rimaner sempre qui, ignorato e dimenticato, quando giunto in un paese dove i Portoghesi hanno recato un po' di civilt, mi capit fra le mani un giornale che parlava di me con grande entusiasmo, si giudicavan favorevolmente le mie opere, e si piangeva la mia morte. Da quel momento provai un irresistibile desiderio di ritornare fra voi, e tutti i miei progetti di restare ad incivilire questi popoli selvaggi sfumarono come nebbia al sole.
"Dunque, - pensai, - al giorno d'oggi bisogna morire perch sia fatta un po' di giustizia! Ci vuol qualche colpo forte, mortale, perch il pubblico si scuota dalla sua apatia, e la gloria tanto cercata ci sorride forse quando non siamo pi in tempo di goderne. Del resto mi sentivo cambiato, e nel mentre gli elogi di quel giornale mi facevano piacere, sentivo che era una sciocchezza darvi tanta importanza.
"Vi so dir io, che quando si  vissuti per un anno lontano dal mondo, si vedon le cose sotto tutt'altro punto di vista, e v'assicuro che non penserei pi di morire per una cosa simile.
"Se sapeste come ci si sente forti, come sembrano misere certe grandi cose del mondo civile, dopo aver visto faccia a faccia la natura grande, selvaggia, dopo aver lottato coi leoni, essere stato sul punto di esser ucciso dai cannibali; di morir di fame e di febbre, dopo aver passato pericoli indescrivibili! Figuratevi, ho affrontato torrenti impetuosi sopra fragili imbarcazioni, ho traversato deserti infocati, lande selvaggie, ed ora provo una dolce soddisfazione di essere superiore a tutte le piccinerie di prima e mi sento migliore. Quante volte ho pensato a voi quando aveva la morte di fronte, quante volte mi son rimproverato d'avervi lasciato credere ch'io fossi morto, e mi proposi, se sfuggivo alla morte, di darvi subito mie notizie!
"Non so quando potr ritornare, n quello che far una volta ritornato:  certo che la prima cosa sar di venire fra voi a riposarmi delle fatiche del viaggio e a rinfrancare la mia salute scossa dalle malattie, dai disagi e dalle emozioni sofferte. Penso al ritorno con piacere e sgomento insieme. Trover tutti gli amici?
"Non mi aspetter qualche notizia spiacevole?
"Non so nemmeno come far a lasciare il mio amico Martelli, il mio salvatore; egli organizza un'altra spedizione e non mi vuole con s. Dice che in questo momento non potrei reggere alle fatiche d'un viaggio lungo e disastroso, e prima ho bisogno di rimettermi in forze. Volli insistere per accompagnarlo, ma afferma che in questo stato gli sarei d'impaccio e sento straziarmi il cuore all'idea di abbandonarlo. Non potete credere come si rinvigorisca l'amicizia quando si ha avuto per pi d'un anno le medesime aspirazioni, le stesse ansie e gli stessi pericoli o si  dormito sotto la medesima tenda. Ma non voglio rattristarmi in questi momenti e godo in anticipazione del piacere che avr di rivedervi.  inutile scrivermi perch le vostre lettere non mi arriverebbero.
"Addio, a rivederci presto e perdonate alle inquietudini che vi ha dato il vostro
"GIORGIO."
Appena terminata la lettura, il signor Leonardi, fuori di s dalla gioia, strapp dalle mani di Giulia la lettera del figlio, and a leggerla agli amici, e a poco a poco la notizia si sparse per la citt, e tutti andarono a congratularsi con lui d'una simile fortuna.
La sera i giornali pubblicarono la lettera di Giorgio, aggiungendo parole d'elogio per un giovane, che, non contento d'essere poeta e scrittore, era divenuto uno dei pi simpatici e celebri viaggiatori, e gi si annunciava il suo nuovo lavoro: Africa, e il signor Leonardi riceveva lettere dai migliori editori che lo pregavano di adoperare la sua influenza presso il figlio per poter pubblicare il suo nuovo volume e andavano a gara per offrirgli delle somme alquanto rilevanti.
Egli pareva pazzo. Per quel giorno non si fece vedere al negozio e dichiar che non volea pi saperne di star sacrificato continuamente a vendere e comperare dei metri di stoffa, giacch suo figlio si dedicava ad altro. Egli parlava di chiudere la bottega e mettersi tranquillo a godere della gloria del figlio.
A Baldassare quella sua idea pareva cosa impossibile. Diceva alla merciaia dirimpetto che il suo padrone era pazzo; certo il figlio gli avea fatto dar di volta al cervello. Se avesse effettuato il suo proponimento, non sapeva che cosa sarebbe avvenuto di lui che non potea vivere senza andare tutte le mattine al negozio Leonardi.
Poi sarebbe stato un danno per la citt se mancava quel negozio; tutte le signore sarebbero andate a servirsi a Milano. Era un vero scandalo, e pregava tutti che s'intromettessero presso al signor Leonardi perch non effettuasse il suo progetto.
Ma egli era irremovibile, non si contentava pi dell'esistenza condotta sino a quel giorno, si sentiva invadere dal desiderio di partecipare alla gloria del figlio. Il suo negozio gli pareva angusto, la sua vita meschina, avea bisogno di pi vasti orizzonti, e si sentiva perfino la velleit di viaggiare, non in Africa, ma almeno in Europa; avea avuta come una rivelazione, avea capito che c'era qualche cosa di meglio al mondo di quel guscio dove avea vissuto fino a quel momento, altre soddisfazioni diverse da quelle che avea provate e prima di morire volea vivere anche lui di una vita forse pi agitata, ma che in quel momento gli appariva sublime e piena di poesia. Sua figlia avea trovato lo sposo, suo figlio non avea pi bisogno di lui, ed egli potea fare a meno di rompersi il capo colle cifre e cogli affari, tanto pi che il commercio non era pi quello d'un tempo. Bisognava lottare colla concorrenza, faticar molto per guadagnar poco. Aspettava per il ritorno di Giorgio per prendere una risoluzione definitiva a questo riguardo.
Un telegramma annunci il suo arrivo quando Giulia era appena tornata dal viaggio di nozze.
La notizia si sparse per la citt che rivers una gran parte della popolazione alla stazione per accogliere l'illustre concittadino, che all'aureola di elegante scrittore, avea aggiunto quella di viaggiatore intrepido. Fu accolto al suono della banda cittadina e fra gli evviva, come un principe di Casa Savoia. Egli era confuso in mezzo a quelle dimostrazioni e appena vide il vecchio padre raggiante di gioia e quasi ringiovanito, gli gett le braccia al collo e piansero tutt'e due di contentezza.
Fu un momento molto commovente e pi d'una signora s'asciug una lagrima.
Poi abbracci Giulia che gli present lo sposo e gli disse:
- Cattivo, ci hai fatti stare molto inquieti, il tuo fu un brutto scherzo, quantunque avessi il presentimento che non eri morto.
- Meno male che non ha lasciato alcuna conseguenza, e che ho trovato delle novit piacevoli, -rispose Giorgio stringendo la mano al cognato.
Una folla di gente lo circondava, una quantit d'amici d'infanzia, saltati fuori in quel momento e ch'egli non ricordava pi, volevano abbracciarlo; egli era affranto, ebbe appena tempo di salutar tutti con uno sguardo e saltar nella carrozza colla sua famiglia dando un sospirone di sollievo.
Quando entr nella sua camera che trov tale e quale l'avea lasciata, col ritratto della sua mamma che gli sorrideva sulla scrivania, coi suoi libri di scuola chiusi nella biblioteca, si gett sulla poltrona col capo fra le mani, e se lo specchio non gli avesse riflesso la sua immagine stanca, emaciata dalle fatiche e dagli stenti di quel lungo viaggio, avrebbe creduto che tutto fosse stato un sogno, e di non aver mai lasciata la casa paterna.
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CAPITOLO 6.
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Che allegria in casa Rivetta quando si seppe il ritorno di Giorgio! tutti desideravano rivederlo, specialmente Gina, che esaltata per i meriti del giovane, dalle lettere che avea scritte per Camilla, dagli articoli dei giornali, dopo averlo pianto come morto, ora che lo sapeva ritornato con una nuova aureola di martire e di viaggiatore era ansiosa di salutarlo. Essa era sempre in corrispondenza colla Giulia, quantunque questa, dopo il suo matrimonio e i suoi nuovi impegni di famiglia, avesse diradato le sue lettere. Gina continuava a scriverle e a chieder notizie di Giorgio lagnandosi che si fosse dimenticata dei vecchi amici.
Giorgio era molto sofferente e stanco di viaggiare, essa, le rispondeva, se si fosse posto in viaggio sarebbe per una cura di bagni che il medico gli consigliava, ma era stanco, e per il momento non pensava muoversi.
Quantunque il matrimonio di Sofia avesse portato per qualche giorno un po' dell'antica vivacit in casa Rivetta, partiti gli sposi e ritornati in citt, passarono le giornate molto tristamente.
Al signor Rivetta s'era ridestata la memoria di Camilla e quando dava un'occhiata al suo posto consueto e lo trovava vuoto e abbandonato gli veniva un gruppo alla gola e le lagrime agli occhi. Sentiva per giunta la mancanza di Sofia, quantunque la sapesse felice, e non avea il coraggio d'invitare a casa sua come un tempo i vecchi amici.
Prima di tutto non avea volont di ricevere, e poi non avea da offrire loro che una casa triste e la sua compagnia poco lieta. Gli rincresceva per Gina che alla sua et era condannata a vivere in quell'ambiente tutt'altro che allegro.
Ma Gina pensava a Giorgio, e viveva accarezzando quella sua fantasia; avrebbe desiderato veder lui solo, degli altri non le premeva; essa nella sua mente gli aveva assegnato un posto cos elevato che dei suoi conoscenti non c'era nessuno che lo potesse, non dico uguagliare, ma nemmeno avvicinare, e donna Marina che andava spesso a vederla, si affaticava inutilmente per trovarle marito. Essa crollava il capo, e diceva che proprio non voleva saperne; il che consolava il signor Rivetta il quale non avea fretta di far sparire l'unico raggio di sole che rischiarasse ancora la sua casa malinconica.
Cos passarono tutto l'inverno triste, monotono, senza frequentare feste e teatri, avendo per sola distrazione il lavoro, tanto che, alla primavera, il signor Rivetta era stanco, logorato, invecchiato di dieci anni. Sua moglie, impensierita di questo suo stato, sempre malcontenta di tutto e di tutti, non gli era di alcun sollievo, e diceva che bisognava assolutamente pensare a qualche cosa.
Il medico consigli di aspettare la stagione dei bagni e poi andare a passare un mese allo stabilimento di Fontanelle. Erano bagni molto in voga quell'anno, che rinvigorivano le membra; e poi un sito allegro, molto frequentato, coll'aggiunta d'un'aria pura e balsamica. Era quello che ci voleva per la famiglia Rivetta. Gina era tutta contenta di andar per la prima volta in un luogo di bagni e si faceva una festa di passarvi un mese.
Anche Sofia, che avea sempre avuto desiderio di passare l'estate nei siti pi rinomati e frequentati dalla migliore societ, persuase il marito di passare il mese di permesso a Fontanelle e stare insieme alla sua famiglia, perci decisero tutti di trovarsi nel mese pi caldo fra i boschi ombreggiati e le fresche acque di Fontanelle.
Sofia era contentona di poter sfoggiare i suoi abbigliamenti eleganti. Il signor Rivetta si rassegnava, sperando un miglioramento nella sua salute e nel suo umore. Sua moglie pensava alla felicit di non aver per un mese brighe domestiche e andar come diceva lei a tavola apparecchiata, senza ordinare nemmeno il pranzo. Gina poi era felice: oltre alle novit del sito, al piacere di passare un mese fra i campi, aveva saputo che doveva recarsi a Fontanelle anche Giorgio Leonardi, ed essa era impaziente di rivedere quel reduce dall'Africa, l'autore di grido, il suo vecchio amico, e aspettando col desiderio il giorno della partenza, studiava il colore e la foggia dei suoi abbigliamenti. Non era mai stata n vana n leggera, pure essa voleva che Giorgio la rivedesse sotto il suo aspetto migliore, e pensava con compiacenza alla sua sorpresa di trovarla pi bella, perch proprio, doveva confessarlo, in quei due anni aveva migliorato molto; il fiorellino ancora chiuso era sbocciato, e rigoglioso, era divenuta il ritratto di Camilla, coll'attrattiva di pi d'una voce soave e d'una grazia quasi infantile; anche nel modo di muoversi e di vestire rassomigliava alla sua cugina morta, che pareva il modello sul quale s'era quasi plasmata. Era una di quelle figure che non passano mai inosservate; essa per della sua bellezza non s'era mai curata, ma in quel momento avrebbe voluto essere cento volte pi bella per attirare gli sguardi di Giorgio, per piacere a lui che occupava tutta la sua monte e il suo cuore.
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CAPITOLO 7.
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Fontanelle deve il suo nome e la sua fama ad una quantit di sorgenti d'acque minerali. Sono acque di specie diverse, sulfuree, alcaline e ferruginose, perci indicate per moltissime malattie. Inoltre l'aria  balsamica, il sito incantevole, contornato da monti, boschi e paesaggi deliziosi. Del villaggio pochi si curano,  come tutti gli altri composto di un mucchio di case rustiche, di una piazza, una chiesa, un campanile che si vede spuntare a grande distanza in mezzo al verde delle piante.
Da pochi anni, il posto dove sorgeva lo stabilimento a destra del villaggio, si  mutato in un luogo di delizie. Lo stabilimento  munito di tutti gli agi richiesti dal progresso dei tempi: doccie e camerini per bagni vasti e puliti, sale di aspetto eleganti, zampilli d'acque salutari, comodi, di modo che ognuno pu con poca fatica riempire il proprio bicchiere.
Intorno allo stabilimento un vasto giardino, con gruppi di piante esposti artisticamente, viali ombreggiati e sedili contornati di fiori. E in giro al giardino una quantit d'alberghi, fra i quali il Grande albergo dei bagni, che dal suo aspetto maestoso si vede destinato ai bagnanti pi ricchi.
In una giornata di luglio, nel cortile del grande albergo stavano radunati sotto ad un vasto porticato alcuni gruppi di persone: le signore, sedute con un ricamo in mano, gli uomini, fumando, chiacchierando e sbadigliando, leggendo un giornale, tanto per far qualche cosa. Ad un tratto un rumore di ruote fece dare un balzo a tutta quella gente.
- Arrivi, arrivi! - esclam alzandosi e correndo verso la porta d'ingresso una signora giovane, vispa, che pareva avesse l'argento vivo nelle vene, tutta felice d'avere un pretesto plausibile per muoversi.
Il suo esempio venne imitato da molti, anzi da tutta la compagnia che fece ala al passaggio di due carrozze che entravano rumorosamente nel cortile.
Era la famiglia Rivetta e il maggiore Ribotti che arrivavano.
- Che noia! - disse Sofia vedendo quella folla di curiosi che li guardavano come se fossero bestie rare.
Gina, tutta confusa, si strinse maggiormente il velo azzurro che le contornava la faccia, quantunque soffocasse in quel meriggio di luglio dopo un viaggio lungo ed uggioso.
La signora Rivetta sbuffava dal caldo e dalla stanchezza, mentre il marito la seguiva come un cagnolino nella sua indifferenza di uomo malato e addolorato.
La prima cosa ch'essa chiese all'albergatore, ch'era venuto tutto ossequioso allo sportello della carrozza, fu di esser condotta nella sua stanza, e s'incamminarono tutti, mentre i curiosi facevano dei commenti domandando chi fossero o da che parte venissero, e un signore sosteneva che quella signorina che avea nascosto la faccia nel fitto velo doveva esser molto brutta.
La signora Rivetta, come al solito, non era contenta della camera che le avevano assegnata. Come? la facevano andare fino al secondo piano, e poi non c'era nemmeno il posto per mettere la sua roba! In che paese erano mai venuti! Nemmeno un armadio a specchio nel primo albergo.... avevano congiurato di farle perdere la pazienza? Essa assolutamente dichiarava che se non le cambiavano camera sarebbe partita subito.
L'albergatore le faceva capire con modi garbati che erano tutte cos anche quelle del primo piano, identiche, e tutti si contentavano, e ce n'erano stati dei personaggi e dei principi; anche in quel momento nella camera accanto c'era una principessa. E dopo essersi informato se la principessa fosse al bagno, condusse la signora Rivetta a fargliela vedere.
- Ma questa  pi allegra, - disse la signora Rivetta, - ha la vista del giardino.
- Se crede, - soggiunse l'albergatore, - appena rester libera le dar una stanza sul giardino, ma quelle dalla parte del bosco sono pi fresche e migliori. In questa stagione abbiamo tutto pieno, non si sa pi cosa fare, si accontenti per un paio di giorni, appena ne vien libera un'altra, gliela cambier.
Sofia s'era accomodata pi presto; suo marito che avea un po' d'esperienza, le avea detto che ai bagni  sempre cos, bisogna calcolare d'essere in campagna e rinunciare a certe comodit.
Gina era impaziente che la sua mamma si decidesse; essa voleva mettere a posto la roba per andar poi a correre in giardino e a vedere come fosse fatto uno stabilimento di bagni. Era la prima volta che andava in un posto di questo genere; avea sentito parlare con tanto entusiasmo di simili posti, vedeva le sue amiche sempre felici quando riuscivano ad andarci, che avea fretta anche lei di provare una vita tanto desiderata.
La signora Rivetta si content borbottando della camera assegnatale a patto che se ne venisse una migliore gliela cambiassero, e si sdrai sulla poltrona mentre Gina cominci ad aprire i bauli e mettere a posto la sua roba. Essa avea fretta di uscire per esplorare il paese, impaziente delle novit, come sono tutte le ragazze; ma la sua mamma le dichiar che era stanca, e sola non l'avrebbe lasciata andare; perci doveva mettere il suo cuore in pace e star tranquilla fino all'ora del pranzo, per cui si content di osservare quello che accadeva nell'albergo, nascosta dietro le persiane della finestra.
Era l'ora pi calda della giornata e regnava intorno una perfetta tranquillit. Di tratto in tratto qualche signora vestita di chiaro s'avviava allo stabilimento dei bagni, e qualche signora entrava o usciva dall'albergo.
Erano persone sconosciute, con dei vestiti stravaganti e cappellini pi strani ancora; faccie nuove che non dicevano nulla alla sua immaginazione; perci si mise a contemplare il paesaggio. In faccia avea una montagna che pareva la soffocasse, a destra vedeva un lembo di cielo, pi gi, delle lenzuola bianche poste ad asciugare, che, dardeggiate dal sole, le offendevano la vista.
Non era poi cos bello quel paesaggio come glielo avevano descritto; si stanc e si sdrai su una poltrona, affranta ed annoiata. Le ore le sembravano eterne trovandosi cos fuori di casa sua senza le consuete occupazioni. Per passare il tempo pens al vestito che avrebbe indossato per scendere a pranzo, era una cosa importante e ci teneva a far buona impressione per la prima volta che si presentava in mezzo a quella gente sconosciuta. Era incerta se scegliere un vestito rosa che le andava molto bene, o uno color burro che aveva l'aria pi modesta; scelse l'ultimo, e quando si guard nello specchio al suono della seconda campana che chiamava a pranzo, era contenta di s. Si riunirono tutti per fare il loro ingresso trionfale nella sala; la signora Rivetta vestita di nero, Sofia molto elegante nel suo abito turchino adorno di trine greggie; il maggiore che portava male il suo abito nero, non avendo al fianco la spada, parea che gli mancasse qualche cosa. Quando furono sull'uscio della sala da pranzo Gina non avea il coraggio d'inoltrarsi; tutta quella gente che udiva rumoreggiare la intimidiva. Sofia, pi coraggiosa, la prese per un braccio ed entrarono insieme tranquille, disinvolte, nascondendo la confusione che provavano nel sentirsi addosso gli sguardi di tutte quelle persone sedute alle due lunghissime tavole che si stendevano ai due lati della sala.
Per maggior confusione ci volle del tempo prima che trovassero i loro posti. Finalmente li trovarono e appena sedute diedero un'occhiata intorno e videro tutti quei volti sconosciuti, quegli sguardi curiosi; ebbero un momento di noia, e Sofia chinandosi all'orecchio di Gina disse:
- Che tipi!
Anche a Gina quella gente sconosciuta faceva un certo effetto, e abbracciando tutto l'assieme con una occhiata, le parve d'assistere ad un banchetto antidiluviano. Ci erano delle belle signore vestite con eleganza, ma scomparivano in mezzo a certi tipi esotici, a certe foggie impossibili che saltavano subito all'occhio, e poi a loro che non c'erano abituate trovarsi a tavola con quelle persone sconosciute faceva un certo effetto, parlavano a bassa voce, quantunque tutti gli altri conversassero allegramente e sembrassero di buon umore.
Una signora vestita di nero accanto a loro parlava di una gita fatta nella mattina. Un signore dal naso bitorzoluto, che Sofia avea dirimpetto, diceva che quel giorno l'acqua dei bagni non era abbastanza riscaldata e avea preso dei dolori reumatici.
Un altro si lagnava del pranzo, poi parlavano degli altri bagnanti o nominavano persone che non conoscevano.
Quei discorsi, per loro non ancora iniziati a quella vita, riuscivano poco interessanti; parevano isolati in mezzo a tutta quella gente come se fossero stati slanciati da un punto all'altro nel mondo della luna. Gina diceva che se era quella la vita dei bagni non le sembrava certo piacevole. Quando l in fondo la tavola le parve di scoprire una faccia conosciuta, fu come un raggio di sole in una giornata burrascosa e il suo volto s'illumin d'un sorriso.
- Non ti pare, - disse toccando il braccio della sorella, - non ti pare il signor Leonardi laggi in fondo alla tavola?
- S, hai ragione,  lui, - rispose Sofia, - ma come  cambiato! Son proprio contenta che ci sia almeno una persona che conosciamo, altrimenti sarebbe una gran noia.
- Sono impaziente che sia finito il pranzo per vedere se ci riconosce, - disse Gina tutta consolata.
- E la signora che ha accanto, non  la marchesina Argellani? - disse Sofia.
- Ora contessa Arduini, vuoi dire, - rispose Gina, - quello l accanto deve essere il marito. Che faccia da scemo!
- Che cosa le importa a lei; vedi come  corteggiata! anche il signor Leonardi parla volentieri con lei. Come  animata la conversazione da quella parte!
- M' antipatica, - disse Gina.
Sofia invece era contenta perch sperava che trovandosi al medesimo albergo, avrebbe potuto avvicinarsi finalmente a quella signora che conosceva di vista e apparteneva ad una societ nella quale desiderava da molto tempo d'essere ammessa. Ora vi poteva entrare senza dubbio; suo marito era di famiglia distinta e aveva un alto grado nell'esercito; per educazione e eleganza poteva star alla pari colla contessa Arduini e con molte altre meglio di lei. Poi, si sa, basta conoscersi di vista per stringer subito una pi intima conoscenza, una volta fuori di casa propria; anzi, quando la contessa si alz da tavola e pass a lei vicina, essa la salut con un cenno del capo, ma l'altra non se ne avvide o non volle rispondere, come se quel saluto non le fosse stato diretto, e continuava a chiacchierare col signor Leonardi che la seguiva, e gli diceva che lo aspettava a prendere il caff al suo tavolino.
Il signor Rivetta ferm il signor Leonardi al suo passaggio, e si congratul del suo ritorno e dei suoi successi. Giorgio salut le signore; era tanto contento di rivederle, ma si sarebbero veduti pi tardi, in quel momento non poteva, aveva un appuntamento colla contessa Arduini.
Alla famiglia Rivetta non rimase altro conforto che andare a prendere il caff in giardino come gli altri. Ma soli ad un tavolino, sempre in famiglia, mentre gli altri si univano, formavano dei crocchi, e chiacchieravano allegramente.
Fortunatamente il signor Rivetta trov un amico d'infanzia che se ne stava tutto solo in un angolo e lo fece sedere presso di s presentandolo alla sua famiglia. Era un uomo d'una certa et, che osservava tutto e tutti attentamente, ma stava solo per elezione, non amando immischiarsi nella societ; tutto preoccupato della sua salute, faceva religiosamente la cura; si ritirava presto la sera, ed era tanto schiavo delle sue abitudini che non faceva lega con nessuno, piuttosto che rinunciarvi. Per, quando gli capitava un amico come il signor Rivetta, era contento di far quattro chiacchiere e passare una mezz'ora.
Il signor Rivetta gli chiese ragguagli sulla vita che si conduceva allo stabilimento, sulle passeggiate che c'erano nei dintorni.
Le signore poi lo assediavano di domande per sapere il nome di quelle eleganti signore sparse per il giardino.
Gina chiedeva notizie d'una bella bruna che in quel momento scherzava con Giorgio.
-  donna Bianca, - disse il signor Vincenti, l'amico del signor Rivetta, - una vedovella elegante che fa girar la testa a tutti i giovanotti.
- E quella signora grassa? - chiese Sofia.
- Quella  la principessa di Montalto, pare che sia una siciliana; quello che so  che si d molta importanza, tanto che qui tutti la chiamano la gran Sultana.
- E quella vestita di nero accanto alla contessa Arduini? - chiese Gina.
- Quella  una signora veramente distinta, - rispose il signor Vincenti, -  la marchesa Baldini, e la fanciulla accanto a lei vestita di bianco  sua figlia. Loro due valgono tutti gli altri che sono in quel crocchio, il quale  il crocchio aristocratico, dove non sono ammessi che gli eletti; non so come vi sia entrata la signora Oldani, quella vestita di rosso, quantunque non possa vantare n ricchezza, n nobilt, n spirito, n coltura, ma non manca d'una certa vernice di societ; poi bisogna vedere come si rende amabile a quelle signore, come loda il loro buon gusto nel vestire; come fa qualunque sacrificio per compiacerle, mentre colle altre poi  tanto sgarbata che non saluta nemmeno, e si fa odiare da tutti cominciando dall'albergatore; ha mille pretese e quando si tratta di pagare fa delle questioni per cinque centesimi.
Intanto il signor Vincenti s'era alzato per fare la sua passeggiata igienica, alla quale non avrebbe rinunciato per tutto l'oro del mondo, e i Rivetta, stanchi del viaggio di quella giornata di luglio vuota ed uggiosa, rimasero nuovamente soli, silenziosi spettatori della scena che si svolgeva intorno a loro.
Gina non staccava gli occhi da donna Bianca, che era stata sempre una delle pi assidue frequentatrici di casa Argellani, della quale donna Marina le parlava continuamente.
Era bella infatti, aveva una testina molto espressiva, con due occhietti neri, vispi e scintillanti. Costantemente occupata della sua bella persona, mentre i suoi vicini le parlavano, s'aggiustava un ricciolino che le scendeva sulla fronte, oppure studiava il modo di poter mostrare la punta del suo piedino ben calzato.
- Non mi piace, - diceva Gina a Sofia, -  piena di moine.
-  proprio vero, - disse Sofia, - che societ! e guarda tutte le smancerie che fa a Giorgio; che civetta!
- E poi che occhiate d a quel signore che parla colla contessa Arduini! - disse la signora Rivetta. - Lo conosci, Sofia?
- L'ho sentito chiamar duca, non so altro di lui.
- Come si annoia la signorina Baldini! - disse Gina, osservandola con occhio benevolo e affettuoso.
- Lo credo anch'io: in quella societ senza aver una ragazza della sua et da poter chiacchierare e correre per il giardino, non so come la sua mamma, se  una signora tanto di proposito, la faccia assistere a certi discorsi.
Intanto arrivarono due carrozze, e tutte le signore componenti il crocchio aristocratico si sparpagliarono come uno stormo di allegri uccelletti. Chi and a mettersi il cappellino, chi a prendere il mantello, le cameriere correvano a servirle, poi montarono in carrozza coi signori, tutti contenti e allegri, e quella gioia facea contrasto colla malinconia che invadeva nuovamente la famiglia Rivetta nel trovarsi ancora isolata.
Erano rimaste alcune signore sparse sui sedili del giardino, dei vecchi che non avevano voglia di muoversi e leggevano il giornale, e il signor Rivetta per passare il tempo si fece portare una tazza di caff, ma trovava che la vita dei bagni era abbastanza noiosa.
Il maggiore si alz per fare una passeggiata, e Gina e Sofia si presero a braccetto e andarono a girare per il giardino. Esse erano molto annoiate di quella giornata eterna e non vedevano il modo di passar meglio le altre.
Tutta quella gente appariva a loro uggiosa, antipatica, e si sfogarono a mormorare di tutti, specialmente di Giorgio che le avea appena salutate.
- Non hai sentito, - disse Gina per scusarlo, - che aveva un'appuntamento con quelle signore e non poteva mancare? Hai ben visto che sono andati tutti in carrozza insieme.
- S, ma se fosse venuto per un quarto d'ora al nostro tavolino, non sarebbe stato poi un gran male; infine, ti ricordi quando  venuto a Milano solo, senza conoscenti? Chi gli ha aperto le porte di casa? Noi; almeno dovrebbe avere un po' di gratitudine.
Gina soffriva perch proprio non trovava pi parola per scusarlo, e sperava che le si sarebbe avvicinato pi tardi; ma quando ritorn dalla gita assieme a quelle signore e non si cur di lei come non esistesse, tutto affaccendato a servire donna Bianca che lo pregava di chiamarle la cameriera e di ordinarle una ghiacciata, e lo aveva incaricato di tenerle il mantello e il ventaglio, Gina si sent tanto male che, ritiratasi nella sua stanza, diede in uno scoppio di pianto come un bimba.
Che cosa aveva fatto a Giorgio che la trattava cos? Perch non le aveva nemmeno rivolta una parola graziosa, e appena appena un saluto, come ad uno che si conosce soltanto di vista?
Essa che aveva sperato di trovare in lui un amico, che desiderava udire il racconto dei suoi viaggi, e si sarebbe interessata tanto delle sue avventure, invece nulla! Appena un freddo saluto! E dire che era stata tanto felice di andare a Fontanelle specialmente per lui: era ben meglio che non ci fosse stato, avrebbe sofferto meno.
Proprio non sapeva che gusto ci trovasse la gente ad andare ai bagni, e si tolse con dispetto il suo grazioso vestito color burro, e mentre lo gettava rabbiosamente sulla sedia, pens: Domani non voglio vestirmi bene, ne val proprio la pena per questa gente antipatica, dispettosa, maleducata! - E desiderava che passassero presto quei giorni, per ritornare alla sua casetta, ai suoi libri, ai suoi fiori, e non veder pi davanti a s quelle faccie, quei sorrisi, tutta quella gente che la opprimeva.
Anche Sofia era stizzita, per si sfogava col marito.
Era una societ impossibile quella che si trovava in quell'albergo; e quelle signore, tutte civette dalla prima all'ultima; la bella figura che ci facevano i mariti! Che gusto passare un mese in quel luogo. Almeno avesse potuto parlare con qualcuno, e lo rimproverava perch egli che una volta frequentava casa Arduini, non era andato a salutare il conte che lo avrebbe presentato alla moglie, e cos avrebbe potuto entrare anche lei in quella societ.
Ma il maggiore rispondeva che forse il conte Arduini non si rammentava pi della loro antica amicizia e che proprio non gli importava nulla n di lui n della societ; era venuto per riposare, per godersi in santa pace quell'aria balsamica e un po' di dolce far niente, e s dicendo si sdrai sul letto e s'addorment.
Sofia invece non dorm pensando alla contessa Arduini, che pur era meno bella di lei, e tutti le facevano la corte, e si sentiva un'acerba ferita d'esser lasciata in un canto. Piuttosto di far quella figura, pensava che sarebbe rimasta in camera tutto il giorno, e se non fosse stato che avea mostrato al marito tanto desiderio d'andare a Fontanelle, avrebbe voluto partir subito senza veder nessuno per non tornarvi mai pi.
Che le importavano le passeggiate che sorridevano tanto a suo marito? i bagni di cui non aveva bisogno? Avea un desiderio prepotente della societ, di brillare, d'essere ammirata e corteggiata; se non potea soddisfarlo, tutto era inutile, essa non trovava piacere in nessun paese del mondo.
Il giorno dopo se la passarono meglio, specialmente la mattina che, accompagnati dal dottore, andarono a vedere lo stabilimento dei bagni, tutto pulito e bene organizzato, con delle vasche ad acqua corrente, delle doccie di tutti i generi, bagni a vapore fatti secondo il progresso dei tempi e in modo da poter offrire ai bagnanti tutte le possibili comodit.
Vi fu anche un momento che si trovarono con Giorgio, il quale in mancanza delle signore dell'alta societ che a quell'ora erano ancora a letto, si ferm qualche minuto a chiacchierare coi Rivetta, evocando le memorie passate. Parlarono della povera Camilla e disse a Gina ch'essa era tutto il ritratto della cugina; poi parl dei suoi viaggi e stette con loro fino al momento della colazione; quando vide spuntare in lontananza un lembo della veste azzurra di donna Bianca, salut in fretta i vecchi amici e and ad incontrarla.
Gina fu contenta di quel poco tempo che le avea dedicato e si rassegn a vederlo tutto il resto della giornata nel crocchio delle altre signore.
Il signor Rivetta era contento del suo bagno e si sentiva bene, poi a tavola cominci a chiacchierare coi vicini parlando di politica o degli avvenimenti del giorno col signor Vincenti e con alcuni altri uomini seri, e in quel benessere campestre, in quella calma procuratagli dal bagno, lontano dai luoghi che non avevano per lui che tristi ricordi, prov un po' di sollievo.
Anche gli altri a poco a poco impararono a conoscere le persone che dimoravano nell'albergo e s'occupavano dei piccoli avvenimenti di ogni giorno.
Sofia per era sempre stizzita di non poter far parte del crocchio aristocratico e se la prendeva col marito che non sapeva farsi avanti, quantunque col suo grado potesse essere accetto in qualunque societ.
Gina, invece, pi modesta, non avrebbe desiderato che di godere pi spesso della compagnia di Giorgio, e soffriva nel vederlo continuamente far la corte a donna Bianca, che si curava poco di lui, ma invece facea tutto il possibile per attirare l'attenzione del duca d'Altavilla, che viceversa faceva la corte alla contessa Arduini.
Insomma era tutta una catena d'intrighi galanti, di scene che se facevano passare il tempo allegramente a quella societ leggera ed oziosa, davano noia a quelli che non vi prendevano una parte diretta. Sofia aveva qualche piccola consolazione quando per una ragione o per l'altra si faceva un po' di maldicenza a carico di quelle signore. Un giorno si sparse la notizia di una scena fra la contessa Arduini e il marito, e i vicini di camera parlavano di parole vivaci che s'erano scambiate i due sposi; alcuni aggiungevano che il conte avea alzato le mani sulla consorte, ma probabilmente erano aggiunte di qualche mente fantastica.
- Che scandali, - diceva Sofia al marito, - dopo due anni di matrimonio! a noi non c' pericolo che succeda una cosa simile.
Un'altra volta si narrava della principessa che era stata vista di notte col duca d'Altavilla a passeggiare per il boschetto, e della contessa Arduini che in seguito a queste chiacchiere non avea voluto andare in carrozza quella giornata colla principessa.
Un giorno, presso ai gabinetti dei bagni ov'era molta affluenza di persone, Gina aspettava che venisse la sua volta per fare la doccia, quando vide venire la marchesa Baldini, un po' irritata per il cattivo servizio, dovendo aspettare e raffreddarsi prima di poter fare il bagno; cosa che avrebbe recato molto danno ai suoi dolori reumatici. Intanto la bagnina chiam Gina che era giunta prima:
- Se la marchesa desidera prendere il mio posto, - disse la fanciulla, - io posso aspettare.
-  venuta prima, - disse la marchesa, - non  giusto che per causa mia debba aspettare ancora.
- Faccio la cura per divertimento e non mi pu far male se aspetto, o se non faccio il bagno; la prego, non pensi a me, - soggiunse, - se accetta mi fa un favore.
La marchesa accett e da quel momento prov tanta simpatia per la buona fanciulla che desider farle far conoscenza colla sua figlia, e un giorno che nel suo crocchio si parlava di Gina, osservandone la figura svelta e l'abbigliamento elegante, essa propose di far entrare nel loro circolo la famiglia Rivetta.
La principessa si ribell; stavano tanto bene cos fra loro.
Anche donna Bianca disse che erano meglio pochi ma buoni.
In quanto poi alla signora Oldani, essa dichiar che con quella gente non si sarebbe mai trovata bene, quelle signore le erano antipatiche.
La marchesa Baldini vedendo che avea contro di s la maggioranza, non volle insistere, per disse che non c'era una ragione al mondo di non far lega con persone per bene e conosciute, come potea dirlo anche il signor Giorgio, che le conosceva da un pezzo; mentre si legavano con persone che non si sapeva nemmeno da dove venissero.
Da quel giorno per la marchesa rivolgeva sempre qualche parola a Gina e salutava anche Sofia che era contenta, perch quello le pareva il filo che la dovesse unire alla societ, a cui tanto anelava.
Non potendo proprio entrare in quel crocchio, essi stavano un po' con tutti, ma molto fra loro, poi si occupavano della cura, e se dovevano fare qualche gita, andavano da soli, invitando alcuno degli uomini seri che formavano la compagnia del signor Rivetta.
Essi si contentavano di trovare a ridire sul modo di contenersi di donna Bianca, e ridevano quando entrava la principessa e si metteva a sedere sul divano facendosi far corona dai giovani pi eleganti dell'albergo.
- Ecco la gran Sultana, - diceva Sofia quando la vedeva entrare.
- Entra la corte, - diceva il signor Rivetta.
Gina avea sempre il dolore di vedere far parte di quella corte il signor Leonardi; e proprio non capiva come un uomo di tanto ingegno potesse trovar piacere nelle chiacchiere scipite di quella gente.
Una volta, senza esser vista, aveva assistito a quei discorsi mentre lavorava nascosta dietro una siepe; avevano dette tante sciocchezze e fatte delle risate proprio per cose da nulla che non capiva come Giorgio ci potesse trovar gusto. Non sapeva, nella sua ingenuit di fanciulla, che egli era ammaliato dal sorriso di donna Bianca, alla quale tutti i pretesti erano buoni per mostrare le perle che aveva in bocca e le due fossette che formava ridendo sulle guancie.
Un giorno la principessa combin una gita. Dovevano portar la colazione sopra una montagna e mangiare sull'erba davanti all'aperta campagna, all'ombra dei castani. Era un posto delizioso dove avrebbero passato tutta la giornata.
- Ricordatevi bene, - disse ai signori che dovevano pensare alla gita, - soltanto la nostra compagnia; - ed essi si sarebbero guardati bene di trasgredire gli ordini della principessa.
Di quella gita si parl per parecchi giorni con gran noia della famiglia Rivetta, dispiacente di non esser stata chiamata a prenderci parte.
Sofia diceva a tutti che non ci sarebbe andata nemmeno se l'avessero pregata in ginocchio. A lei non piacevano quelle gite dove si pigliava troppo sole o c'era pericolo di prender la pioggia se il cielo era annuvolato, poi ci si stancava senza gusto.
Gina invece confessava che si sarebbe divertita molto e le rincresceva rimanere all'albergo sola coi vecchi e cogli invalidi.
Il signor Rivetta disse che voleva organizzare una gita per suo conto e pi bella di quella della principessa. Avea nientemeno che il progetto di andare in un posto dove si vedeva una famosa cascata e c'era un laghetto in un sito incantevole, e di far colazione sulla riva del lago.
- Ma che gusto andar soli! - aveva detto Gina.
- Vedrai che troveremo compagnia, - le disse il padre.
- S, i tuoi vecchioni.
- E chi ti dice che non arrivino intanto dei giovanotti?
- Speriamo,- disse Sofia, - purch la principessa non li attacchi al suo carro.
Essa moriva dalla voglia d'aver anche lei una corte come la principessa; avrebbe fatto anche un po' la civettuola per riuscirci, quantunque si vantasse col marito che se non venivano vicino a lei gli era perch capivano subito esser ella una donna seria, una buona moglie, e non avrebbero trovato terreno propizio alle loro galanterie.
La mattina della gita tutto l'albergo era molto triste e silenzioso.
Sofia era riuscita a farsi circondare dai pochi rimasti, faceva lei da dominatrice e diceva sospirando:
- Come si sta bene cos tranquilli! Vorrei che tutti i giorni se ne andassero a far qualche gita.
La signora Rivetta avea trovato una donna d'una certa et colla quale avea subito legato amicizia, e se ne stava chiacchierando in un angolo e narrandole le sue vicende domestiche.
Gina stava presso Sofia, ma si annoiava, e rimpiangeva gli altri giorni quando almeno poteva udire la voce di Giorgio che per lei era come una musica soave.
In quella il rumore d'una carrozza fece tutti accorrere verso la porta d'ingresso.
Era infatti una numerosa compagnia di giovanotti che arrivava. Essi erano frequentatori di quel luogo, e appena entrati diedero intorno un'occhiata come fossero a casa loro.
Uno di essi, il capitano Anselmi, salut il maggiore Ribotti; era stato qualche tempo nello stesso reggimento ed erano, amici.
Il maggiore lo present alla moglie che fu tutta contenta d'aver fatto l'acquisto d'un giovane molto simpatico e brillante.
Infatti il capitano Anselmi avea molto viaggiato, conosceva parecchie persone, e la sua compagnia era piacevolissima; aveva anche una bella persona, e ci non guasta mai.
Egli volle subito informarsi delle persone che v'erano allo stabilimento.
Sofia nomin quelli della gita e fra gli altri la principessa di Montalto.
- Montalto? - disse il capitano, - che sappia io non esistono principesse di questo nome; sono amico del principe, ultimo rampollo di quest'illustre famiglia e non mi consta che abbia preso moglie.
- Eppure se non credete andate a vedere la lista dei forestieri, - disse Sofia.
Il capitano, che trovava inutile muoversi, se la fece portare e lesse con sua meraviglia il nome della principessa.
- Deve essere un'impostura, - disse, - sar una delle solite principesse apocrife che si trovano in questi posti; io che ho girato tanto ed ogni anno vado almeno in tre ritrovi estivi, potrei raccontare delle belle scene a questo riguardo, ma ci sar tempo. Intanto sono curioso di vedere questa principessa.
Sofia, alla quale non pareva vero di vendicarsi, in quel momento avrebbe gettato le braccia al collo del capitano per la gioia.
Essa disse che infatti la principessa non avea nulla di distinto, ma che pareva la padrona dell'albergo, ordinava fino al cuoco le vivande che le piacevano e si voleva imporre in ogni modo.
Era tanto infervorata nel suo discorso che non ud il rumore delle carrozze e lo schioccare della frusta dei postiglioni, dei reduci dalla gita che entrarono rumorosamente nel cortile. La principessa era nella prima carrozza con donna Bianca, Giorgio e il duca d'Altavilla.
Nell'altra c'erano la marchesa Baldini e la signora Oldani, in una terza gli altri, e tutti si mostravano allegri e contenti.
Prima di scendere, la principessa abbracci donna Bianca.
- Il bacio di Giuda, - disse il signor Vincenti.
- Chi t'accarezza oltre l'usato, o ha voglia d'ingannarti o t'ha ingannato, - soggiunse il signor Rivetta.
Ma intanto la principessa era scesa, e vedendo il capitano Anselmi era scomparsa rapidamente andando nella sua camera senza salutare nessuno.
Appena fu scomparsa, il capitano Anselmi diede in una sonora risata.
Era quella la principessa di cui aveva tanto sentito parlare? Ma se l'avrebbe giurato ch'era una principessa per ridere, egli la conosceva bene intimamente quella principessa.
Egli aveva parlato ad alta voce e tutti gli erano intorno e volevano sapere, fra gli altri, donna Bianca e la marchesa Baldini alla quale egli aveva stretta la mano riconoscendo in lei un'amica di sua sorella; e allora cominci a raccontare la storia di quella donna che tutti chiamavano la principessa.
Era una ballerina molto conosciuta a Roma dalla societ elegante col nome d'Ortensia, s'erano fatte molte chiacchiere sul conto suo, avea tentato di farsi sposare da un giovane di famiglia distinta, ma i parenti fecero tanto che la cosa and in fumo; poi si content d'essere l'amante di parecchi e finalmente del principe di Montalto, ma non era mai stata sua moglie, questo lo poteva assicurare. La marchesa, tutta sorpresa, scandalizzata di questa storia e dispiacente d'aver fatto lega con quella donna, se la prendeva con chi aveva osato presentarla nella loro societ.
Sofia, trionfante, diceva che cos succede quando piuttosto di persone conosciute se ne preferiscono di quelle che si fanno chiamar principesse senza saper da che parte vengano.
La marchesa dichiar che in quanto a lei non voleva pi guardare in faccia la principessa; essa aveva una figlia e dovea guardarsi da certe amicizie; e si avvicin a Sofia, la quale gongolava dalla gioia e si mostrava contenta di non aver avuto a che fare con quella donna.
-  sempre una noia, - disse la marchesa, - aver conosciuto certe persone. Si figuri nell'imbarazzo che mi trovo con una figlia.
Poi si ricord di averla vicina e disse:
- Va, Vittorina, fa un giro colla Gina. Le ragazze  meglio che non sentano certe cose, - disse rivolta alla Sofia, - mi trovo in un bell'imbroglio.
- Una persona come lei pu dettar legge, - disse Sofia, - anzi mi rincresceva di vedere come si lasciasse rimorchiare da quella falsa principessa.
- Era tanto amica di donna Bianca, - disse la marchesa.
Donna Bianca non voleva credere d'essere rimasta ingannata, scusava la principessa col dire che erano invenzioni, e forse il capitano l'avea scambiata per un'altra persona. Ma il capitano assicur che la conosceva bene, e una prova era stata la sua improvvisa scomparsa appena lo avea veduto.
E tutti convinti di ci cominciarono a dare addosso a quella signora, i suoi amici stavano incerti sul come contenersi, gli altri erano risoluti, e fra questi la marchesa, di toglierle non solo l'amicizia ma anche il saluto.
La principessa non scese a pranzo, cos lasci liberi tutti di chiacchierare sul suo conto.
La sera scese in salotto e s'avvicin al solito crocchio, ma la marchesa si alz per avvicinarsi a quello dei signori Rivetta. Donna Bianca disse di sentirsi freddo e and nella sua stanza a prendersi uno scialle.
La signora Oldani non sapeva che fare e rest qualche minuto colla principessa che si mostr disinvolta chiacchierando coi signori che non avevano avuto coraggio di abbandonarla. La sera si coric presto e la mattina part senza salutar nessuno; alla signora Oldani che incontr per le scale disse di salutare gli amici, avendo ricevuto un telegramma che la richiamava a casa.
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CAPITOLO 8.
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Il giorno appresso non si parl d'altro che della fuga della principessa. Le signore dicevano aver fatto benissimo, cos le avea tolte da ogni imbarazzo; i signori trovavano che avea avuto dello spirito ad andarsene, visto che non avrebbe pi potuto tenere il posto conquistato. Quelli che ci guadagnarono davvero furono i Rivetta che in grazia della marchesa Baldini, furono ammessi nel circolo aristocratico.
La marchesa disse che dopo la principessa, tutti avrebbero potuto far parte della loro societ, ma in ogni modo da quello che s'era veduto in quegli otto giorni, i Rivetta erano persone per bene, gentili, istruite, che vestivano con eleganza; in quella famiglia non c'erano certo pasticci, e la Gina specialmente tanto simpatica e graziosa sarebbe stato un nuovo adornamento per il loro circolo.
Dopo lo scacco della principessa, la marchesa fu come l'astro maggiore della societ, intorno a cui si aggruppavano gli astri minori.
La signora Rivetta era la sola che col suo continuo borbottare riuscisse poco divertente, ma aveva il buon senso di non avvicinarsi mai alle signore giovani e brillanti e preferiva chiacchierare con qualche altra signora della sua et; anche il signor Rivetta stava per elezione quasi sempre nel crocchio degli uomini seri dove si parlava di politica e di affari.
Sofia era invece orgogliosa di trovarsi in mezzo ad una societ, stata sempre una delle sue pi ardenti aspirazioni, e per esserne pi degna sfoggiava delle vesti splendide prima tenute in un baule come arnesi inutili.
Gina era lieta di trovarsi con una fanciulla della sua et e cos gentile come era la Vittoria Baldini, e sarebbe stata felice di godere della societ di Giorgio, se questi non si fosse dedicato esclusivamente a donna Bianca.
Un sorriso di donna Bianca gli facea perdere il lume degli occhi; non scriveva pi, non faceva pi nulla, sempre in contemplazione della bella donna, o pensando a lei quando non le era vicino.
Eppure essa scherzava, rideva, godeva del suo trionfo, ma si vedeva che non lo amava.
Era tanto innamorata della propria persona, del suo volto, del suo sorriso, che non le restava posto per nessun altro.
Un giorno il capitano Anselmi disse a Giorgio:
- Tu sei cotto per quella donna; bada quello che fai perch  senza cuore.
Giorgio voleva quasi sfidarlo a duello, non poteva dargli retta, era impossibile che quegli occhi mentissero.
- Io t'ho parlato da amico, - disse Anselmi, - ho dato abbastanza prove per avere il coraggio di non battermi per lei; bada a quello che fai,  una civetta, te lo dico perch un mio amico s' suicidato per colpa sua.
- Poteva sposarla piuttosto.
- Ma lei non l'ha voluto, non lo ha trovato abbastanza nobile, abbastanza ricco; lei non vuole per marito che una fortuna o una corona.
- E se io chiedessi la sua mano?
- Non accetterebbe, ne son certo, - soggiunse Anselmi, - la conosco troppo.
- Ebbene scommettiamo che se voglio,  mia.
- Scommettiamo, - disse Anselmi, - tutto quello che vuoi.
- Una colazione per la nostra compagnia, ma che la cosa resti fra noi; se entro otto giorni non ho il suo consenso ho perduto; ma spero di vincere.
- Non te lo auguro, - disse Anselmi, stringendogli la mano.
-  un giovane simpatico, - pens Giorgio, - peccato che sia un po' invidioso!
Quel giorno fu pi assiduo che mai presso donna Bianca.
Erano seduti sotto al porticato vicino a Sofia e Gina; in faccia a loro v'era il duca d'Altavilla, la contessa Arduini, le marchese Baldini, Anselmi, Ribotti e qualche altro giovanotto.
Giorgio aveva sempre in mano qualche cosa che apparteneva a donna Bianca, o il gomitolo della seta che adoperava pel suo ricamo, o il ventaglio, o la boccetta delle essenze odorose, e le andava susurrando delle cose gentili.
Donna Bianca lo ascoltava volontieri, gli dedicava il pi seducente dei suoi sorrisi, ma guardava il duca che pareva molto immerso a discorrere colla contessa Arduini.
- Dovrebbe scrivermi qualche cosa sul mio ventaglio, signor Leonardi, - disse donna Bianca.
A Giorgio non parve vero di poter scriverle un complimento, e improvvis questi versi:
O ventaglietto, quando le fai vento
Dille quel che nel cor per lei io sento;
Dille che se mi mostra il suo sorriso
Mi par d'esser portato in paradiso;
Dille che m'ami e mi faccia contento,
O ventaglietto, quando le fai vento.
- Adulatore, - disse donna Bianca. - Ora voglio che tutti mi scrivano qualche cosa, anche le signore.
Tutti si misero all'opera, chi scrisse un proverbio, chi un verso, e finalmente il ventaglio giunse nelle mani di Gina.
- Tocca a lei, signorina, - disse Giorgio, - vediamo che cosa sa fare.
- Mia cognata scrive molto bene in prosa e in versi, pu dare dei punti anche a qualche poeta di grido, - disse il maggiore.
Gina avea la faccia in fiamme, nel vedere che tutti s'occupavano di lei, ma quando lesse sul ventaglio quello che avea scritto Giorgio divenne pallida come una morta.
- Non so far nulla, - disse.
- Non  vero, - soggiunse Vittoria Baldini, -m'ha letto dei bellissimi versi scritti da lei.
- Via... qualunque cosa, - disse Giorgio.
- Devo pensarci, - rispose la fanciulla, - mi metter l su quel tavolino, - e prese il ventaglio e s'avvi in un luogo un po' appartato dove non giungevano i rumori della conversazione.
Pochi istanti dopo port il ventaglio con questa nuova iscrizione:
O ventaglietto dalla dolce brezza,
Ti prego, dimmi, che cos' la bellezza?
 la bellezza un delicato fiore
Che se spunta il mattin, la sera muore.
Dimmi pure l'amor che cosa sia,
O ventaglietto, prima d'andar via.
 l'amore un veleno, un'arma vile, 
Ma una gemma se nasce in cor gentile.
Questi versi furono letti ad alta voce, e applauditi da tutti.
C'erano nientemeno che dei pensieri filosofici; chi avrebbe detto che una fanciulla cos modesta sapesse scrivere cos bene? Brava Gina! e tutti se ne congratulavano, mentre la Vittorina l'abbracciava tutta superba della sua amica.
- Sono proprio carini, - disse donna Bianca, - tante grazie!
Giorgio non staccava gli occhi dal ventaglio e andava fantasticando sul ricordo che risvegliavano in lui quei versi.
Quel carattere doveva averlo veduto, ma quando? Non lo sapeva e la sua fantasia ci si perdeva come in un labirinto. Il pensiero della scommessa lo distolse dal ventaglio, e quando donna Bianca si alz, essendo l'ora del bagno, la volle accompagnare fino alla sua camera.
- Oggi siete proprio compromettente, - disse donna Bianca; - prima quei versi, poi mi seguite come un cagnolino.
- Sar felice di compromettervi per farne ammenda, - disse Giorgio.
- In che modo?
- Sposandovi.
- Non mi sposer mai.
- Perch?
- Mi piace la mia libert.
- Mi vorrete dunque ridurre alla disperazione, perch davvero sarei capace d'uccidermi, se rifiutaste di esser mia!
- Sono cose che si dicono, ma non si fanno.
- E se si facessero?
- Chi si uccide  pazzo, e sarei felice d'esser sfuggita al pericolo d'averlo per marito, - disse donna Bianca con una delle sue risate acute, squillanti, che andavano al cuore di Giorgio come una musica soave, ma erano tante punte di spillo per Gina.
E quando s'accorse d'essere arrivata presso l'uscio della sua camera disse, stendendogli la sua mano aristocratica tutta scintillante di gemme:
- A rivederci pi tardi, abbiamo scherzato, non  vero? - e scapp in camera senza nemmeno aspettar la risposta.
Giorgio rimase come istupidito e pens:
"Che abbia ragione Anselmi, che sia senza cuore?"
Poi decise di tornare alla carica il dopo pranzo e tentare ancora; ma mentre andava tranquillamente nel corridoio, ud un passo dietro di s, si ferm nel vano di una finestra in modo da poter vedere senza esser veduto, nella speranza di scoprire qualche scenetta da porre un giorno in uno dei suoi futuri lavori.
S'accorse che era il duca d'Altavilla e fu sorpreso di vederlo picchiare all'uscio di donna Bianca, e udire la sua voce:
- Avanti.
Si sent ribollire il sangue, avrebbe voluto entrare e sfidare il duca, e far succedere uno scandalo, ma pens di non far scene, e avendo bisogno d'uno sfogo and a picchiare all'uscio del capitano Anselmi.
Egli era sdraiato sul letto che faceva un sonnellino, ma quando vide l'amico lo accolse a braccia aperte e lo fece sedere accanto al letto.
- Ti disturbo? - disse Giorgio.
- Tutt'altro, m'ero sdraiato perch non sapevo che fare, ma mi fa piacere poter chiacchierare con un amico, perch non mi serbi rancore,  vero, per quello che ti dissi questa mattina?
- No;  passato.
- Ed ora tu mi vieni a dire, che sei sul punto di farmi perdere la scommessa! - disse Anselmi.
- Tutt'altro, credo che la perder io, - rispose Giorgio.
- Come! a quest'ora ti dai gi per vinto? non avrei mai creduto che un uomo come te cedesse cos presto le armi.
-  che m'ha detto che non mi vuole.
- N'ero certo, l'ha detto anche a me molti anni fa, quando ero tanto cieco da esserne innamorato al punto di chiederle la mano; per mia fortuna m'ha rifiutato.
- C' di peggio, - disse Giorgio.
- Sentiamo, - rispose Anselmi.
- Il duca d'Altavilla  ora nella sua camera.
- Ci ti fa meraviglia? Non  padrona di ricevere in camera sua chi le pare e piace?  vedova, sola, e non ha da render conti a nessuno.
- Ma ci dovrebbe essere una legge per tutti; a me ha chiuso la porta in faccia e riceve il duca; vorrei ammazzarlo, il duca!
- E faresti molto male, perch dovresti ringraziarlo del servizio che ti rende.
- Non scherzare su queste cose, - disse Giorgio.
- Parlo da senno, e se ti dico delle verit piuttosto dure,  perch mi dispiacerebbe vederti bruciare le ali a quella fiammella, come ho fatto io, e t'assicuro che ce n' voluto a consolarmi; ora poi che mi  caduta la benda sono contento e come vedi le sono sempre amico... Vuoi che ti dica tutto quello che penso?
- S, parla, tutto preferisco a questa vita, a questa ansiet.
- Prometti di non andare in collera e d'esser calmo, un uomo insomma.
- Lo prometto.
- Ebbene, donna Bianca  una di quelle donne che sono senza cuore e tutto calcolo, ha reso infelice il primo marito che se n' andato in santa pace, quantunque sia stato meglio per lui, perch la moglie non gli faceva certo un paradiso di questa terra; dopo si  divertita alle spalle di molti di noi. Il suo gusto era di vederli tutti languire d'amore per lei, e poi voltar loro la faccia e piantarli in asso; trov anche degli imbecilli, cominciando da me, che le offrirono di sposarla, ma visto che non si poteva offrirle una corona da principessa o per lo meno da duchessa, ha rifiutato tutti.
- Il duca allora? - l'interruppe Giorgio.
- Quello lo sposerebbe certo, ma sar lui che non ne vorr sapere. Io conosco bene il duca e ti so dire che far le nostre vendette;  uno di quelli che non sposano; gli piace troppo cambiare.
- Ma lei  una donna onesta; lo so per prova, -disse Giorgio con un sospiro.
- Anch'io lo so, - ripet Anselmi, - ma tu non sai a che punto si possa arrivare per accaparrarsi una corona di duchessa, tanto pi quando la giovent sta per tramontare; ma ci non mi riguarda; il fatto sta che il duca non la sposer, ne sono sicuro, e tu faresti una bella cosa a non pensare pi a lei. Perdona, ma sei molto inesperto! sei stato tanto tempo in Africa e certe cose non le capisci. Donna Bianca si  servita di te per innamorare il duca, e tutti i sorrisi, tutte le moine che ti faceva erano a suo beneficio.
- Possibile! la calunnii; pare cos ingenua!
- Artificio, mio caro, se non mi credi, osservala; a me  bastato una giornata per scoprire il suo gioco, ed ora vuoi un consiglio? Mostrale che hai scherzato e non ti curare di lei, il duca poi s'incaricher dal canto suo di fare le tue vendette.
Giorgio capiva che l'amico diceva la verit e sentiva che gli mancava poco ad odiare quella donna che pochi minuti prima amava con passione, e gi nella sua mente andava ruminando in qual modo potesse vendicarsi.
- Hai vinto la scommessa, - disse salutando l'amico; - m'hai fatto molto male, ma capisco che era necessario.
-  meglio un sol colpo che una morte lenta, - disse Anselmi; - dunque combiniamo per domenica la colazione, ma ricordati che invito anche donna Bianca.
- Sei tu il padrone; credo che domenica mi sar del tutto indifferente.
Salut l'amico e si ritir nella sua camera a pensare ai casi suoi; egli soffriva d'esser stato il zimbello di quella donna; meglio rimanere in Africa, diceva, che far ritorno nel mondo civile che non avea per lui che amarezze e dolori; poi pens che dovea proprio vendicarsi di donna Bianca, facendo la corte ad un'altra signora... Ma chi avrebbe scelto? La contessa Arduini non gli era simpatica col suo fare sprezzante. La marchesa Baldini non era pi tanto giovane; la Sofia Ribotti, che non aveva saputo consolarlo nella sventura, gli era divenuta indifferente.
Restavano le ragazze, ma  una cosa delicata e si pu cadere nella rete del matrimonio anche senza volere. Poi pens che era stato per caderci e con chi poi? con una donna senza cuore e pi vecchia di lui; alla peggio il cambio sarebbe stato migliore e quasi senza accorgersene il suo pensiero si ferm su Gina, la cui bellezza prometteva molto, e che era come un fiore non ancora sbocciato, ma avrebbe certo superato donna Bianca. E poi che ingegno dovea avere quella fanciulla! e la sua modestia non l'aveva lasciata scoprire! Quelle parole scritte sul ventaglio erano state una rivelazione e pensava dove avesse veduto quel carattere e si arrovellava il cervello per cercare una memoria sfuggita o quasi perduta.
Ma voleva venirne a capo come sempre quando s'ostinava di un'idea, e dopo il pranzo si avvicin a Gina e la preg di volergli trascrivere i versi che avea scritto sul ventaglio; voleva tenerli per memoria. Erano tanta belli!
Gina si schermiva dicendo che non ne valeva la pena, ma poi non seppe resistere alle preghiere di Giorgio e trascrisse i versi sopra un foglietto di carta.
Appena Giorgio vide quelle parole allineate sul foglio, fu come un raggio nelle tenebre e ricord subito.
Era il carattere delle lettere che due anni prima riceveva dalla bella incognita; era un carattere che avea studiato, analizzato e gli era rimasto impresso nella mente. Possibile che quella fanciulla avesse scritte quelle lettere due anni prima, quando sembrava una bimba? Possibile che avesse avuto nel cuore tanto fuoco e nella sua mente tanto acume da giudicare i suoi scritti con simile discernimento? Egli occupava dunque tanto posto nel cuore di lei, o in tutto quel tempo ch'erano ai bagni le avea appena diretto la parola, mentre perdeva il tempo con quella sciocchina di donna Bianca.
Ecco i pensieri che gli passarono pel capo a quella scoperta; per nascose la sua meraviglia, ringrazi la fanciulla e si propose di studiarla attentamente e scrutarne il cuore.
Gina s'accorse d'aver attirata l'attenzione di Giorgio ed era felice, per non poteva a meno di provare un po' di gelosia tutte le volte che lo vedeva infervorato a discorrere con donna Bianca. Ma donna Bianca era riuscita a suscitare l'ammirazione del duca, e quando c'era lui non esisteva pi per nessuno. Essa passeggiava in sua compagnia sotto ai viali ombrosi, oppure si sedeva in un angolo del giardino a fumare la sigaretta accanto a lui, in un posto appartato e lontano dalla societ, lasciando libero Giorgio, che si dedic tutto a Gina, tanto pi che scopriva ogni giorno nella fanciulla nuove qualit e trovava sempre pi piacevole la sua conversazione. Per donna Bianca si rodeva dentro di s che Giorgio si consolasse cos presto della sua indifferenza, e aveva un po' d'invidiuzza colla Gina, la trovava una ragazza troppo libera e troppo facile a dar retta ad un giovinotto.
Una sera la prese amichevolmente a braccetto e le disse:
- A che punto siamo, cara Gina?
Gina le chiese che cosa intendesse.
- Via, non infingerti; si vede cento miglia lontano che Giorgio ti fa la corte.
- Il signor Giorgio  un vecchio amico di casa e non mi ha mai fatto un discorso che non convenisse ad una ragazza.
- Non c' nulla di male; infine, si sa, le ragazze  naturale che cerchino di collocarsi; soltanto ti voglio mettere in guardia perch ti sono amica; bada che  un giovane molto volubile, pochi giorni fa non dipendeva che da me l'accettarlo come marito; ho rifiutato, sta in guardia.
S dicendo la lasci, dopo averle scagliato quel dardo avvelenato.
Gina si ritir nella sua camera, e pianse; credeva di aver scoperto un raggio di sole ed era ripiombata nell'oscurit.
La mattina dopo Giorgio le chiese perch non fosse del solito umore.
Disse d'esser nervosa e d'aver male al capo.
Egli sospettava qualche cattiveria di donna Bianca, e voleva scoprirla; fu con Gina pi affettuoso del solito e le chiese se voleva esser sua; ch'egli sarebbe stato tanto felice.
Gina diede in un dirotto pianto; faceva a lei questa proposta dopo averla fatta a donna Bianca, a pochi giorni d'intervallo... com'era possibile? Gina sperava ch'egli negasse il fatto, ma invece rispose:
- E chi ve lo disse?
-  dunque vero?
-  stata lei a dirvelo?
- Ebbene, s,  stata lei.
- Cattiva; e se io vi dicessi che  stata una scommessa che ho fatto con Anselmi? anzi la colazione che faremo domani nel bosco  per questa scommessa; me ne vendicher, perch si sapr pubblicamente la verit.
- E se avesse accettato?
- Si sarebbe detto che era una scommessa.
- Come siete cattivi voi uomini... scherzate su queste cose! - disse Gina tutta imbronciata.
- Via, perdonami, con te non si potrebbe far una simile scommessa; con una donna come lei, s.
Gina non desiderava che credere e accord il suo perdono. Infine capiva che non c'era pi nulla fra Giorgio e donna Bianca; essa era troppo occupata col duca, anzi allo stabilimento tutti ne parlavano, e la marchesa Baldini; malgrado l'amicizia che avea per donna Bianca, diceva ch'era uno scandalo.
Si contavano i passi del duca, e quante volte andasse a far visita a donna Bianca; si contavano le passeggiate che facevano insieme, ed era un chiacchiero per quella gente oziosa e disoccupata; del resto quei due non si curavano affatto delle chiacchiere della gente, ed anche il giorno appresso fecero il possibile di andar nella medesima carrozza per recarsi al luogo della colazione.
Era un bellissimo bosco di castani che Giorgio fece adornare di trofei per la circostanza. Sopra una lunga tavola era servita una prelibata colazione per dodici; ma nessuno volle sedersi, tutti si raggrupparono ai piedi degli alberi e vollero mangiare seduti sull'erba col tondo sulle ginocchia. Donna Bianca, il duca, Gina e Giorgio formavano un gruppo da una parte, mentre gli altri formavano de' gruppi dell'altra.
Donna Bianca, tutta sorrisi per il duca e dispettucci per Giorgio, ad un tratto disse:
- Signor Giorgio, m'avete promesso di dirmi a proposito di che avete fatto la scommessa a cui dobbiamo quest'allegra colazione.
-  meglio che non ve lo dica, non insistete.
- Voglio saperlo, - soggiunse donna Bianca, battendo in terra il suo piedino.
- Ebbene, ve lo dir, ma a voi sola.
E le disse a bassa voce, ma in modo che Gina sentisse, - Ho scommesso che avrei avuto il coraggio di chiedere la vostra mano.
Donna Bianca si morse le labbra dal dispetto, non fece mostra di nulla e disse:
- Sono stata una sciocca a non mettervi in un imbroglio.
- Avreste fatto male a prendere la cosa troppo sul serio.
- Impertinente! - disse donna Bianca.
Poi si rivolse al duca, che era inquieto nel vedere quel colloquio a bassa voce, perch cominciava ad essere anche lui preso nei lacci della seducente vedovella.
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CAPITOLO 9.
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Il capitano Anselmi si congratul con Giorgio del cambiamento che avea fatto. "Fortunati i poeti, soleva dire, non tramonta ancora un romanzetto che gi ne tengono pronto un altro." Volea sapere come avesse fatto cos presto a consolarsi, dicendo che non l'avrebbe mai creduto tanto volubile.
Giorgio gli raccont come amasse da molti anni Gina, quando si presentava a lui soltanto colle lettere che portavano la firma d'un'incognita. Quell'incognita era stata il suo ideale, le frasi di quelle lettere avevano la virt di scolpirsi nella sua mente, ei le pensava di giorno, le sognava la notte; avea amato lo spirito di quella fanciulla prima di ammirarne il profilo fine, aristocratico.
Dopo il rifiuto di donna Bianca, quell'amore calmo era divenuto potente, ormai quando la vedeva egli si sentiva attratto dalla sua grazia, e se le sedeva vicino, la sua conversazione lo legava al suo posto per ore intere. Quando s'accorse che veniva osservata la sua assiduit presso la fanciulla, decise di chiederne la mano al signor Rivetta.
Era sempre stato il sogno del signor Rivetta che una delle sue figlie sposasse Giorgio, sicch non fece che abbracciarlo e chiamarsi felice di divenire padre d'un uomo cos presto salito in bella fama.
Anche al signor Leonardi quella notizia rec una grande felicit; non avrebbe mai creduto di giungere al punto di legarsi con vincoli cos stretti colla famiglia Rivetta, e ben presto la notizia si sparse per lo stabilimento dei bagni, e tutti si congratulavano col signor Rivetta del felice avvenimento.
- Chiss quante mamme condurranno le figlie a Fontanelle, visto il felice esito della famiglia Rivetta! - disse il capitano Anselmi.
Donna Bianca nel congratularsi con Gina, le chiese se non temeva d'avere una rivale nel cuore di Giorgio.
- L'arte e la gloria, - rispose Gina, - lo so, a queste rivali mi sono gi rassegnata.
Del resto anche donna Bianca s'era rassegnata al veder Giorgio occuparsi d'un'altra; ella aveva abbastanza da fare per non lasciarsi sfuggire il duca, e per quanto nell'albergo ne mormorassero, lasciava dire, crollava le spalle con una grazietta da innamorare.
Un giorno il maggiore Ribotti disse al duca se proprio si decideva a legarsi alla bella Bianca.
Egli rispose che avea giurato di non prender moglie e che donna Bianca lo sapeva benissimo.
- E allora? - disse il maggiore.
- Faccio quello che ho sempre fatto, mi diverto, -rispose il duca.
La marchesa Baldini si dichiarava pentita d'aver condotto in quel luogo la figlia; ormai i bagni erano divenuti dei posti impossibili per le ragazze; per, quantunque fosse una delle prime a dare addosso a Bianca, non avea il coraggio di toglierle la sua amicizia.
Un bel giorno si seppe che il duca dovea partire. Anselmi, vedendolo salutar tutti allegro e felice, disse a Giorgio che il duca avea l'aria di trionfatore.
Giorgio rispose:
- Non facciamo giudizi temerari, un uomo di spirito sa mostrarsi trionfatore anche quando ha perduto.
- Vediamo come sopporter donna Bianca questa partenza, - disse Anselmi.
Anche le signore erano curiose e chiacchieravano sommessamente fra loro.
Ma donna Bianca, quando scese per la colazione, era del suo solito umore, anzi forse pi gaia.
- Chi capisce nulla! - disse Giorgio.
- Prima di leggere nel cuor d'una donna, bisogna che l'occhio attraversi sette corazze di ferro, - soggiunse in modo sentenzioso Anselmi.
-  vero? - chiese Giorgio alla sua fidanzata.
- Secondo i casi, - rispose Gina; - per conosco degli uomini ai quali  molto difficile leggere nel cuore; per esempio, io non sono mai riuscita a capire come mai tutt'ad un tratto tu abbi pensato a me mentre prima mi mostravi, se non del disprezzo, almeno dell'indifferenza.
- Lo vuoi sapere?
- Ti confesso che ne sono molta curiosa.
- E non indovini?
- Non sono famosa per sciogliere gl'indovinelli.
- Ebbene te lo dir stassera quando saremo soli.
Il capitano Anselmi, che non volea fare da terzo incomodo, se n'era gi andato.
- Mi pare che nessuno ci ascolti, puoi dirlo ora.
- Fu una rivelazione, - disse Giorgio.
- Di chi?
- Dal ventaglio di donna Bianca conobbi il tuo carattere.
- E come lo conoscevi?
- E me lo domandi? Capisco, ad una fanciulla pesano certe confessioni, ma ti ricorderai le lettere dell'incognita, quelle lettere che m'incoraggiarono nei momenti di scoraggiamento, e mi consolarono nei giorni dello sconforto. Ma perch sei diventata pallida? Ti fa dispiacere essere stata scoperta? se ti rincresce, non parliamone pi.
Gina avea capito, tuttavia non si sent il coraggio di confessare che quelle lettere erano state dettate da Camilla, e il suo cuore era combattuto dal rimorso d'ingannare Giorgio e dal timore di perdere il suo affetto una volta che conoscesse la verit.
- Perch la mia rivelazione t'ha fatto cos triste? - disse Giorgio.
- Ecco, vedi,  una delusione, avrei desiderato essere amata per me.
- Ma lo sei proprio per te, mi sei pi cara della vita, - le disse Giorgio, prendendole la mano; - quella fu la traccia che mi ha rivelato il tesoro che sta nascosto nel tuo cuore.
Per parecchi giorni non tornarono pi su quell'argomento, ma quella rivelazione era stata un colpo per il cuore di Gina. La sua delicatezza, il suo carattere sincero le consigliavano di dire la verit ad ogni costo il timore di perdere Giorgio e con lui la felicit della sua vita la spingeva al silenzio.
In questa alternativa, in questo pensiero soffriva crudelmente e tutti dicevano che non era pi riconoscibile, tanto si andava facendo seria. Ogni giorno faceva il proponimento di dir tutto a Giorgio e quando stava per parlare si sentiva come un groppo alla gola e non poteva.
Infine, pensava, dalla sua cugina avea quasi ereditato la passione per Giorgio, quelle lettere avrebbero potuto partire dal suo cuore. Camilla era morta, pure le ripugnava la menzogna, e se non diceva tutto, le pareva che non sarebbe stata felice, in ogni modo rimandava la confessione di giorno in giorno, ma l'avrebbe fatta certo prima del matrimonio.
Gi la compagnia ch'era vissuta insieme per un mese si andava man mano sciogliendo. Cominciavano a partire in massa. Donna Bianca un giorno era scesa avvolta in un mantello turchino colla bella faccia quasi nascosta da un fitto velo dello stesso colore e disse che partiva.
La notizia si sparse per tutto lo stabilimento e una quantit di persone la circondarono per salutarla. Era vispa come un uccellino, e avea un sorriso e una stretta di mano per tutti.
- Accompagnamento di prima classe, - disse Anselmi.
- Verr presto anche la nostra volta, - soggiunse il signor Rivetta.
- No, babbo, stiamo qui ancora una settimana, - disse Gina, - vi si sta tanto bene.
- E dire che appena arrivata volevi partire subito.
- Succede sempre cos, i primi giorni ci si trova spostati.
- Addio a tutti, - disse donna Bianca. - Tanti augurii, Gina, - soggiunse baciandola. - Arrivederci, marchesa Baldini.
E poi col piedino sulla predella della carrozza, abbracciando tutti con uno sguardo soggiunse:
- Addio, arrivederci, vi raccomando di non dir troppo male di me, - e salutando ancora una volta colla mano, sal in carrozza e part dileguandosi in lontananza in mezzo ad un nembo di polvere.
- Peccato! - dissero alcuni giovanotti, - era un bel visino, faceva piacere a guardarlo.
La contessa Arduini osserv che era tutta dipinta, lo avea detto la sua cameriera; del resto era naturale, perch dovea avere i suoi anni anche lei.
- Pu ancora far girare il capo a pi d'uno, - disse Anselmi.
Ognuno voleva dire la sua, si parl dell'et di donna Bianca: chi le dava trentacinque anni, chi trentotto, chi si spingeva fin sui quaranta; del resto un vecchio signore si rammentava benissimo che s'era sposata a vent'anni, era vissuta sei anni col marito, morto sei anni addietro, dunque non doveva averne pi di trentadue; del resto, si vedeva, era ancor fresca.
Il discorso su donna Bianca dur per tutta la giornata e avrebbero continuato ancora malgrado le sue raccomandazioni, se l'annuncio dell'arrivo del ministro degli esteri non avesse cambiato il corso delle loro idee.
Poi finalmente un giorno il signor Rivetta volle partire colle figlie, e per conseguenza anche Giorgio si decise a seguire la sua fidanzata.
Anselmi era partito insalutato ospite una mattina lasciando a tutti gli amici un vigliettino con un saluto grazioso. Il maggiore che lo conosceva da molto tempo disse che aveva sempre fatto cos; era una delle sue originalit.
Pei signori Rivetta tutto l'albergo era in moto; infatti erano tanti, che lasciavano un bel vuoto.
Sofia vedendo tutta quella gente che circondava la carrozza, disse al marito:
- Chi l'avrebbe creduto nei primi giorni, che si avrebbe avuto un accompagnamento di prima classe, come diceva Anselmi?
- Puoi dir di primissima, - soggiunse il maggiore vedendo tutte le braccia che si stendevano per salutarli.
- E ormai nessuno avr pi l'uguale, - soggiunse il signor Rivetta; - la stagione si pu dir finita.
- Arrivederci l'anno venturo, - dicevano tutti, perch aveano volont di ritornare in un luogo dove la loro dimora era cominciata con molta noia ed era terminata trionfalmente.
Quando le carrozze si mossero per partire, tutti continuarono a voltarsi indietro; finch lo stabilimento fu in vista pareva proprio che ci lasciassero un pochino di cuore.
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CAPITOLO 10.
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 penoso rimettersi al lavoro dopo qualche settimana di vita oziosa, dopo esser vissuti all'aria aperta fra le delizie della campagna in buona compagnia.
Succede come ad una macchina che riposi per molto tempo, prima di rimetterla in moto ci vuole uno sforzo di buona volont e un po' d'energia.
Cos successe ai nostri amici al ritorno dai bagni. Il signor Rivetta stent a ritornare al suo lavoro, alle sue macchine. Giorgio non trovava il momento di mettersi a scrivere i suoi ricordi d'Africa, quantunque avesse venduto l'opera ad un editore e dovesse consegnarla fra sei mesi.
Gina era triste, le pareva d'aver ingannato Giorgio lasciandogli credere d'esser lei l'incognita, le pareva d'avergli carpito il suo amore e ne provava un acerbo rimorso, senza potersi mai decidere a dirgli la verit; ogni giorno che passava le riusciva sempre pi difficile.
Il signor Leonardi era invece felice e col cuor leggero si preparava a liquidare gli affari per poi andar a Milano ad abitare col figlio nella speranza che si riversasse sopra di lui parte della sua gloria.
Chi non si poteva dar pace di questa risoluzione era Baldassare, che diceva di non poter vivere senza andar tutti i giorni al negozio del signor Leonardi. Il quale gli avea offerto di cederglielo, ma Baldassare non voleva sopraccapi e responsabilit, felice d'essere primo commesso, non si sentiva di divenirne il proprietario. Era tanto disperato, che la merciaia dirimpetto si mosse a compassione e gli diede un posto nella sua bottega ch'egli accett con gioia, tanto per essere in quella contrada e conservare le antiche abitudini; per andava sempre dicendo, crollando il capo, che avrebbe preferito morire piuttosto che assistere ad un fatto simile.
Il matrimonio di Gina doveva succedere la prossima primavera e tutto parea bene avviato quando un giorno venne Giorgio in casa Rivetta colla faccia stravolta.
- Che cosa  accaduto? - disse Gina tutta tremante.
- Ricevo in questo punto la notizia che il mio amico Martelli e i suoi compagni sono stati assaliti dagli indigeni nel centro dell'Africa, si crede che sia morto o prigioniero e mi sento obbligato di andare in quel luogo per assicurarmi della sua sorte....
- Ed esporti agli stessi pericoli? Non farlo, te ne prego, ne morrei di dolore, - disse Gina supplichevole.
- Se non tentassi per lui qualche cosa, avrei un continuo rimorso che mi renderebbe infelice l'esistenza, ti prometto che non esporr la mia vita inutilmente, mi  doppiamente cara perch ti amo. Appena potr organizzare una piccola spedizione partir,  un debito che devo pagare prima del matrimonio, dopo saremo doppiamente contenti.
Gina, che si era mostrata calma fino a quel momento, ebbe uno scoppio di dolore.
- Era troppo felice, - diceva, - qualche cosa doveva accadere a turbare la sua felicit; doveva essere un castigo, perch non era stata sincera col suo Giorgio.
E raccont la storia delle lettere, l'amore ardente di Camilla, come quell'amore si fosse trasfuso in lei, con tutto l'ardore della passione, sino a toglierle il coraggio di dire la verit, ma in quel momento avea bisogno di dir tutto; sul punto di perdere forse per sempre il suo Giorgio, non volea tenere quel secreto chiuso in cuore.
- Povera Gina, - disse il giovane abbracciandola, e cercando di consolarla con parole piene d'affetto. - Egli l'amava per lei, per lei sola, n gl'importava che quelle lettere fossero state d'un'altra; in quel momento non sentiva che una profonda compassione per l'infelice Camilla, e un'immensa gratitudine per lei ch'era stata causa involontaria della loro unione.
- Ella mi amava tanto, - disse Gina, - far voti per la nostra felicit, pregher il cielo certo per il tuo ritorno.
Dopo aver aperto il suo cuore a Giorgio si trovava contenta; ma al pensiero della sua partenza i suoi occhi s'empivano di lagrime.
E troppo presto per lei giunse il giorno tanto temuto, tutti andarono alla stazione per accompagnare il viaggiatore che cercava di far coraggio agli altri, dicendo:
- Vedrete, torner, ci sono gi stato e so di che cosa si tratta.
- Come mi piacerebbe seguirti, - disse Gina.
- Mi saresti d'impaccio.
- Scrivi almeno.
- Ma non inquietarti. Torner.
Essa si fece forza di trattenere le lagrime per non fargli perdere il coraggio.
- Torna, - gli diceva il signor Leonardi. - Se hai bisogno di danari, la mia cassa  a tua disposizione.
- Grazie, grazie a tutti, addio, Gina.
- Presto presto, partenza! - gridavano i conduttori. L'ultima parola che Giorgio rivolse a Gina fu soffocata dal fischio della locomotiva.
E il treno era gi lontano che si vedeva ancora tutta la famiglia in lagrime, ferma sotto la tettoia, e un braccio che usciva da un finestrino salutando tutti.
Quando ritornarono a casa, sentirono quel vuoto e quel dolore che si prova tornando da un funerale, dopo aver condotto all'ultima dimora una persona cara.
-  stata una pazzia, - diceva il signor Leonardi, - se Giorgio non ritorna non potr certo sopravvivergli.
Gina non diceva nulla, ma ammirava il suo fidanzato, e pensava che al suo posto avrebbe fatto altrettanto. Avrebbe voluto dormire per non svegliarsi che al suo ritorno. E se qualche momento era piena di speranza, spesso la assaliva un dubbio tremendo e pensava: se non tornasse!
Per decise di mostrarsi calma per non dar dolore ai suoi genitori e al signor Leonardi che veniva a passar la sera con loro, e naturalmente a discorrere di Giorgio. In casa non si parlava che di lui, non si pensava ad altro.
Quando poi era sola, leggeva tutte le descrizioni di viaggi in Africa, fremeva al racconto dei pericoli che vi erano descritti, e si consolava soltanto pensando a quelli che erano tornati.
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Quell'inverno fu triste e monotono per la famiglia Rivetta e per il signor Leonardi; dopo che Giorgio s'era spinto nel centro dell'Africa, non giunsero pi notizie di lui. Gina era un po' pi pallida, pi pensierosa, ma sempre calma, non avea mai tanto pianto n tanto pregato come in quel tempo, era sostenuta dalla sua fede ardente e sentiva che in certi momenti quando non si pu nulla c' bisogno di rivolgersi ad un essere superiore e chiedere il suo aiuto.
Un giorno capit una lettera che la fece trasalire, era scritta da Giorgio.
L' aperse con mano febbrile e vi lesse queste parole:
"Il mio viaggio fu forse pi disastroso dell'altra volta e pi triste, perci non ebbi il conforto dell'amicizia, ma la vita ha per me pi sorrisi di un tempo. Pur troppo il dubbio  divenuto certezza, seppi da un capo africano che il mio povero amico fu massacrato nel centro dell'Africa, e mi fu mostrato il luogo dove avvenne il fatale disastro.
"Ho posto una pietra che ricordi il suo nome, ho rifatto il viaggio affranto, odiando quasi quella gloria che fu il mio ideale per tanto tempo. Quante vittime sparse sul suo cammino, Gina mia! e quelli che riescono ad arrivarci, vi giungono feriti, affranti, dilaniati, col cuore sanguinante, colle carni straziate, povere vittime di aspirazioni troppo sublimi!
"L'altra volta mi salv l'amicizia, questa volta volli vivere per il tuo amore; oramai non c' che il tuo volto gentile che mi sorrida nel buio dei miei pensieri. Ritorno per ritrovare fra le tue braccia la pace."
A Gina bastava che ritornasse, era tanta la gioia che le pareva impossibile di poterlo fra poco rivedere sano e salvo, e temeva sempre qualche nuovo pericolo che lo assalisse al termine del suo viaggio; ebbe notti insonni, giorni d'agitazione febbrile che in quell'ansia dell'attesa le sembravano eterni; le pareva di diventar pazza.
Un giorno come in un sogno aperse con mano tremante un telegramma che la fece palpitare; come in un sogno, and nuovamente alla stazione, ud il fischio della locomotiva come l'altra volta, ma che fer il suo cuore con un suono tutto diverso. Ci fu un momento di confusione; avea le traveggole, le gambe non la reggevano pi..
Ma quando si trov stretta fra le braccia di Giorgio, bened tutte le inquietudini passate che le facevano gustare quel momento di suprema felicit.
E che cosa le importava se Giorgio era affranto, invecchiato di dieci anni, coi capelli radi e brizzolati, colla faccia pallida e smunta? Era suo, tutto suo e per sempre.
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FINE.